1

Elvis – quasi una recensione

 

di Baz Luhrmann.

Con Austin ButlerTom HanksHelen ThomsonRichard Roxburgh

  1. Il Colonnello Tom Parker (Hanks), manager di Presley (Butler), in punto di morte, dà la propria versione del rapporto con Elvis Presley. Lui, di origine olandese, nasce professionalmente come imbonitore da circo; un giorno a Memphis vede la gente rapita dal blues That’s all right, mama, cantata in un disco della Sun Recordsda un ragazzo bianco. Lo trova e, dopo aver assistito ad un suo concerto dove fa impazzire le ragazzine con il suo (in seguito notissimo, da cui l’appellativo “Elvis the Pelvis) movimento della zona pelvica, decide di fargli da manager al 50% dei profitti. Lo porta via dalla Sun Records e riesce a farlo mettere sotto contratto dalla RCA e il suo singolo  Heartbreak Hoteldiventa una hit mondiale. Ora Elvis è ricco e si compra la sempre desiderata Cadillac rosa e il mitico Graceland, il villone che condivide con i genitori – la madre Gladys (Thomson), fanatica religiosa e tendente al bere e il padre Vernon (Roxburgh) debole e spendaccione – e con una caterva di parenti. La censura non tarda ad arrivare sia per la “demoniaca” musica rock che per il modo “sconcio” in cui Presley si esibisce. Parker, spaventato, cerca di convincere il suo pupillo ad adeguarsi alle restrizioni ma lui va in un bordello nero dove ascolta un esordiente Little Richard (Elton Mason) cantare Tutti Frutti; lì si confida col suo amico B.B. King (Kelvin Harrison jr.) che lo esorta a cantare come si sente, anche perché, come bianco, non rischia certo il carcere, aggiungendogli di stare in guardia da Parker.  Al concerto successivo Elvis canta come sa e muove disinvoltamente il bacino; l’esibizione viene fermata, tra i fischi dei fan e lui rischia un processo. Il Colonnello ha la soluzione: il servizio militare; così, con i capelli corti da bravo ragazzo americano, lui parte da soldato per la Germania.  La madre, totalmente alcolizzata, muore per epatite e lui, superata l’angoscia, si innamora di Priscilla (Olivia DeJonge), che poco dopo sposerà, alla quale confida di sognare una carriera attoriale come quella del suo idolo James Dean. In effetti farà molti film di successo ma sono tutti una cornice per le sue canzoni e non ne sarà mai pienamente soddisfatto. L’arrivo dei Beatles e dei Rolling Stones appanna un po’ la sua carriera ma in uno special canta – nel ricordo di Martin Luther King e di Robert Kennedy –  If I Can Dream e ritorna in vetta alle classifiche. A quel punto entra in frizione con Parker perché lui vorrebbe partire per un tour mondiale ma il Colonnello (apolide, con trascorsi discutibili e quindi sprovvisto di passaporto) glielo impedisce accampando scuse di sicurezza da possibili attentati; in più – pieno di debiti di gioco con i casinò di Las Vegas – firma, ad insaputa di Elvis, un contratto quinquennale di esibizioni sui loro palcoscenici. Il successo è grande e il cachet milionario. Presley, però torna alla carica sull’idea del giro del mondo e Parker aggira l’ostacolo con una serie di concerti in America e l’evento in mondovisione Aloha from Hawaii. Intanto il matrimonio con Priscilla – stanca di vederlo dipendere dal colonnello e da farmaci dopanti – si rompe. Elvis viene a conoscenza dei retroscena della vita del Colonnello e, alla fine di un concerto, lo licenzia platealmente. Parker, però ha l’asso nella manica: la confusa gestione di Vernon ha reso ha reso il figlio debitore nei suoi confronti di una cifra spropositata. Elvis continuerà a cantare a Las Vegas, sempre più inflaccidito da alcol, pillole e cibo fino alla morte il 16 agosto del 1977 a 42 anni. Il ludopatico Parker morirà 20 anni dopo, povero e solo.

