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Mi chiamo Maya

Alice nel Paese dei Balocchi

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di Tommaso Agnese. Con Matilda LutzMelissa MontiCarlotta NatoliValeria SolarinoGiovanni Anzaldo  Italia 2015.

La sedicenne Niki (Lutz) è in gita con la sorellina Alice (Monti) di nove anni e la mamma Lena (Natoli), con le quali vive serena; al ritorno un camion investe la loro macchina e Lena muore sul colpo. Dimesse dall’ospedale le due sorelle sono accolte dall’assistente sociale Cecilia Fornari (Solarino) che le porta in un istituto da dove Alice andrà dal padre (che lei non ha mai visto) in America, mentre Niki (del cui padre non si sa nemmeno il nome) dovrà essere ospitata in una casa-famiglia. Tra due ragazze ospiti dell’istituto scoppia uno sgradevole alterco e Cecilia porta le sorelle nella loro casa, con il pretesto di prendere i vestiti. Alice non vuole lasciare la sorella e Niki non vuole andare da sconosciuti e così le due scappano dalla migliore amica (Giada Arena) di Niki che per guadagnare qualche soldo si spoglia in web e fa la cubista, così, quando Niki le chiede aiuto, le propone  di esibirsi con lei quella sera. Agghindata da coattella con un improbabile parrucca azzurra, Niki sale sulla limousine rosa di un’altra cubista e, con la sorellina al seguito, va al locale; qui però l’amica vede il suo ragazza baciare un’altra e, irritata da un commento di Niki, la caccia via. Sole, stanche ed affamate le due ragazzine vengono quasi investite da un’adolescente (Laura Adriani) che le riconosce e, entusiasta, le porta nella sua ricca casa, dove le rifocilla e procura loro dei vestiti; in realtà, il suo entusiasmo nasce dal desiderio di esibirle alla festa che sta per dare come fenomeni; il party di lì a poco degenera in atti di vandalismo e  le due scappano via. Dormono in un parco ed il mattino dopo si imbattono in un Marc Bresson (Anzaldo), un mangiafuoco che si esibisce per strada. Alice intanto,  con un telefonino che  aveva rubato alla festa, chiama Cecilia perché non ce la fa più; Niki dapprima si arrabbia, poi, accompagnata da George porta la sorellina dall’assistente sociale e quando questa le chiede di venire via con lei, scappa via, insultandola. Niki decide di far l’amore con il ragazzo (per lei è la prima volta) e lui la porta da una sua amica tatuatrice (Laura Gigante). L’indomani lui se ne va e la tatuatrice le fa un piercing , la veste da dark. con una cresta punk , la porta in un locale alternativo e, dopo averla fatta bere, la bacia. Ubriache le due ragazze si addormentano in strada e Niki, quando si sveglia, vede che lì a due passi c’è un autobus che va al mare. Lo prende e, stanca e arresa, dalla spiaggia chiama Cecilia perché la venga a prendere.

Agnese è al suo primo lungometraggio ma ha già lavorato con buoni risultati a progetti che riguardavano il disagio dell’adolescenza (il suo corto Appena giovani era basato sugli studi di una equipe di psichiatri e psicologi dedicata all’argomento). Mi chiamo Maya non è un saggio  sociologico ma, semmai, una fiaba moderna, qualcosa tra Pinocchio ed Alice nel Paese delle Meraviglie: in un mondo senza adulti di riferimento una ragazzina accompagnata solo dalla sorellina più piccola, affronta un percorso iniziatico che in quanto tale è, per sua natura, onirico e fiabesco (nessuno si chiede se l’Omino di Burro o il Bianconiglio esistano davvero ma solo se rappresentano bene i fantasmoi  – per dirla con Jung – che incarnano). Tutto quello che c’è da capire, in un film, è se le intenzioni registiche arrivano e la risposta è sì: anche con le inevitabili ingenuità di un’opera prima e coi limiti di un budget prudente ma ben speso, Agnese dimostra di essere un regista e di saperci far arrivare pathos ed emozioni, con una levità esemplare.

 

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