Il cinema non è un romanzo

Carlo Emilio Gadda

Ho per le mani il libricino edito qualche mese fa da Adelphi La casa dei ricchi di Carlo Emilio Gadda, trattamento per il cinema del suo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Nel 1948 le “miserrime configurazioni argentine” (così lui chiama le sue difficoltà economiche) lo spingono ad accettare la proposta della Lux Film di ricavare una sceneggiatura dal suo romanzo che la rivista Letteratura stava pubblicando a puntate (ne erano, al momento, uscite solo cinque).

Nasce così il Palazzo degli ori: questo il titolo che Gadda diede al primo trattamento, che ebbe – come era nella natura e nella creatività dello scrittore – un complesso e travagliato cammino di scrittura.

La società cinematografica – sia pur guidata da un raffinato intellettuale, il musicologo Guido Maggiorino Gatti – non era affatto soddisfatta dello scritto che (in varie puntate e con vari ripensamenti) arrivava ai suoi lettori: la struttura del romanzo e, di conseguenza, del trattamento cinematografico, era troppo complessa, con troppi personaggi e sottotrame e, soprattutto, non era così linearmente inserita nel plot la scoperta dell’assassina.

Ritratto di Guido Maggiorino Gatti

D’altronde, il povero Gadda non era certo un giallista (anche se notoriamente amava il genere) e non a caso nel romanzo (uscito nel 1957) il whodunit – come si chiama la scoperta del colpevole in gergo – è appena accennato (lo scrittore aveva promesso all’editore Livio Garzanti un sequel chiarificatore che non vide mai la luce).

La prima copertina del romanzo

Questa apparente anomalia non era certo estranea nella produzione di Gadda, così splendidamente intenso nell’accompagnare il lettore nei meandri della proprie ansie narrative ed emotive da, quasi, non tollerare che le vicende narrate si facessero cronaca spicciola. Di fatto anche nel suo capolavoro (comunque il suo testo più personale e sofferto), La cognizione del dolore non sapremo mai davvero se abbiamo letto di un matricidio o solo di una fantasia, nata dall’amore totalmente pervasivo e denso di oscure angosce del protagonista per la madre. E, in fondo, non importa: c’è lì tutto il Gadda ironico, dolente e fantastico nel ricreare immagini, suoni e neologismi, che rendono cupamente immaginifico  anche il linguaggio più crudamente quotidiano.

La Lux gli chiese di ridurre ad un quarto il corposo trattamento e di semplificarne il plot. Nacque così La casa dei ricchi che in 40 scene scarnifica e riassume la trame del romanzo, con il commissario Ingravallo che (a differenza del romanzo) raggiunge in Sardegna l’assassina (la cameriera Virginia che ha ucciso la padrona Liliana per sostituirsi a lei) mentre sta per strangolare la vecchia nonna.

Non se ne fece niente e nel ’59 il produttore Peppino Amato – pressoché analfabeta ma di sicuro istinto – acquisì i diritti del libro e convinse Pietro Germi a dirigere il film, che nel ’59 uscì con il titolo Un maledetto imbroglio, il più bel poliziesco della storia del cinema italiano e, praticamente, un film perfetto (ai tempi fu accolto con sussiegosa benevolenza dalla critica – allora quasi tutta comunista – che non concedeva granché al “saragattiano” Germi).

La storia del romanzo vede il commissario Ingravallo indagare su di un furto nella casa al centro di Roma di una stramba signora, che frequentava ambigui giovinastri e, dopo una settimana, sull’omicidio a scopo di rapina della religiosissima signora Liliana nello stesso stabile. Le due indagini parallele, nel romanzo, avranno pochi elementi di contatto ma il racconto sviluppa tutto il sarcastico disprezzo che Gadda provava per la corrotta e sorniona borghesia e, in fondo, per le donne di quel ceto, conniventi, nella sua visione (vedi Eros e Priapo), con le peggiori storture della società.

Germi.- insieme ai co-sceneggiatori Alfredo Giannetti e Ennio De Concini – ne asciuga trama e personaggi (ad es. la prima rapina vede come vittima il vicino gay che nel romanzo era un testimone reticente) e cambia completamente il finale: l’assassino è uno dei gigolò che circolavano nel palazzo e che, pentito, ha sposato l’ultima cameriera di Liliana, sua complice nel furto finito male (ma il commissario lascerà andare la ragazza – una indimenticabile Claudia Cardinale – impietosito della sua gravidanza).

La babelica – quasi atonale – confusione di persone, situazioni e lessico, che fa di Gadda uno dei maggiori letterati italiani del secolo scorso, nel film si sistema in bozzetti, nel tono tra l’ironico, l’indignato e il teneramente sarcastico che sarà alla base del suo splendido Signore & signori del 1966.

Il libricino ci consente così una riflessione sui rapporti tra il cinema e la letteratura. Si è sempre sostenuto che gli scrittori sono i peggiori sceneggiatori delle proprie opere e se ne capisce anche il perché: da un lato la scrittura letteraria e la sceneggiatura sono molto diverse tra loro, dall’altro, l’autore non potrà non difendere la propria creatura dalle semplificazioni e dagli stravolgimenti della riduzione cinematografica.

Esistono sempre delle eccezioni: una è senz’altro la serie televisiva Montalbano ma Camilleri nasce scrittore televisivo e i suoi romanzi – tutti successivi a quell’esperienza – sono già, nei fatti, delle sceneggiature.

Da Un maledetto imbroglio ci viene invece una conferma: Germi (che del romanzo aveva letto solo metà, annoiato dai suoi funambolismi linguistici) rifuggiva come la peste le – per sua fortuna rare – incursioni di Gadda sul set ma lo scrittore, quando vide il film, lo apprezzò moltissimo, considerandolo – come era – un bellissimo poliziesco più che la riduzione della sua opera.

Tutto nel film farà epoca: l’essere stato il primo – mai raggiunto – esempio di vero polar italiano, il cast perfetto, la cruda ed avvolgente fotografia di Leonida Barboni e, non ultima, la bellissima canzone Sinnò me moro che Carlo Rustichelli affida alla figlia sedicenne Alida Chelli e che segnerà un svolta epocale nella tradizione della canzone romana.

Solo nel ’96 avremo una riduzione fedele del Pasticciaccio: Ronconi firma la sua ultima regia teatrale con un operazione, che per molti versi, ci riporta al suo Orlando Furioso, restituendo il mosaico linguistico ed umano del romanzo con un cast pieno di grandi attori (compreso un giovanissimo Favino).

Una scena del Pasticciaccio di Ronconi

 Ma, appunto, era teatro.