Baz Luhrmann ha al suo attivo splendidi film: ha diretto, ad esempi, la migliore e più immaginifica (è la sua chiave) del Grande Gatsby ma il suo genio, sin dal titolo di esordio Ballroom, esplode con il musical (Romeo and Juliet, Moulin Rouge). A differenza di tutti quelli che lo hanno preceduto nel genere, lui non mette in fila coreografie e canzoni ma usa tutti i generi musicali con asincrona creatività per comporre un irripetibile caleidoscopio di armonie, sentimenti e danze. Stavolta, forse costretto dal personaggio Elvis e dalla necessità di usare quasi unicamente le sue – pur meravigliose – canzoni, stentiamo un po’ a riconoscere la sua personalissima mano. Certo, ogni tanto uno sviso di macchina, una carrellata a perdifiato ci ricordano chi dirige ma, probabilmente, la concentrazione sul “cattivo” Colonnello Parker appesantisce il racconto a spese della meravigliosa animalità di Presley (non sempre resa efficacemente dal poco più che corretto Austin Butler). Forse i momenti migliori e più liberi sono nei bordelli neri, regno incontrastato sin dal primo dixieland della musica afro-americana (piccola digressione: è tanto vero che i vari Count Basie, Duke Ellington e Nat King Cole debbono il loro “titolo nobiliare” non alla indubbia bravura ma a quanto hanno resistito nelle maratone di pianoforte dei casini; così come Jelly Roll (Rotolo di Gelatina) Norton era il soprannome che le prostitute gli avevano dato per la sua velocità ad eccitarsi). Per mettere in cattiva luce il Colonnello, tutta la filmografia di Elvis (della quale, è vero, lui non era pienamente soddisfatto) viene snobbata ma alcuni film hanno visto la regia di Don Siegel (Stella di fuoco), Michael Curtiz (La via del male) e, molti, dell’ottimo Norman Taurog (autore di alcuni dei migliori film di Jerry Lewis). A tutti i grandi capita di sbagliare un film ma, in questo caso, viene il sospetto che Elvis si inserisca in un discorso più ampio di nuove esigenze distributive e, di conseguenza, produttive. A ben vedere i sequel più recenti di campioni di incasso come Wonder Woman, Suicide Squad, Justice League e Thor sono tutti cinematograficamente appannati, come se fosse cambiato l’obiettivo di audience: al pubblico in sala dovevi dare un prodotto confezionato al meglio, mentre le piattaforme, con le loro molteplici possibilità di fruizione, hanno meno esigenze di cura costante del ritmo e della narrativa; oltretutto, si tratta comunque di operazioni costose ma di durata limitata rispetto alle serie che, se di successo, garantiscono costi diluiti e guadagni più sicuri. Se è così, stiamo assistendo ad una nuova, complessa ed ardua era per il cinema.

(Antonio Ferraro)

 




Video – Competenze e comunità: il Terzo settore nel futuro della Città Metropolitana

Giovedì 17 marzo 2022 si è svolto nella sala Luigi di Liegro di Palazzo Valentini, sede della Città Metropolitana di Roma Capitale, l’incontro tra le istituzioni dell’ex territorio provinciale e le associazioni del Terzo Settore dal titolo “Competenze e Comunità: il Terzo Settore nel futuro della Città Metropolitana”. Si è discusso in particolare della collaborazione in corso per l’attuazione degli obiettivi sociali del Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’occasione è stata utile per ribadire la cruciale importanza del Pnrr e la necessità della coprogettazione con il Terzo Settore.

Tutti i rappresentanti del Comune di Roma e della Città Metropolitana hanno ricordato con il Pnrr si ha la possibilità di coadiuvare la ripresa economica e sostenere le fragilità dei più deboli. L’assessore all’Urbanistica di Roma Maurizio Veloccia ha messo in guardia da una rimodulazione del piano dovuta alla guerra in corso in Ucraina e auspicato che il Pnrr serva ai territori per rispondere alle frequenti crisi che il nostro pianeta si trova a vivere. Il presidente della commissione speciale Pnrr di Roma Capitale, Giovanni Caudo, oltre a spiegare la cornice di attuazione generale del Pnrr ha sottolineato quanto sia importante portare le competenze del Terzo Settore all’interno dei progetti che saranno attuati. E con lui lo ha rimarcato anche l’assessore per i Servizi al Territorio Andrea Catarci. La consigliera per le Politiche Sociali della Città Metropolitana, Tiziana Biolghini, ha voluto ricordare come grazie al Pnrr e al Terzo Settore l’ente da lei rappresentato può tornare protagonista per servire i bisogni della comunità.

Durante l’incontro Riccardo Varone ha annunciato che l’Anci Lazio, ente da lui presieduto, è pronta a sottoscrivere un protocollo d’intesa con il Terzo Settore. Francesca Danese, portavoce del Forum Terzo Settore Lazio, ha accolto la notizia con grande soddisfazione.

