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Sully

A noi piace Clint

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di Clint Eastwood. Con Tom HanksAaron EckhartLaura LinneyAnna GunnAutumn Reeser USA 2016

Siamo a New York nel gennaio del 2009 e il comandante Chesley “Sully” Sullenberger (Hanks), insieme al suo secondo pilota Jeff Skyles (Eckart), si prepara all’incontro con la commissione della NTSB (l’agenzia americana che indaga sugli incidenti nei trasporti): deve convincerli che il difficilissimo e rischiosissimo ammaraggio di fortuna da lui effettuato il 15 gennaio nel fiume Hudson fosse stata la scelta migliore, dopo che i due motori del suo aereo erano stati resi inservibili da uno stormo di anatre. L’opinione pubblica è tutta con lui e lo considera un eroe: ha salvato tutti i passeggeri con una manovra che piloti provetti considerano tecnicamente impossibile. I membri della commissione – guidata da Charles Porter (Mike O’Malley), Ben Edwards (Jamey Sheridan) e Elizabeth Davis (Gunn) – lo attaccano subito, sostenendo che tutte le simulazioni al computer dimostravano che l’aereo avrebbe potuto benissimo atterrare in un aeroporto vicino, come gli era stato indicato dall’addetto alla torre di controllo Brian Kelly (Wayne Bastrup); in gioco ci sono non solo in rischi che la sua manovra comportava ma anche gli interessi della compagnia aerea e dell’assicurazione (il velivolo è rapidamente affondato nel fiume). Sully è sicuro di aver fatto la scelta migliore: glielo testimonia la riconoscenza dei 155 passeggeri che si sono salvati – una giovane mamma (Reeser) con il suo bambino, un padre (Christopher Curry), un figlio (Sam Huntington) e un loro amico (Max Adler) golfisti saliti sull’aereo all’ultimo minuto, una donna (Marcia De Bonis), che, vinta dal panico, si era gettata nel fiume ed era stata ripescata appena in tempo, le hostess Diane (Valerie Mahaffey) e Doreen (Molly Hagan), tra i tanti – così come le interviste in suo favore con Katie Couric (lei stessa) e David Letterman (lui stesso) ma anche l’entusiasmo di semplici cittadini: un entusiasta taxista egiziano (Ahmed Luncan), un barista (Michael Rappaport), che aveva creato un cocktail in suo onore e l’addetta (Purva Bedi) alle pubbliche relazioni dell’albergo, che, nel accoglierlo, non può fare a meno di abbracciarlo. Lui, però, è angosciato e nelle telefonate con la moglie Lorraine (Linney), pur tentando di tranquillizzarla, traspaiono i suoi tormenti, finché non impone alla commissione di affidare le simulazioni a veri piloti e non solo a fredde macchine All’udienza decisiva, lui e Jeff, accompagnati dal loro rappresentante legale Larry Rooney (Chris Bauer), assistono in diretta ai test, che però sembrano dar ragione alle tesi dei loro detrattori, quando Sully tira in ballo il “fattore umano”: quei piloti sanno cosa sta accadendo ed agiscono meccanicamente (dopo, si chiarirà, ben 21 prove); lui invece ha dovuto riflettere, per 208 secondi, e dopo agire. Vengono concessi solo 35 secondi di pausa ai piloti dei test ma sono sufficienti a mostrare che ogni tentativo di convergere verso un aeroporto sarebbe sfociato in una strage. Questo, e l’ascolto della registrazione dei minuti che precedevano la decisione di ammarare, fa chiudere l’inchiesta con Edwards e la Davis che dichiarano di essersi trovati al cospetto di un eroe.

Il titolo di questo pezzo è mutuato del secondo episodio delle ironiche avventure spionistiche dell’Agente Flint (interpretato da James Coburn), perché non trovo niente di più giusto che tributare ammirazione e riconoscenza per l’ultimo, grande regista americano. Intendiamoci; il cinema degli Stati Uniti ha, e avrà, bravi registi (anche sublimi registi) ma la grande scuola di Ford, di Hawks, di Hataway ha un solo erede; lui, Clint Eastwood. Sully – tratto dal libro autobiografico del pilota, scritto con il giornalista Jerrrey Zaslow – non è solo un racconto epico di un episodio realmente accaduto; è una summa della poetica di Eastwood: non a caso, l’incidente e lo spettacolare salvataggio occupano uno spazio limitato del racconto, che è invece incentrato sullo scontro tra l’eroe solo e la burocratica commissione. Qui Sully è Guinny, è il reduce di Gran Torino, è il giornalista ubriacone di Fino a prova contraria, è la madre disperata di Changeling, è tutti quegli eroi solitari e caparbi (fino ai soldati anonimi del doppio Flags of Our Fathers e Lettyere da IwoJima), cui Clint dà una dimensione omerica; tanto è suo e personale il racconto che, pur nella formale adesione ai fatti accaduti, il confronto con la NTSB ci arriva ampliato e, di fatto, distorto: nella realtà l’inchiesta era un atto dovuto e apparvero chiari da subito l meriti di Scully .Eastwood ha 86 anni ma, pur rimanendo fedelissimo alla propria ispirazione, non rinuncia a sperimentare: qui affida al suo bravissimo direttore della fotografia Tom Stern il compito di girare nel recentissimo formato IMAX con splendidi risultati e, per la prima volta, dirige Tom Hanks, che aggiunge alla sua galleria uno splendido, nuovo eroe piccolo borghese. Magari non lo si è capito, perciò ripeto: a noi piace Clint.

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