Antonio Ferraro




Natale in Casa Cupiello

di Edoardo De Angelis. Con Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Toni Laudadio, Pina Turco. Italia 2020

La storia è nota: Luca Cupiello (Castellitto), tuttofare di una tipografia, come ogni Natale si accinge a fare il presepe, osteggiato dalla moglie Concetta (Confalone) – sulla quale grava l’onere di tutte le difficoltà familiari che il superficiale marito non percepisce nemmeno – e dal figlio Tommasino, detto Nennillo (Pantaleo), dispettoso e un po’ regressivo. I guai non mancano certo: Nennillo, profittando di un infreddatura dello zio Pasqualino (Laudadio), che vive con loro, gli ha rubato i pochi soldi che aveva con se e gli ha venduto cappotto e scarpe, mentre la figlia Ninuccia (Turco) – sposata con il ricco commerciante Nicola (Antonio Milo) per volere dei genitori – ha una relazione con Vittorio (Alessio Lapice) con il quale vorrebbe fuggire. Arrivano per il cenone Nicola e Ninuccia e quest’ultima fa vedere alla disperata madre la lettera di addio che ha scritto al marito; Concetta, in lacrime, la convince a gettarla via ma sarà l’ignaro Luca, leggendo l’intestazione sulla busta, a consegnarla al genero e sarà sempre lui ad invitare a cena Vittorio, scambiandolo per un amico del figlio e ignorando i dinieghi di Concetta, che crede dovuti a tirchieria. Esplode la tragedia e Nicola accusa i Cupiello di tener mano alla tresca. Luca, sconvolto, ha un ictus. Sul letto di morte, pianto dalla famiglia di nuovo unita (con Nennillo che rivela una dolente coscienza adulta), dopo aver involontariamente insultato il dottore (Andrea Renzi), Luca fa l’ultima gaffe: sotto gli occhi del marito, si fa promettere da Ninuccia e Vittorio (che, nel delirio della malattia, ha confuso con Nicola) di stare insieme per sempre.

È ovvio che un autore come Eduardo venga rappresentato e re-interpretato in mille modi (proprio Natale in casa Cupiello ha avuto da poco – per il Teatro di Roma – una funebre messa in scena con accenti brechtiani di Antonio Latella) e a questo film di De Angelis – e alla generosa produzione Picomedia – trasmesso il 23 si può certamente riconoscere il merito di aver portato un gran pezzo di teatro con un ottimo cast a trionfare nella prima serata di Rai1. De Angelis ha al suo attivo una bella filmografia, nella quale spiccano lo splendido Indivisibili e l’intenso Il vizio della speranza e, inevitabilmente, ha dato un forte tocco personale all’operazione: i suoi attori-feticcio (la moglie Pina Turco e il bravissimo Massimiliano Rossi, nel cameo fuori testo di un artigiano dei presepi) le scenografie, i costumi e le luci cupamente desolate ci portano nel suo mondo ma contribuiscono a travisare il testo originale (deve essere questa la ragione per la quale – pur in un assoluto rispetto dei dialoghi e del plot della sua commedia –  Eduardo De Filippo viene indicato solo come soggettista). Non va dimenticato che alla prima stesura, Natale in casa Cupiello (messo in scena per la prima volta dalla Compagnia del Teatro umoristico “I De Filippo” a Natale del ’31) era un atto unico, sostanzialmente coincidente con il secondo atto della commedia che conosciamo, non a caso il più comico dei tre. Qui sta il punto: Eduardo era figlio della grande tradizione degli Scarpetta (aveva recitato, da bambino, con il padre biologico Eduardo e, da giovane, con i fratellastro Vincenzo) e, anche nei testi più drammatici, sapeva inserire irresistibili spunti comici che arricchivano e umanizzavano i personaggi e le situazioni. Inoltre, con feroce autocritica, “era” i personaggi – dispotici, sognatori e caparbi – che interpretava: il burbero e vendicativo Ferdinando Quagliuolo di Non ti pago, il disilluso Gennaro Iovine di Napoli milionaria, lo spocchioso Domenico Soriano di Filomena Marturano, il fantasioso guitto di Uomo e galantuomo sono tutte facce del nostro più grande attore-autore del secolo scorso.

Non si può certo dire niente della prova degli interpreti del film tutti bravi (il mio preferito è Adriano Pantaleo: quanta strada dallo Spillo di Amico mio!) a partire da Castellitto (pretestuoso rilevare il suo non essere napoletano: sono stati ottimi interpreti di commedie eduardiane, tra i tantissimi: Laurence Olivier, Marcello Mastroianni, Renato Rascel non certo partenopei doc) ma alla fine della visione delle cupe vicende di una famiglia disfunzionale (come l’ha definita Castellitto) senza i vitali guizzi di ironia che rendevano quelle miserie “speciali”, il film fa tornare in mente la poesia di Eduardo:
‘O rrau
‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
Io nun sogno difficultuso;
ma luvàmell”a miezo st’uso.
Sì, va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avèssem’ appiccecà?
Tu che dice? Chest’è rraù?
E io m’a ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘a faje dicere na parola?
Chesta è carne c’ ‘a pummarola.
Come dire: mme piaceva ‘o presebbio, chesto l’aggio guardato ppe’ m’ ‘o guardà.
Antonio Ferraro




Dio salvi la Regina

di Andrés Arce Maldonado. Con Sibilla BarbieriMariano RigilloIgor MatteiBabak KarimiVittorio Allegra  – Italia 2020

 

Diana (Barbieri) è un medico della Asl, è separata e vive con due figli, Orlando (Allegra) studiosissimo ma insofferente della disciplina scolastica e dei voti e Perla (Ella Gorini) che è in piena tempesta adolescenziale. La sua vita familiare è normalmente complicata – i figli da accompagnare, la scuola che non fa nessuno sforzo per capire i ragazzi, il condominio perpetuamente ostile –  e la sua vita professionale sostanzialmente insoddisfacente: lei vorrebbe fare seriamente il medico ma i suoi pazienti o le chiedono ingiustificati certificati di malattia o  sono come l’ipocondriaco ingegner Braccialetti (Alberto Caneva), che – spalleggiato dalla materna e sofferente moglie (Paola Muratore) -pretende visite, consulti e ricoveri per malattie inesistenti. Un giorno, stanca di tutto quello che non funziona, va dal padre (Rigillo), prestigioso avvocato divorzista e gli chiede come può fare a fondare in casa propria uno Stato indipendente. L’Avvocato (così rispettosamente tutti lo chiamano) cerca di dissuaderla ma lei non si dà per vinta: manda un esposto al Presidente della Repubblica e a tutte le autorità competenti con la quale chiede che al suo appartamento sia riconosciuta la dignità di Stato e, proclamandosi Regina, issa sul terrazzo una bandiera azzurra, decidendo che al suo interno campeggi un animale dello stesso colore (via via uno diverso: un uccello, un delfino, un elefante, tutti rigorosamente azzurri). Partecipano, con diversi gradi di entusiasmo, al progetto i figli, il fratello Marcello (Mattei) – che ha da qualche tempo di deciso di vivere nella natura, senza lavorare e ha troncato il legame con la sua compagna Rosa (Ana Brigitte Fernandez) –  le sua amiche Elena – innamorata di un uomo sposato (Vittorio Ciardo) e in costante attesa che lui lasci la moglie – e Sam – che in ogni  situazione trova e sottolinea un contenuto sessuale – e la colf sudamericana Lupe (Maria Irma Reyas) alla quale piace comunque il casino. Marcello è, ovviamente, il più partecipativo al progetto e si piazza con una tenda canadese sul terrazzo della sorella, mentre Rosa – che spera di riconquistarlo – si presenta a casa ad ogni occasione; Orlando comunica che da quel momento non andrà più a scuola e, quando la madre gli comunica che non gli darà più da mangiare, la sorella lo segue in una sorta di sciopero della fame (naturalmente Lupe provvederà a dar loro di nascosto i manicaretti che cucina). Sarà il nonno a risolvere la situazione: porta a cena il nipote e, con il realismo di uomo navigato, gli prospetta le dura alternative che il rifiuto di un regolare corso di studi gli aprirebbero, convincendolo a tornare al liceo. Diana litiga con il condominio per via della bandiera che copre l’antenna centrale e trova un’inaspettata complicità nel Professore (Filippo Gili), uno scorbutico vicino che la intrigava. Elena, intanto, va da Diana e comunica di aver aggredito l’amante e di averlo lasciato, salvo, quando lui si presenta in casa, passare la notte con lui sul divano. La professoressa (Raffaella D’avella) di Orlando ha deciso di bocciarlo e quando lo comunica a Diana, lei per nulla contrariata dichiara di essere fiera dell’indipendenza del figlio. Tutto finirà in una festa nell’appartamento/regno di Diana, nel quale hanno trovato rifugio anche l’ingegnere distrutto dalla morte della moglie, autenticamente malata, e un simpatico Apolide (Karimi) in cerca di uno Stato a sua misura. La favola finisce ma la voglia di libertà di Diana e dei suoi “sudditi” no.