 




ROMA: “IL LATO B DI CORVIALE”, LA DENUNCIA – VIDEO LAZIOTV

vedi anche

A Corviale c’è un grande cuore verde, se …




No-biogas Sì economia circolare: associazioni civiche e medici contro i digestori anaerobici – Video

Domenica 27 febbraio si è discusso allo Spin Time Labs di Roma di economia circolare, ed in particolare di come sarebbe molto più salutare l’uso di digestori aerobici rispetto a quelli anaerobici. Infatti, i digestori anaerobici sono dannosi per la salute e l’ambiente, secondo il movimento Legge Rifiuti Zero, l’Associazione Italiana Compostaggio e l’Isde – Associazione Medici per l’Ambiente.

Gli interventi:

Massimo Piras (Movimento Legge Rifiuti Zero) 00.35 (apertura) e 25.03 (intervista)
Andrea Tamino (biologo, Isde) 09.38
Fabio Musmeci (Associazione Italiana Compostaggio) 16.53
Laura Reali (pediatra, Isde) 20.33

Video di Christian Dalenz




Perché non possiamo non dirci manettiani

dei Manetti bros. Con Luca MarinelliMiriam LeoneValerio MastandreaClaudia GeriniVanessa Scalera

Nella città immaginaria di Clerville Diabolik (Marinelli) riesce a sfuggire all’ennesimo inseguimento della polizia guidata dall’ispettore Ginko (Mastandrea) con a fianco il fidato Palmer (Piergiorgio Bellocchio). Poco dopo Ginko (ma è Diabolik travestito) avvicina l’ereditiera sudafricana Lady Eva Kant (Leone), per avvertirla che Diabolik vorrà rubare il preziosissimo diamante rosa che lei ha portato con se; lei gli confida che il gioiello sarà nella cassaforte della sua stanza dell’hotel Excelsior. Il direttore dell’albergo (Roberto Citran) ha affidato a Roberto (Luca Di Giovanni) l’incarico di cameriere personale di Lady Kant. Diabolik, saputolo, lo uccide e – grazie ad una delle sue tante perfette maschere e all’abilità di imitare le voci – si sostituisce a lui. Intanto Elisabeth Gray (Serena Rossi) confida all’amica Nadia (Francesca Nerozzi) le sue angosce: il suo fidanzato Walter Dorian (che lei non sa essere un’identità di copertura di Diabolik) la lascia spesso, anche di notte, sola nella loro grande villa per imprecisati affari. Eva va a cena da Giorgio Caron (Alessandro Roja) che le fa pesanti avances; lei se ne va indignata e torna in tempo per cogliere Diablik mentre apre la cassaforte; lui la minaccia con un coltello ma lei lo informa che il diamante è falso: l’originale lo aveva venduto in Sudafrica per pagare dei ricattatori. Tornato nel suo covo Diabolik ha la conferma, esaminandolo, che il gioiello è falso; rientra nella sua villa per un passaggio segreto nel giardino ma Elisabeth, sia pur confusamente, vede la scena. Lui riesce, lì per lì, a rassicurarla ma l’indomani lei scende in giardino e riesce a penetrare nel laboratorio sotterraneo. Terrorizzata chiama la polizia e Ginko predispone un agguato per quando tornerà. Diabolik. Il falso Roberto è nella suite della Lady e tra le stoviglie della colazione nasconde la pietra. Eva ha capito la vera identità del cameriere e lui – per la prima volta nella sua carriera di malvivente – si toglie la maschera e i due fanno l’amore. L’ispettore Ginko, quando torna alla villa lo arresta. Al processo è presente in aula anche Eva e Diabolik riesce a comunicare con lei tramite il codice Morse e le dà le istruzioni per organizzare una fuga. Eva esegue il piano del criminale: usa il suo ascendente sul viceministro che, ricattandola (ha le prove del suo coinvolgimento nella morte dell’anziano e ricchissimo marito), le impone di fidanzarsi ufficialmente con lui; lei accetta purché lui le faccia ottenere un colloquio con Diabolik. Caron fa pressione sul direttore (Antonino Iuorio) del carcere e ottiene il permesso. Durante il colloquio Caron viene drogato e sostituito da Diabolik che così riesce ad evadere. Per prima cosa, sempre nelle vesti di Caron, va nel suo ufficio e – dopo avere detto alla segretaria (Scalera) di non far entrare nessuno – trafuga il dossier su Eva e acquisisce gli estremi della cassetta di sicurezza della banca di Ghenf, contenente i ricchi frutti dei ricatti del vice-ministro.  Di lì a poco, la direttrice (Daniela Piperno) della banca riceve con tutti gli onori una famosa collezionista d’arte (Gerini), che in realtà è Eva con una maschera, che si fa aprire una cassetta di sicurezza per depositarvi due casse contenenti – così dice – due preziosi dipinti. La direttrice le rivela i segreti del sistema di sicurezza e Diabolik potrà penetrare nel caveau ma…