Sibilla Barbieri, poliedrica artista, questo film lo ha scritto, prodotto ed interpretato ma – contrariamente a quanto spesso avviene in questi casi – ha messo insieme un cast di grande sapienza attoriale e lo ha affidato ad un regista esperto, il quale, a sua volta, ha saggiamente deciso di mettersi al servizio della storia senza sbavature d’autore. Il risultato è una sorta di comédie de boulevard teneramente anarchica, che è una bella novità in un panorama di fasulle post-commedie all’italiana intrise di conformistico moralismo. Ciascuno degli attori meriterebbe una menzione ma ci si può limitare a segnalare la efficacissima presenza di Mariano Rigillo (“Quando ha accettato sono quasi svenuta” dice l’autrice), di Babak Karimi (Orso d’Argento a Berlino per Una separazione di Asghar Farhadi, che ha vinto l’Oscar nel 2012) e, in piccolo, buffo ruolo, di Jun Ichikawa (la protagonista di Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi). Non si può, però, non concentrare    l’attenzione su come Simona Barbieri riesca a magnetizzare costantemente lo sguardo e le emozioni del pubblico e Igor Mattei dia un segnale forte nella direzione della commedia alla francese, riuscendo a sfuggire al tranello di un facile chaplinismo (nel quale attori meno esperti e profondi avrebbero rinchiuso il drop-out Marcello), trovando i toni del Jean Gabin di Archimede il clochard o del Michel Simon di Boudou salvato dalle acque. E’ naturale che un film così indipendente e personale abbia dei difetti – quasi tutti dovuti alle limitazioni di budget – ma il risultato è un’opera frasca, divertente e, vivaddio, lontana dai provincialismi, spesso ideologici, del nostro cinema.

 

 

 




Non odiare

di Mauro Mancini. Con Alessandro GassmannSara SerraioccoLuka Zunic, Lorenzo BuonoraCosimo Fusco Italia, Polonia 2020

Il medico Simone Segre (Gassmann), uomo solitario e incupito, sta facendo canottaggio quando sente il rumore di un incidente. In una macchina semidistrutta c’è un uomo (Maurizio Zacchigna) gravemente ferito; lui chiama il pronto soccorso e si sfila la cintura per frenarne l’emorragia ma gli vede, tatuati sul petto e sul braccio, simboli nazisti, rabbiosamente si rimette la cinghia; all’arrivo dell’ambulanza l’uomo è morto e lui comunica di non aver potuto fare niente per salvarlo. Simone torna a casa in preda a violenta angoscia e, qualche giorno dopo, assiste da lontano al funerale dell’infortunato; ci sono i suoi ex-camerati e i tre figli: Marica (Serraiocco), Marcello (Zunic) e il piccolo Paolo (Buonora). Il più grande ha chiaramente seguito le orme del padre ed è un naziskin, mentre la sorella, assennata e rassegnata, ha lasciato un buon lavoro a Roma per aiutare i fratelli, in particolare Paolo che mostra buona predisposizione allo studio e una bella manualità.   Il giorno dopo Simone segue Marica e vede che lascia in giro dei volantini con i quali si offre come colf a ore; ne prende una striscia e dopo aver licenziato la donna (Lucka Pockaj) che lavorava in casa sua, offre il posto alla ragazza. Intanto si deve occupare della casa ereditata dal padre (Fusco), un medico che, internato in un campo di concentramento, si era dovuto arrangiare per sopravvivere a curare i denti degli ufficiali nazisti. La casa è sommersa di paccottiglia ed è sorvegliata da un rabbioso cane pastore e tutto questo non fa che acuire il suo risentimento per il genitore con il quale non era in rapporti da anni prima che morisse. Marcello, frugando nella borsa della sorella, scopre che lavora per un “giudìo” e, dopo aver tentato invano di dissuaderla, va all’imbarcadero nel quale Simone sta tornando con la canoa e, di nuovo inutilmente, lo minaccia. Segre aggiunge una gratifica al salario di Marica ma lei, diffidente (è pur sempre in casa di un uomo solo), gliela restituisce. Il medico è sempre più confuso ed irritabile, tanto che in auto con un collega (Paolo Giovannucci) scaccia con rabbia un lavavetri. Una sera Marcello propone al suo amico Dario (Gabriele Sangricoli) e a un altro loro camerata, anziché un “bangla-tour” (il pestaggio di qualche immigrato), di andare a picchiare il “giudìo”; lo colgono solo in strada e lo picchiano; lui va al commissariato per sporgere denuncia ma, all’ultimo minuto, torna indietro. Intanto Marica e Marcello vengono contattati dal caporione neofascista Rocco (Lorenzo Acquaviva), spietato usuraio che chiede, minacciandoli, la restituzione entro una settimana di 12.000 euro a fronte di 3.000 euro prestati al padre. Tra Simone – che ha portato la ragazza in casa del padre (dove il cane si sta acquetando), chiedendole di ripulirla dopo che i traslocatori la avranno liberata – e Marica sta nascendo un sentimento ma quando si baciano, lui si scosta dicendole di non potere. Marcello va da Rocco con i pochi soldi che lui e la sorella hanno raccolto ma questi lo scaccia sprezzante al che lui gli dà una coltellata; l’altro, pur colpito mortalmente, estrae un revolver e gli spara. Il ragazzo, ferito e spaventato, non trova altra soluzione che andare da Segre. Questi lo cura e, insieme alla sorella lo accudisce. La vicenda ha un epilogo malinconico ma pacificato, dove ciascuno dei personaggi trova uno spazio per ricominciare, affrontando il peso di antichi e recenti rimorsi e rimpianti.