Non è la prima volta che il cinema incontra Diabolik: nel 1968 Mario Bava aveva diretto John Philip Law, Marisa Mell e Michel Piccoli nei ruoli di Diabolik, Eva e Ginko con esiti non esaltanti. Erano d’altronde quelli gli anni della diffusione un Italia di fumetti per adulti e altri di quei titoli arrivarono sul grande schermo: Kriminal (1966) di Umberto Lenzi con Glenn Saxon,  Satanik (1968) di Pietro Vivarelli con Magda Konopka e (anche se di genere diverso) Isabella, duchessa dei diavoli di Bruno Corbucci con Brigitte Skay. Non era peraltro un fenomeno solo italiano; basti pensare all’ultra-pop Batman (1966) di Leslie H. Martinson con Adam West, all’action-snob Modesty Blaise–La bellissima che uccide (1966) di Joseph Losey con Monica Vitti (commistione tra 007 e il free cinema inglese) o alle realizzazioni sul modello Cahiers du Cinema di Chabrol: La tigre ama la carne fresca (1964), La tigre profumata alla dinamite (1965) – entrambi con Roger Hanin – e Marie Chantal contro il dottor Kha (1965) con Marie Laforet (i film di Chabrol non nascono da fumetti ma ne ripropongono gli stilemi). I Manetti conoscono alla perfezione il cinema e certamente hanno visto questi film – e loro stessi hanno fatto una sorta di operazione di colto recupero nel 2000 con Zora la vampira con Michela Ramazzotti e Carlo Verdone – ma il loro Diabolik è ben più solido e coinvolgente. Il target generazionale del fumetto delle sorelle Giussani non è amplissimo ma il film è una perfetta macchina di cinema: i riferimenti alla storia disegnata sono precisi (vedi la macchina da presa che segue il pugnale fino al suo mortale bersaglio) ma in Diabolik c’è Hitchcock, c’è Za’ la mort di Ghione, c’è tutto il cinema gotico, c’è il melò e la grande lirica. C’è, insomma, una capacità di fare cinema di genere e di metagenere – ma anche fortemente autoriale –  che da noi sembrava dimenticata. Una storia semplice, con dialoghi talora volutamente da fotoromanzo, riesce a coinvolgere lo spettatore a più livelli: dall’immediato piacere per un feuilleton post-moderno, al raffinato gusto di una solida cinefilia, fino al rapimento per immagini di grande efficacia. E’ per questo che – parafrasando il laico Benedetto Croce di Perché non possiamo non dirci “cristiani”– credo che chiunque ami il cinema non possa non dirsi “manettiano”.

Antonio Ferraro

 

 

 

 

 




Il tramonto del cowboy

di Clint Eastwood. Con Clint EastwoodEduardo MinettNatalia TravenDwight YoakamFernanda Urrejola USA 2021