Il film era quest’anno a Venezia, unico italiano nella selezione della Settimana Internazionale della Critica, ed ha fatto vincere a Gassmann il Premio Pasinetti e all’esordiente Zunic il Nuovolmaie Talent Award. Premi più che meritati: il giovane attore ha dato una gran prova in un ruolo a costante rischio di cliché e Gassmann – pur, forse, un po’ sovraesposto – ha retto la prova con bella intensità e – da professionista di solida scuola – pregevole generosità, lasciando i giusti spazi ai giovani compagni di scena e valorizzandoli (un po’ del merito del premio a Zunic possiamo dire sia anche suo). Non odiare è, peraltro, un ottimo esordio: Mauro Mancini, dopo aver firmato nel 2009 un episodio del collettivo Feibum – Il film, ha scelto questa storia complessa e con mille rischi di retorica e ha dato prova di saperla gestire con sapienza e con la risoluta volontà di non cedere a scorciatoie ammiccanti; l’unico difetto (perdonabile per un così difficile esordio)  sta, paradossalmente, in un suo pregio: le location triestine del film  sono splendide e  inattese e – come succede quando le si sceglie con talento – contribuiscono efficacemente al racconto ma, talora, il regista sembra essere sovrastato dal fascino dei luoghi e vi sofferma l’azione un po’ più del necessario. Nel complesso, comunque, (e qui mi fido del giudizio di amici che, a differenza di me, erano a Venezia) credo proprio che questo sia il miglior film italiano presentato all’ultima Biennale. Nel vederlo ho pensato – e non sono stato il solo – ad un altro sorprendente film di ambientazione ideale simile, American History X: in Non odiare c’è la stessa volontà di “capire” artisticamente, senza appesantimenti sociologici od ideologici ma – pur mantenendo la doverosa distanza da un mondo squallidamente violento – con l’empatia di chi sa restituire a chi guarda “persone” dolenti e non stereotipi. Una parola va spesa poi per la qualità produttiva del film: la Movimento Film di Mario Mazzarotto ha, come spesso fa, dato al film tutto quello che serviva – di lavoro e di mezzi – per rendere così esteticamente efficace un’opera prima. Nel nostro cinema, da molto tempo ormai, è un comportamento sempre più raro e va sottolineato perché è la sola premessa perché un indubbio talento narrativo possa venir fuori. Non dimentichiamo mai che, nel cinema, l’uso intelligente dei soldi è creativo e decisivo al pari della ispirazione artistica degli autori e degli interpreti.




Spettri di Henrik Ibsen

Regia di Walter Pagliaro

Con Micaela Esdra, Igor Matteri, Giorgio Crisafi, Fabrizio Amicucci, Dalila Reas

Helen (Esdra), la vedova del nobile Capitano Alvig sta prendendo gli ultimi accordi con il mellifluo pastore Mandes (Crisafi) per l’inaugurazione dell’orfanotrofio che porterà il nome del marito a celebrarne le virtù. In realtà lui era un debosciato e tutto il peso del consolidamento del patrimonio di famiglia e del mantenimento del buon nome del casato, nonché l’educazione del figlio Osvald –mandato appena giovinetto a Parigi per allontanarlo dalle depravazioni paterne – avevano gravato sulle sue spalle di donna forte e consapevole. Ecco tornare Osvald (Mattei) che, dopo un brillante esordio come pittore, è ora debilitato da un male profondo che gli impedisce di fare qualunque cosa. In casa Alvig lavora come cameriera Regine (Reas), figlia del bieco falegname Jakob (Amicucci), che cerca, con l’aiuto (inconsapevole?) del pastore, di farsi dare i suoi risparmi per aprire un bordello per marinai e farvela lavorare; quando Osvald la vede, se ne innamora e si riaccende alla speranza di poter, con il suo aiuto, ritrovare la forza di vivere. Lei però è figlia naturale del barone e Helen sarà travolta dall’orrore quando saprà che si è congiunta con Osvald. Tutto il castello di perbenismo che caparbiamente la madre aveva costruito crollerà miseramente e gli antichi peccati – in un incendio devastante – distruggeranno le vite di tutti.

Spettri Foto RingrazimentiQuesta, a grandi linee, la storia che Spettri ci racconta e Pagliaro – che si conferma regista di grande respiro –  le rimane saggiamente fedele: il testo di Ibsen è troppo archetipico e potente per sopportare inutili aggiornamenti. La regia – attenta alla tradizione ibseniana ma con un occhio a Strindberg e, credo, anche a Festen di Thomas Vinterberg –  nel teatro Palladium di Roma (dove lo ho visto), mette gli attori nelle prime file di platea, dove piazza – minaccioso nella sua apparente irrilevanza – un attaccapanni con la divisa del Barone. Là dove lo spettacolo dà il suo massimo è nella distribuzione dei ruoli, a partire dai due protagonisti: la Esdra riesce a trasmettere la disperazione e la solitudine della sua Helen anche nei momenti di apparente levità e Igor Mattei, alle prese con uno dei ruoli più complicati e scivolosi di Ibsen (è un niente che si cada nel guignol), rende ad Osvald l’eccezionale – e, al contempo, universale – angoscia di vivere. Né sono da meno gli altri: Crisafi toglie a Mandes i toni luciferini per farne crescere, dialogo dopo dialogo, il brutale cinismo, Amicucci segna con pochi tratti il territorio di una malvagità che lo porta ad essere una sorta di deus ex-machina al contrario e, infine, la giovanissima Reas dà a Regine la triste dignità di un agnello sacrificale segnato sin dalla nascita. Insomma uno spettacolo intelligente, emozionante e colto e un bell’esempio del teatro essenziale – ma non pauperistico – che è particolarmente necessario proporre.




Lontano lontano

di Gianni Di Gregorio. Con Ennio FantastichiniGiorgio ColangeliGianni Di GregorioDaphne ScocciaSalih Saadin Khalid Italia 2019

Il Professore (Di Gregorio) vive a Trastevere della modesta pensione di ex-insegnante di latino e greco; il suo amico Giorgetto (Colangeli) si deve invece accontentare della pensione sociale: non ha mai avuto un impiego ed è campato di una piccola parte dei proventi di un banco di frutta e verdura che i genitori avevano lasciato al suo laborioso fratello Oreste (Giancarlo Porcacchia) e a lui, che non vi aveva quasi mai lavorato. Giorgetto tira avanti come può: mangia la frutta che il fratello, brontolando, gli regala, non paga da anni l’affitto della casetta nella quale abita (con costante rischio di sfratto) ma è di buon cuore e consente al giovane immigrato Abu (Saadin Khalid) di usare la sua doccia, dividendo con lui proprio magro pasto; ora, però, ha deciso di seguire l’esempio di altri pensionati e di andare a vivere in un paese nel quale il cambio e le condizioni generali gli consentano di vivere un po’ meglio e coinvolge nel progetto il Professore. Avendo saputo che la tabaccaia Daniela (dalla quale lui compra, speranzoso, i gratta e vinci) ha un cliente il cui fratello è andato a vivere all’estero per i suoi stessi motivi, gliene chiede l’indirizzo e lei, frugando nella memoria, tira fuori un nome e un indirizzo nella estrema periferia. Dopo un lungo tragitto in autobus i due amici arrivano nella villetta (abusiva?) di Attilio (Fantastichini) e si accorgono ben presto che non è lui la persona che cercano; parlando davanti ad una birretta, Attilio – che non ha pensione e si è improvvisato restauratore di mobili, che in parte rivende la domenica nel mercato di Porta Portese – si dimostra interessato all’idea di partire e, all’uopo, si fa accompagnare dagli altri due dal prof. Federmann (Roberto Herlitzka), al quale ha restaurato uno specchio. Quest’ultimo, dopo essersi scolato con loro una grappa di nascosto dalla moglie (Francesca Ventura), dà un saggio di tutto il suo sapere indicando loro le mete più convenienti, salvo richiamarli la sera e proporre come paese ideale le Isole Azzorre. I tre si danno da fare per trovare i soldi del viaggio: il Professore vende alcune delle sue adorate rarità letterarie ad un amico libraio (Matteo Maglia), Giorgetto si fa dare qualche soldo dal fratello e compra tanti gratta e vinci, mentre Attilio – dopo essersi ingaggiato Abu per portare dal rigattiere (Dario Beffa) i suoi strani manufatti e aver visto le precarissime condizioni di vita del giovane immigrato – comincia ad avere dei dubbi sul viaggio: ha appena ritrovato l’affetto della figlia (Daphne Scoccia), che da bambina aveva trascurato. Anche il Professore avrebbe un motivo per restare: è riuscito a parlare con la signora (Galatea Ranzi) che vedeva sempre al bar e della quale si era invaghito. In fondo, anche Giorgetto ha scoperto di stare al banco di famiglia, sopportando addirittura la temibile Signora della Cicoria (Francesca Borromeo). Alla fine qualcuno partirà ma non è detto che siano loro (una fetta di cocomero a Terracina, in fondo, è già abbastanza esotica).

Lo sceneggiatore Gianni Di Gregorio dopo il tardivo e fortunato esordio con Pranzo di Ferragosto sembrava aver esaurito la coinvolgente e teneramente ironica vena: i suoi due successivi film da regista, Gianni e le donne e Buoni a nulla, sembravano stanche riproposizioni del suo personaggio indolente e sognatore. Lontano lontano (tratto dal suo racconto Poracciamente vivere, apparso nella raccolta  di autori romani Storie della città eterna, edito da Sellerio) è invece una bella sorpresa: lui sembra aver ritrovato la propria miglior vena, i suoi compagni di scena (Fantastichini nella suo ultimo ruolo prima della scomparsa, Colangeli ed Herliztka) sono bravissimi, Trastevere diventa sommessa ma efficacissima co-protagonista (e non era facile riprenderla per l’ennesima volta e darle un tocco personale) e lo stesso finale buonistissimo (che non raccontiamo per non spoilerare ma è facile da intuire), ben lungi dall’aver lo sgradevole sapore di una forzatura nella chiave dell’odioso politically correct, chiude con un soffio poetico la favola dei tre anziani:.. e vissero “poracciamente” ma, in fondo felici e contenti.




L’hotel degli amori smarriti (Chambre 212)

 di Christophe Honoré. Con Chiara MastroianniVincent LacosteCamille CottinBenjamin BiolayStéphane Roger   Francia 2019

Lo studente Asdrubal (Harison Arevalo) sta facendo lo svenevole sulla porta con la fidanzata (Clara Choi), quando da dietro una tenda appare, seminuda, Marie (Mastroianni), l’insegnante di diritto del ragazzo, che dichiara di non aver nessuna voglia di assistere di nascosto a quelle smancerie e, dopo aver dichiarato alla ragazza di essere stata lei a sedurle il fidanzato, si riveste e se ne va. Tornata a casa va a fare una doccia e il marito Richard (Biolay) vede sul suo cellulare i messaggi d’amore di Asdrubal. La affronta e lei difende il proprio diritto ad una vita sessuale libera e dice di essere sicura che anche lui non le è fedele; non è così e lui le dichiara tutta la propria amarezza. Più tardi, mentre Richard dorme, lei esce e prende una stanza nell’hotel davanti alla loro casa, dalla cui finestra può spiare i movimenti del marito. Poco dopo la raggiunge Richard venticinquenne (Vincent Lacoste) – all’età del loro matrimonio- e dopo una serie di recriminazioni, loro fanno l’amore. Ecco che arriva la quarantenne Irene (Camille Cottin), l’insegnante di pianoforte, con la quale lui, quattordicenne (Kolia Abitebul), aveva avuto una relazione, terminata quando lui le aveva comunicato che si sarebbe sposato con Marie. Ora Irene rivendica il diritto a riprendersi Richard, che non ha mai smesso di amare. Marie si ingelosisce ma, quando lui il giovane marito le ricorda i tanti amanti, arrivano le defunte mamma (Marie-Christine Adam) e nonna (Claire Johnston) di lei ad enumerarle tutti gli uomini con i quali era stata. Nuova discussione e nuova parentesi di sesso per Marie e Richard, interrotta dall’arrivo della Volontà (Stephane Roger) di lei che la induce ad approfondire la propria natura libertina e poco dopo fa salire Asdrubal, che è andato a cercarla per dichiararle il proprio amore, raggiunto da tutti gli altri amanti (Anthony Moro, Nassim Rachy, Tommy Schlesser, Alexander Leach, Amin Boué, Victor Bergeon, Selim Zahrani, Nabil Taleb, Anthony Deveaux, Cyril Mezger) di lei. Intanto Irene è andata a casa di Richard e, mentre cerca di portarlo a letto gli mostra il bambino (Gabriel Onée) che avrebbero avuto se fossero stati insieme e che lui avrebbe desiderato (Marie non aveva voluto avere figli). Lui le dice di amare ancora la moglie e la pianista se ne va con il bambino che è diventato un bambolotto. Marie la vede disperata e la porta nella casa al mare dove lei andrà a vivere e sarà una felice lesbica sessantenne (Carole Bouquet). Alla fine della nottata Marie e Richard ricominceranno il loro complesso ma irrinunciabile ménage.