Il vecchio cowboy ed ex idolo dei rodei Mike Milo (Eastwood) riceve dal suo amico Howard (Yoakam), padrone del ranch nel quale vive, la richiesta di andare in Messico e portargli il figlio quattordicenne Rafo (Minett), frutto di una breve relazione con Leta (Urrejola), perché ha saputo che nella casa materna il ragazzo viene maltrattato. Mike cerca di evitare il faticoso viaggio ma l’amico gli ricorda il suo debito di riconoscenza: anni prima, avendo perso la moglie e la figlia in un incidente, si era lasciato andare al dolore e all’alcool e Howard lo aveva aiutato, dandogli una casa e un lavoro. Parte per il Messico e arriva nella villa di Leta, mentre è in corso una festa. I due scagnozzi della donna, Aurelio (Horacio Garcia Rojas) e Lucas (Ivan Hernandez), lo portano dalla padrona e lei, saputo il motivo del suo arrivo, gli ride in faccia dicendogli che l’ex compagno aveva già mandato altri due a prendere il ragazzo e che entrambi avevano rinunciato; aggiunge che Rafo è un ribelle, ladro d’auto e frequentatore abituale dei combattimenti di galli; se lo trova, lo prenda pure. Mike gira per la città e trova un magazzino dove è in corso un combattimento di galli e qui vede Rafo che sta per mettere in campo il suo gallo Macho. Arriva la polizia, il ragazzo si nasconde e Mike che ha preso Macho, gli intima di venir fuori. Sulle prime Rafo sta in guardia: teme che l’uomo sia uno dei pervertiti che la corrotta madre usa mandare a molestarlo. Dopo un po’, l’idea di andare dal padre nel ranch pieno di animali lo convince e prega Mike di andare a prendergli qualcosa per il viaggio. Nella stanza del ragazzo il cowboy viene sorpreso da Aurelio che, minacciandolo con una pistola, lo porta da Leta. La donna tenta di sedurlo ma lui se ne va, con lei che lo minaccia di farlo arrestare e ordina ad Aurelio di seguirlo. Il mattino seguente, mentre sta guidando da solo, Macho sbuca dai sedili posteriori facendolo sbandare: lui e il ragazzo si erano nascosti lì. Infuriato intima a Rafo di scendere ma alla fine, vedendo i segni di frustate che il ragazzo ha sulla schiena, si convince di proseguire la sua missione. Loro sono costretti a prendere strade secondarie per sfuggire ad Aurelio e ai federales che – avvertiti da Leta – li cercano. Durante una sosta, la loro macchina viene rubata ma – arrivati ad un centro abitato – Rafo ne ruba una a sua volta. Si fermano per telefonare ma Aurelio li ha rintracciati e prende il ragazzo, gridando alle persone che assistono alla scena che lui è suo figlio e che il gringo vuole rapirlo; Macho si lancia sullo scagnozzo e, mentre lui è sbilanciato, Rafo si alza la maglietta, mostra i segni e grida che quell’uomo lo vuole prendere per abusare di lui. Gli astanti si precipitano a picchiare Aurelio e Mike, Rafo e Macho ripartono. Arrivano in un piccolo centro, dove si fermano a fare colazione nella locanda di Marta (Traven), che, intuendo che sono nei guai, caccia in malo modo lo sceriffo (Jorge-Luis Pallo), che era entrato insospettito dalle due facce nuove. La macchina rubata si è rotta e il loro soggiorno dovrà prolungarsi. Intanto Howard confessa al telefono all’amico che lui ha bisogno del figlio per usarlo con Leta, alla quale aveva intestato, per ragioni fiscali, delle proprietà delle quali ora vorrebbe – almeno per la metà – rientrare in possesso. Mike si indigna ma non dice niente a Rafo per non dargli una nuova delusione (sa, peraltro, che Howard è, in fondo, una brava persona e non lascerà mai tornare il figlio dalla perfida madre). La vita nel paesino comincia ad essere piacevole: Marta, come Mike, ha perso il marito e una figlia ed ora cresce le nipotine (Ramona Thorton, Abiah Martinez, Cesia Isabel Rosarez e Elida Munoz); in Mike, ricambiato, cresce un sentimento per la donna e Rafo ha un piccolo flirt con la più grande delle nipoti. In paese c’è un ranchero, Porfirio (Marco Rodriguez) che cattura cavalli selvatici ma non sa domarli; è il mestiere di Mike che – oltre ad insegnare a Rafo a cavalcare – si guadagna così i soldi per la permanenza, anche – grazie alla sua grande esperienza con gli animali – improvvisandosi veterinario per le bestie dei compaesani. Quando “guarisce” il cane della moglie (Darlene Kellum) dello sceriffo, entra a pieno titolo nella comunità ma l’arrivo dei federales, costringono Mike e Rafo ad una nuova fuga. Messo in salvo il ragazzo, lui torna da Marta.

Si può dire, in premessa, che non è tra i migliori film di Eastwood. Non è stato accolto bene da pubblico e critica negli Stati Uniti e anche in Europa (dove il mito dell’autore-attore è solidissimo) non ha convinto. E’ stata, in particolare, rilevata la scarsa credibilità dell’ultranovantenne Clint come uomo d’azione e – addirittura – seduttore; chi lo ha scritto ha, in parte, ragione: i suoi lenti movimenti, un tempo caratteristica di un eroe ieratico, ora sembrano soprattutto frutto degli acciacchi dell’età ma il suo carisma è sostanzialmente intatto (mi viene in mente, per assonanza, la scena finale di Bowling a Columbine nella quale – comunque la si pensasse sulla libera vendita delle armi – il “cattivo” Charlton Heston piegato in due dall’età, ruba la scena e il cuore degli spettatori rispetto al documentarista “buono” Michael Moore). Credo che i limiti di Cry macho siano due; uno, strutturale, è la qualità produttiva: lui, come sempre, produce con la sua Malpaso ma è evidente che non gli è più tanto facile trovare investitori ed assicurazioni (indispensabili per ogni film) che rischino su di un film prodotto, diretto ed interpretato da un novantunenne. L’altro limite è di genere: il western crepuscolare è sempre stato nelle corde di Eastwood ma la storia dell’orgoglioso tramonto del vecchio cowboy – dopo Solo sotto le stelle (’62) di David Miller con Kirk Douglas, Sfida nell’Alta Sierra (’61) con Randolph Scott e Joel McCrea e L’ultimo buscadero (’72) con Steve McQueen (entrambi di Sam Packinpah), Gli spostati (’61) di John Huston con Clark Gable e Il pistolero (’76) di Don Siegel con John Wayne – oggi non regge più. Il romanzo di N. Richard Nash (medio autore è sceneggiatore, noto prevalentemente per il dramma Il mago della pioggia) è del ’75 e, molto più del sempiterno Eastwood, mostra la corda. Fatto salvo tutto questo – e dando per accettabili location e cast messicani che consentono di abbassare i costi- ci sono nel film un paio di graffi con i quali il vecchio Clint lascia il segno: l’uso sapiente e ruffiano delle musiche (i due balli con Marta al ritmo di Sabor a mi rendono tutta la tenerezza di un amore fuori tempo massimo) e i suoi quasi impercettibili ma intensissimi passaggi di espressione, che traportano lo spettatore in un irresistibile coinvolgimento. Sembrano lontani i tempi degli splendidi Gran Torino e The mule (che invece sono del 2008 e del 2018) ma alla fine l’ultimo, grande macho è ancora con noi.