Christophe Honoré è, di base, uno scrittore e, anche nei suoi racconti per i ragazzi, tende al didascalismo e alla provocazione. I suoi film (raramente distribuiti in Italia) sono, a loro volta, piccole provocazioni con taglio adolescenziale sulla labile complessità dei sentimenti. Qualche tempo prima di questo film, nel 2011, si era cimentato nel complesso musical (ma lui aveva preferito considerarlo un racconto sottolineato da musiche) storico Les Bien-Aimés, in cui le vicende sentimentali ed erotiche dei protagonisti sono attraversate dagli eventi degli ultimi 40 anni. L’hotel degli amori smarriti è, forse, la sua opera cinematografica più ambiziosa, con richiami al racconto Wakefiled (un marito in crisi si nasconde in un edificio di fronte alla sua casa per spiare i movimenti dell moglie) di Hawthorne, con rimandi stilistici alla nouvelle vague ma anche a Robbe-Grillet e, forse, al Roger Corman de I vivi e i morti e de Il pozzo e il pendolo (i colori delle stanze che sottolineano stati d’animo, cosi come all’Antonioni de Il deserto rosso. Come in Les Bien-Aimés le canzoni hanno un forte ruolo di contrappunto: Vanoni-Toquinho, The Rapture, Caterina Valente e, soprattutto Charles Aznavour (addirittura evocato da Stephan Roger, famoso attore d’avanguardia che spesso cita, imitandolo, il cantautore armeno) danno un respiro alle vicende che altrimenti non avrebbero. Si, perché il film è faticoso e pesantemente metaforico (a cominciare dal titolo originale, Chambre 212, che è il numero dell’articolo del codice civile – che Marie, docente di diritto, conosce bene – che tratta del rispetto tra coniugi). Chiara Mastroianni è stata premiata per questo ruolo a Cannes nel sezione “Un certain regard”. Buon per lei.

 




Gli anni più belli

di Gabriele Muccino. Con Pierfrancesco FavinoMicaela RamazzottiKim Rossi StuartClaudio SantamariaFrancesco Centorame  Italia 2020

Giulio (Centorame) e Paolo (Andrea Pittorino) nel ’68 sono due quattordicenni che si trovano coinvolti casualmente in uno scontro con la polizia, nel quale un altro ragazzo, Riccardo (Matteo De Buono) viene colpito da un proiettile; i due amici lo portano in ospedale e lo continuano ad andare a trovare finché, abbastanza miracolosamente, guarisce; sarà il terzo, inseparabile amico, soprannominato dagli altri due il Sopravvissuto o, meglio, Sopravvissù. Quest’ultimo è figlio di due hippy e vive con loro in una villetta sul lago, dove Paolo, appassionato di ornitologia costruisce una colombaia. Questa sua passione colpirà Gemma (Alma Noce), che lo rimorchia dopo una sua prolusione in classe sul volo degli uccelli. Ora sono in quattro e Giulio, figlio del gommista violento e anaffettivo Oreste (Fabrizio Nardi), li coinvolge nell’acquisto dallo sfasciacarrozze (Massimiliano Cardia) del rottame di una fuoriserie rossa, che –scontrandosi con il padre –  rimette in sesto. Ora con la macchina, si sentono liberi di girare il mondo ma Oreste la vende dando al figlio solo pochi spiccioli. In quegli stessi giorni Gemma, che non aveva mai conosciuto il padre, perde la madre (Azzurra Rocchi) malata terminale; è così costretta ad andare con la zia (Titti Nuzzolese) a Napoli ma prima di partire decide di perdere la verginità con Paolo. Ora i ragazzi sono grandi: Giulio (Favino) si è laureato in Legge, Paolo (Rossi Stuart) in Lettere, Riccardo (Santamaria) insegue il sogno di occuparsi di cinema, facendo la comparsa e scrivendo recensioni per piccole testate mentre Gemma (Ramazzotti), per lenire le angosce, a Napoli si dà un po’ a tutti fino a convivere con il manesco Nunzio (Gennaro Apicella), piccolo spacciatore. Giulio ha scelto di fare il difensore d’ufficio per aiutare tutti quelli che non possono permettersi un avvocato, Riccardo ha conosciuto sul set un’aspirante attrice, Anna (Emma Marone), e si mette con lei. Paolo tira avanti a forza di supplenze e, nel tempo libero, dà una mano nel baretto della madre (Paola Sotgiu) e proprio lì incontra Gemma che è venuta a Roma con il fidanzato; l’incontro li emoziona entrambi e, tornata a Napoli, lei scappa di notte dalla casa di Nunzio per raggiungere il suo primo amore. La convivenza con la madre di Paolo non è semplicissima ma un giorno lui la va a prendere nel cocktail-bar dove lei lavora e le promette che cercherà un appartamentino per loro due ma, di lì a poco, la madre ha un ictus e lui è costretto a stare con lei per accudirla. Riccardo sposa Anna e, al pranzo di nozze, nasce una attrazione tra Gemma e Giulio che, dopo un periodo di incontri clandestini, decidono di vivere insieme e, quando lo dicono a Paolo, questi esce distrutto dal colloquio. Il celebre avvocato Nobili (Mariano Rigilio), che ha saputo delle capacità professionali di Giulio, lo chiama e gli offre uno stipendio-base di 8 milioni più benefit, e lui, si pur con la coscienza che gli rimorde, accetta. Poco dopo lo studio si trova a difendere il corrotto e potente politico e uomo d’affari Sergio Angelucci (Francesco Acquaroli) per un pesante affare di malasanità. Il giorno dell’udienza decisiva, l’avv. Nobili ha un grave incidente d’auto e Giulio deve pronunciare l’arringa difensiva; è così convincente e preparato sui cavilli giuridici da far assolvere il deputato. Questi, felicissimo, lo assume in un ruolo apicale nella sua azienda mentre la figlia Margherita (Nicoletta Romanoff) decide di conquistarlo. Ci riesce e ora è Giulio a lasciare, dopo una scenata, Gemma. Di lì a poco anche Anna – che ha avuto un bambino e che non riesce a tirare avanti con i pochi soldi che Riccardo saltuariamente guadagna –  si lascia convincere dalla madre (Antonella Valitutti) a partire con lei. Riccardo chiama Paolo (che ha ottenuto la sospirata cattedra) e passa la serata a bere con lui, insieme incontrano Gemma ma Paolo non riesce a dimenticare e, quando i due, un po’ brilli, si buttano nella Fontana di Trevi, lui se ne va esasperato. Giulio e Margherita hanno avuto una figlia, Sveva (Elisa Visari), che, da adolescente soffre nel vedere l’indifferenza del padre di fronte ai palesi tradimenti della madre; lui, allora, la porta nella sua povera casa natale e le racconta la durezza dei suoi primi passi nella vita. Paolo e Gemma – che ora vive con il figlio adolescente Leonardo (Ilan Muccino) –si incontrano su di un autobus e ricominciano a vedersi, per poi sposarsi. Un incontro casuale alla stazione tra Giulio e Riccardo fa venire ad entrambi la voglia di rivedersi e così organizzano una cena con Paolo nella trattoria che frequentavano da ragazzi. Saranno di nuovo amici.

Muccino è sempre stato un autore divisivo: i suoi film sono stati considerati da buona parte della critica ufficiale dei melò di scarso spessore, ancora più invisi perché spesso capaci di ottimi incassi (brutto difetto per molti: se piaci al pubblico sei inevitabilmente mediocre): 12,5 milioni L’ultimo bacio (mentre usciva, incassando la metà, La stanza del figlio: non si fa!) 10 Ricordati di me, 9 Baciami ancora, 9 A casa tutti bene. Né era piaciuta la trasferta americana per fare (non sia mai signora mia!) con alterne fortune dei film commerciali. Per Gli anni più belli, poi si è addirittura spinto fino alla dichiarata (con tanto di acquisizione dei diritti) ispirazione a C’eravamo tanto amati. In effetti il film di Scola è il suo capolavoro: c’è la summa di tutta la sua poetica e anche i suoi difetti – tipo un fastidioso manicheismo politico-culturale che in altri suoi film (penso a Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam o a Mario, Maria e Mario) ne appesantivano il racconto – davano alle vicende di Gassman, Manfredi, Sandrelli e Satta Flores la forza di una passione ideologica che le rendeva universali. Muccino lascia scivolare qua e là qualche omaggio al film di Scola (vedi le soggettive dei protagonisti che raccontano direttamente al pubblico lo snodarsi della trama o, più ancora, lo stacco su nero di Gemma come nella ironica citazione di Strano interludio in C’eravamo tanto amati) ma, in realtà, procede per proprio conto e, come è nel suo stile, non ci racconta una generazione ma tre persone e i loro sentimenti. Bisogna dire che, rispetto al gridatissimo A casa tutti bene, questo film ha una bella compostezza. Nel cast (inutile fare ingenerosi paragoni) brilla Kim Rossi Stuart ed è una bella sorpresa Fabrizio Nardi (il Pedro del duo comico Pablo e Pedro), cattivo convincentissimo. E’ un melò? Sì, è un melò con tanto di lieto fine e di canzoni (una originale) di Baglioni ma lo si vede con piacere e i primi incassi lo confermano.

 

 




Villetta con ospiti

di Ivano De Matteo. Con Marco GialliniMichela CesconMassimiliano GalloErika BlancCristina Flutur Italia- Francia 2020

Giorgio (Giallini) è un romano emigrato in un paesino del Veneto e dirige l’azienda vinicola della famiglia della moglie Diletta (Cescon); è venerdì e dà alcune disposizioni alla segretaria (Giulia Corrocher) prima della sua partenza per un lungo week-end. Diletta è in chiesa, dove – dopo aver suonato nervosamente l’organo – prende gli ultimi accordi con il parroco, don Carlo (Vinicio Marchioni) per la festa in piazza con lotteria che ha organizzato per quel pomeriggio e che – come tutto – le crea una grande ansia. Il marito, dopo aver dato delle medicine per la suocera Miranda (Blank) al giovane tuttofare rumeno Adrian (Ioan Tiberiu Dobrica), aver discusso con il suo amico commissario Panti (Gallo) per una pistola che lui avrebbe mostrato in pubblico va al bar e –dopo aver salutato l’untuoso dottor De Santis (Bebo Storti), tempestato di telefonate della collerica Miranda che lui ha da poco operato ad un’anca e che si lagna dei dolori post-operatori –  ordina delle paste e dei giochi alla pasticcera (Stephany Maciel Santana); dopo di che va a casa. Diletta passa, prima di rientrare, a trovare la madre che la aggredisce sostenendo che il genero sta facendo strane manovre finanziarie in azienda e non risponde alle sue convocazioni, sostiene che De Santis l’ha operata solo per spillarle quattrini e tratta – come sempre – male la paziente cameriera Sonia (Flutur) madre di Adrian. A casa, Diletta cerca di convincere il marito a stare con lei in quel pomeriggio impegnativo ma lui le oppone improrogabili incontri di lavoro e, dopo aver dato i dolci e i giochini ai figli – il settenne Matteo (Luca Dimulescu) e l’adolescente Beatrice (Monica Billiani) – parte per la sua vera meta: un week-end di sesso con la bella pasticcera. Il commissario sta pedinando, in macchina con un sottoposto (Edoardo Tidei), il corrotto dottore, dopodiché perquisisce il camion del trasportatore Ilia (Mariu Bizau), fratello di Sonja, chiudendo un occhio su quello – alimenti ma probabilmente anche altro – che contrabbanda. Durante la festa in piazza Adrian – che aveva appena litigato con la madre, che per dare una vita migliore a lui e al figlio piccolo che ha lasciato in Romania accetta (troppo passivamente, secondo il ragazzo) i maltrattamenti di Miranda – incontra Beatrice e si capisce che tra i due c’è qualcosa di più di un’amicizia ma la loro conversazione viene interrotta dalla madre della ragazza che irrompe quando vede la figlia bere la birra che lui le offre. Un improvviso acquazzone interrompe la festa e Diletta si rifugia in chiesa, dove intravede don Carlo – noto in paese per quelle imprese – che sta facendo l’amore con una parrocchiana. Sconvolta, torna a casa e si preoccupa perché la figlia non è tornata e quando, molto più tardi, lei suona il campanello (ha perso le chiavi che erano nella borsetta mentre chiacchierava con Adrian) le fa una scenata e le proibisce di uscire di nuovo; dopodiché si imbottisce di calmanti e va a letto. Di notte viene svegliata da un rumore, scende con la pistola del marito e, quando vede uno sconosciuto coperto da un cappuccio aggirarsi per la casa gli spara ferendolo gravemente: è Adrian e lei chiama in soccorso il prete e il marito. Questi, a sua volta, fa arrivare Panti e poco dopo viene convocato d’urgenza De Santis ma il ragazzo muore dissanguato. Una catena di reciproci ricatti, che coinvolgono anche Ilia, metterà tutto a tacere.

Ogni cinematografia ha degli registi/artigiani che sono un punto di riferimento per determinate zone di racconto. De Matteo può essere considerato tale per quanto riguarda il cinema di solido impegno sociale; nitido, preciso, mai predicatorio racconta le pecche del sistema – sia che si tratti delle ipocrisie dei buonisti da salotto (La bella gente), del tifo calcistico come copertura di inconfessate angosce (Ultimo stadio), delle nuove povertà conseguenti alle separazioni (Gli equilibristi) o della violenza domestica (La vita possibile) – senza manicheismo ma, anzi, con una empatia per tutti i personaggi delle sue storie. Che sia regista di qualità lo dimostra il suo I nostri ragazzi che, con mezzi molto più limitati, surclassa la patinatissima versione americana con Richard Gere dello stesso romanzo di Herman Koch, The dinner. Per Villetta con ospiti dichiara di aver rivisto, data l’ambientazione tra la buona borghesia veneta, il capolavoro Signore e signori di Pietro Germi; il film era un inevitabile punto di riferimento ma Di Matteo non ha la divertita ironia di Germi mentre Villetta con ospiti – ed è un notevole pregio – ha molti punti di contatto con i preziosi gialli di Claude Chabrol. Dall’autore di A doppia mandata, Stephane, una moglie infedele, Scandale – Delitti e champagne (che riusciva ad esempio, ne Il tagliagole, a restituirci l’umanità di un serial killer, timido e innamorato macellaio di provincia) De Matteo ha in comune una sorta di cinismo comprensivo che aggiunge rotondità e profondità al racconto.Il cast è adeguato ma, mentre i protagonisti maschili si appoggiano con mestiere alle loro collaudate maschere, la Blank, la rumena Flutur (nel 2012 vinse a Cannes con Oltre le colline di Cristian Mungiu) e, soprattutto, la Cescon dànno una prova esemplare.