(Antonio Ferraro)

 




Napoli piange e ride

di Paolo Sorrentino. Con Toni ServilloFilippo ScottiTeresa SaponangeloMarlon JoubertLuisa Ranieri   Italia 2021

Anni ’80. Alla fermata dell’autobus ci sono molte persone in fila, tra queste la bella e prosperosa Patrizia (Ranieri); un’elegante macchina, guidata da un autista in divisa (Alfonso Perugini) le si ferma accanto e il proprietario (Enzo Decaro), dopo essersi presentato come San Gennaro le dice di conoscerla, di poterla aiutare nel suo desiderio di avere un figlio e si offre di accompagnarla. Prima però la porta nel suo diroccato palazzo, dove li attende un bambino nascosto da un lungo saio (il “monacielllo”); lui la invita a chinarsi e a baciare la testa del fratino e, dopo averle afferrato il sedere, le comunica che rimarrà incinta. Tornata a casa, il marito Franco (Massimiliano Gallo) la accusa di essere andata a fare le marchette e la picchia; giungono in suo soccorso i suoi parenti: Saverio Schisa (Servillo), la moglie Maria (Saponangelo) e il figlio sedicenne Fabio (Scotti), da sempre invaghito della zia Patrizia. La casa degli Schisa appare, per contrasto, un porto idilliaco: Saverio e Maria si salutano con un romantico fischio, mentre Fabio sta finendo gli studi classici – per cui cita spesso versi danteschi –  e il fratello più grande, il pigro Marchino (Joubert) frequenta con comodo l’università e partecipa a qualche provino cinematografico senza troppa convinzione (c’è anche una sorella ma è sempre chiusa in bagno). La mattina successiva Maria riceve la consueta visita dell’inquilina del piano di sopra, la Baronessa Focale (Betty Pedrazzi), che dopo aver sparlato di tutti, si assicura che, come spesso, le faccia trovare il pranzo pronto sull’uscio. La famiglia Schisa partecipa ad un pranzo per conoscere il fidanzato – l’attempato e malconcio Aldo Cavallo (Alessandro Bressanello) – della grassa sorella (Carmen Pommella) del loro cugino (Roberto De Francesco), veterinario e intrallazzone con tanto di moglie (Monica Nappo) con pose da arricchita e madre (Dora Romano) ringhiosa e scurrile, che, pur essendo estate, non si separa dalla pelliccia regalatale dal figlio. Segue una gita in barca, durante la quale Patrizia imbarazza ed eccita gli uomini prendendo il sole nuda, mentre una motonave della guardia di finanza insegue invano un motoscafo di contrabbandieri. Il discorso cade sul ventilato arrivo di Maradona al Napoli: Fabio ci spera, Saverio non ci crede e il vecchio zio Alfredo (Renato Carpentieri), comunista in crisi, si dichiara pronto al suicidio se il Pibe de Oro non dovesse arrivare. Maria ama fare gli scherzi e un giorno telefona alla vicina attrice alto-atesina Graziella (Britte Berg), alla quale dice di essere la segretaria di Zeffirelli e che il Maestro l’avrebbe scelta quale protagonista del suo prossimo film sulla Callas. Una sera un’altra telefonata fa scoppiare una violenta scenata: è l’amante di Saverio che reclama i propri diritti di madre di una sua bambina. Maria lo caccia di casa ed ha una violenta crisi di pianto, che provoca in Fabio un violento tremore; la mattina seguente il tenero autistico Marriettiello (Lino Musella), vedendola triste, cercherà di consolarla. La burrasca passa e Saverio – tornato a casa – riceve una confidenziale telefonata: Maradona ha firmato con il Napoli. Fabio ne è felice e, accompagnando il fratello per un provino con Fellini e, di lì a poco, assistendo alle riprese di un film di Capuano, conosce l’attrice Yulia (Sofya Gershevich) e sente un’improvvisa forte attrazione per il cinema (e anche un po’ per la ragazza). Durante la partita Argentina-Inghilterra, Maradona segna il suo famosi gol di mano e, mentre Zio Alfredo esclama: “E’ una rivoluzione!”, nella casa del veterinario l’entusiasmo è raggelato dei carabinieri giunti per arrestarlo. Saverio e Maria hanno comprato una casetta a Roccaraso e una domenica vi si recano, Fabio dovrebbe partire con loro ma preferisce andare a vedere Napoli-Empoli; finita la partita va in un teatrino off a vedere Yulia ma all’uscita viene raggiunto da Marchino che con lui corre a Roccaraso: i genitori hanno avuto un’incidente. Quando arrivano all’ospedale apprendono che sono morti entrambi per le esalazione di monossido di una stufetta; Fabio ha una crisi violenta quando il personale medico rifiuta (per risparmiargli uno schok) di farglieli vedere. Improvvisamente solo, Fabio – che, intanto, è stato convinto dallo zio Alfredo di dovere la vita a Maradona e ha perso la verginità con l’anziana Baronessa – farà due incontri importanti: Armando (Biagio Manna), il pilota del motoscafo dei contrabbandieri e Antonio Capuano (Ciro Capano) che – in maniera diversissima – lo convincono a non abbondare il sogno di fare il regista.