1917

di Sam Mendes. Con George MacKayDean-Charles ChapmanMark StrongAndrew ScottRichard Madden Gran Bretagna 2019

I caporali Blake (Chapman) e Schofield (MacKay), di stanza con l’Ottavo battaglione inglese nel nord della Francia sono reclutati d’urgenza dal sergente Sanders (Daniel Mays) e portati al cospetto del generale Erinmore (Colin Firth) che affida loro una importantissima e pressoché suicida missione: dovranno, passando per la Terra di Nessuno, raggiungere la cittadina di Ecoust-Saint-Meine in mano ai tedeschi, di lì arrivare al bosco di Croisilles, dove è accampato il Secondo Battaglione Devon e consegnare al colonnello MacKenzie (Benedict Cumberbatch) un plico, recante l’ordine di fermare l’attacco che all’alba del giorno dopo avrebbe sferrato contro le truppe germaniche apparentemente in ritirata. In realtà i servizi segreti britannici, fotografando dall’alto la zona, avevano scoperto che la ritirata del nemico era un trucco e che i 1.600 soldati del Battaglione sarebbero annientati. Il fratello (Madden) di Blake è un tenente della Devon e lui si precipita fuori dalle trincee per salvarlo mentre Schofield – che ha moglie e due figli – è spaventato dalla pericolosità della missione e non lo rincuorano certo le pessimistiche previsioni del tenente Leslie (Scott) che, ubriaco, indicando il percorso per uscire dal reticolato che circonda la trincea, preconizza il loro non ritorno.  Fuori li aspetta uno scenario agghiacciante: fango, mota, acque nere a cielo aperto, cadaveri di uomini, mucche e cavalli. Arrivano, affamati e stremati ad una fattoria e lì Schofield può riempire la borraccia di latte, mentre Blake vede una battaglia tra due aerei inglesi ed uno tedesco; quando quest’ultimo colpito cade a terra e si incendia; Schofield vorrebbe sparare al pilota ferito ma Blake lo tira fuori dal velivolo in fiamme con il risultato di venire pugnalato e morire. L’amico spara al tedesco e lo uccide, poi in lacrime prende il plico, la piastrina e i pochi valori dal commilitone; in quel momento arriva un piccolo contingente di soldati guidato dal Capitano Smith, che ricompone alla meglio il corpo e fa salire Schofield su di un camion. Il viaggio è assai incidentato e il ponte che porta a Ecoust è crollato sotto le bombe. Il caporale deve perciò proseguire a piedi e Smith gli consiglia di consegnare il messaggio davanti a testimoni: il colonnello MacKenzie è un militare fanatico e potrebbe non interrompere l’attacco. E’ notte e Schofield, costantemente bersagliato dai cecchini nemici, è tra le rovine della cittadina francese e, scappando dai tedeschi, si rifugia in una casa abbandonata dove è nascosta una ragazza, Lauri (Claire Duburcq) che accudisce una neonata (Ivy- I Macnamara) che ha perso la mamma; la piccola viene sfamata con il latte preso alla fattoria ma lui deve correre al battaglione Devon. I tedeschi lo inseguono sparando e lui si butta in un fiume e, aggrappato ad un tronco, si lascia trasportare alla riva opposta. Arriva alle trincee inglesi quando un primo reparto è già partito all’assalto e, fendendo, un mare di soldati pronti alla carica, arriva al cospetto del colonnello che sta concertando la strategia con i suoi ufficiali e, quando legge il messaggio, è costretto ad obbedire ma maledice il povero caporale. Con lui si congratula invece il Maggiore Hepburn (Adrian Scarborough) che lo manda a rifocillarsi; lui però, prima di ripartire deve dare la triste notizia al Tenente Blake e chiedergli il permesso di adempiere alla promessa fatta all’amico in punto di morte: quella di scrivere alla loro madre. I due soldati si abbracciano.

La prima guerra mondiali ha ispirato molti film; alcuni (non a caso, per lo più girati negli anni’30 e ’40) epici: Il sergente York (1941) di Howard Hawks, I fucilieri delle Argonne (1940), Gli angeli dell’inferno (1930) di Howard Huges (supportato da James Whale e Edmond Goulding); altri comici: Charlot soldato (1918) di Charlie Chaplin, Il compagno B con Stanlio e Ollio ma per la maggior parte si tratta di film di denuncia degli orrori della guerra: All’ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone (da Remarque), Westfront (1930) di Georg Wilhelm Pabst, Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubtick, i nostri La grande guerra di Mario Monicelli, Uomini contro (1970) di Francesco Rosi e Torneranno i prati (2014) di Ermanno Olmi, Per il re e per la patria (1964) di Joseph Losey, l’ironico Oh, che bella guerra (1969) di Richard Attenborough, Gli anni spezzati (1981) di Peter Weir, E Johnny prese il fucile (1971) di Dalton Trumbo fino al recente Joyeux Noel di Christian Carlon. Anche Mendes ha scelto quest’ultima strada, basando il film sui racconti del nonno milite inglese in quegli anni. Lui è un autore duttilissimo ma, sia che parli della crisi di un uomo di mezza età in American Beauty, sia che ambienti il plot tra i gangster, Era mio padre, soffonde sempre i suoi racconti di una disperante malinconia (riuscendo anche a trasmetterla al suo 007/Daniel Craig in Spectre Skyfall). L’orrore della guerra era già stato il tema del suo Jarhead la cui frase finale- “Un uomo usa un fucile per molti anni e va in guerra. Dopo, torna a casa e vede che qualsiasi altra cosa faccia della sua vita, costruire una casa, amare una donna, cambiare il pannolino a suo figlio, rimarrà sempre un Jarhead (trad: testa di lattina, persona che può solo eseguire gli ordini, senza discuterli). E tutti i Jarhead che uccidono e muoiono, saranno sempre come me” – può attagliarsi alla dolorosa trasfigurazione dei personaggi di 1917. Il film è colmo di nomination agli Oscar, tecnicamente tutte meritate ma non gli è estraneo – a partire dal presentarsi come un finto piano-sequenza – un sapore di esercitazione cerebrale che – va detto – negli ultime partecipate ed intense sequenze nel Battaglione Devon (a partire dalla splendida, toccantissima ballata ottocentesca Wayfaring Stranger) scompare per lasciare posto ad una profonda drammaticità. by Antonio Ferraro