Questo è il nono film di Sorrentino – più le due serie The young pope e The new pope e le due riprese televisive delle sue regie di Sabato, domenica e lunedì e Le voci di dentro di Eduardo – ed è (come gli altri otto) personalissimo e diverso dagli altri. E’ uno dei pregi migliori del regista: avere un tocco sempre fortemente riconoscibile e cambiare profondamente stile e contenuti ogni volta. Certo questo è il suo primo film dichiaratamente autobiografico ma è altresì vero che – come per tutti gli autori ma per lui forse ancor di più – in ogni suo film racconta di sé: è il doppio Antonio/Tony de L’uomo in più e il contabile di mafia de Le conseguenze dell’amore, tutti e tre segnati da un fato di fallimento e di riscatto; è il bieco e abbandonico usuraio (ma anche l’infantilmente sleale cowboy) de L’amico di famiglia; è il potente e solitario Andreotti de Il divo ma anche l’istrionico e shakespeariano Berlusconi di Loro; potremmo proseguire ma basti ricordare il caustico cinismo che copre una dolente umanità di Jep Gambardella ne La grande bellezza per completare il mosaico di un autore che in ogni sua opera offre – con sapienza ironica e enorme profondità di auto-analisi – una dolorosa parte di sé. E’ semmai vero che in E’ stata la mano di Dio Sorrentino ci racconta con grande apertura il proprio precorso creativo: in questa chiave l’essere tornato a girare a Napoli dopo il suo primo film – oltre ad essere indispensabile nel racconto della propria giovinezza – acquista un particolare valore di dichiarazione estetica: il sentito omaggio ad Antonio Capuano (che ha creduto in lui e gli ha fatto scrivere Polvere di Napoli) è contemporaneamente una presa di distanza dall’estetica “dell’altra Napoli” che ha caratterizzato i registi partenopei da Capuano in poi (e, in parte, il suo L’uomo in più). I personaggi, che nella prima parte del film sono anche macchiettistiche maschere, dopo la tragedia diventano umanissimi e consapevoli, le location, ben lungi dalla sulfurea Napoli dei Capuano, Martone e Incerti degli esordi è quasi cartolinesca ma, anche per questo vivissima e pulsante (il citato titolo Napoli piange e ride – dal canzonettistico film di Paolo Calzavara del ’54 – allude proprio a questa profonda rivoluzione-riappropriazione estetica della tradizione, rivista con la genialità di chi costantemente sperimenta). A Capuano inoltre viene dato il compito maieutico di dichiarare il proprio dolore per la perdita dei genitori vissuta come crudele abbandono.  Si invera, nel film, ancora di più il proposito fellinianamente dichiarato di “Fare film perché la realtà è scadente”: qui la realtà/irrealtà è dolorosa ma bellissima.  E’ stata la mano di Dio ha avuto il premio della giuria a Venezia ed è candidato agli Oscar dall’Italia, scelta necessitata ed ineccepibile.

Antonio Ferraro

 

 




The hateful one

di Luca ReaDocumentario  Italia 2021

Il film è innanzitutto una lunga chiaccherata/intrevista di Quentin Tarantino. Lui è notoriamente appassionato dei western-spaghetti e di tutto il cinema di genere italiano di quegli anni; in particolare ha sempre amato Corbucci (racconta di essere stato tentato di scrivere un saggio su di lui, intitolandolo – in riferimento a LeoneL’altro Sergio) e dimostra di conoscerne perfettamente la filmografia. Si comincia con i disegni di Giordano Saviotti che raccontano tutto il non detto in C’era una volta a … Hollywood sull’esperienza in Italia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio): a pranzo con Corbucci e la moglie Nori (riconosciamo la “Taverna Flavia”, tempio della Hollywood sul Tevere degli anni ’60, ’70) lo confonde con Sergio Leone e, subito dopo, gli dice di aver visto in aereo un pessimo western italiano (è il suo Navajo Joe); il regista gli dice di essere poco propenso a prenderlo visto il suo atteggiamento ma Rick lo convince dicendogli: ”Io sono bravo nei western: è irrilevante se la storia o il regista mi piacciono o no” ma  quando gira si rende insopportabile: è disgustato dal caos del set, tratta tutti male e recita quando gli pare. Così i suoi successivi film in Italia saranno con registi minori e Corbucci non lo chiama più. Poco dopo vediamo lo stesso Corbucci raccontare, in un’intervista, di come abbia aggirato le manie da Actor’s Studio di Tony Musante, che chiedeva di potersi isolare a riflettere per rigirare una scena con dei lievi cambiamenti, risolvendo con la controfigura. Guidati da Tarantino entriamo nel vivo della produzione western di Corbucci: lui ci ricorda la grande rivoluzione operata da Leone nel genere: prima di Per un pugno di dollari in Italia si producevano pellicole che erano sfocate copie degli originali americani; lo stesso Corbucci aveva diretto Massacro al Grand Canyon, con James Mitchum, il figlio di Robert, ma già con il successivo Minnesota Clay con Cameron Mitchell viene fuori la sua vena aspra e violenta (“da lui ho imparato la cattiveria: era proprio cattivo e sanguinario” dice di lui un, altro testimonial, il regista Ruggero Deodato, allora suo aiuto). Prima della decisiva svolta di Django, arrivano i meno riusciti Navajo Joe, con l’allora poco noto Burt Reynolds e Johnny Oro, interpretato dal cormaniano Mark Damon. E’ lo stesso Franco Nero ad introdurci sul set sporco e fangoso di Django, divenuto un cult già dall’uscita tanto che Corbucci lo volle protagonista di altri tre westren; Il mercenario, con Musante, Gli specialisti con Mario Adorf e Vamos a matar companeros, insieme, a Tomas Milian; lui conferma che Corbucci (lo dice lui stesso in un’altra intervista) voleva fare dei film di sinistra: con i cattivi assimilabili ai nazisti e con un eroe (non necessariamente un buono) che riscatta gli oppressi. Il regista era così convinto del carisma di Nero, da affidare a malincuore il ruolo di protagonista de Il grande silenzio a Jean-Louis Trintignant quando l’attore aveva scelto partire per Hollywood. Vediamo scene degli ultimi tre titoli: l’imperfetto I crudeli con Joseph Cotten, il quasi altmaniano La banda di J. E S, (rispettivamente Tomas Milian e Susan George) e, infine, il comico Che c’entriamo noi con la rivoluzione? con Paolo Villaggio e un palesemente riluttante Vittorio Gassman. La conclusione di Tarantino è che mentre è difficile – dando per scontato (ma lui non è esattamente d’accordo) che John Ford sia il numero 1 del western – stabilire chi sia il numero 2 (Raoul Walsh?, Delmer Daves?, Sam Peckinpah?), tra gli italiani, dopo Leone c’è sicuramente Corbucci. Nei titoli di coda, lui si diverte ad immaginare un’improbabile e godibilissima spiegazione dello scatenarsi della vendetta di Django in seguito alla visita alla tomba di una non specificata Mercedes.

Il western-spaghetti, secondo alcuni di noi ai tempi del suo successo, non era altro che una metafora del nostro cinema: un eroe male in arnese ma furbissimo (il produttore) imbroglia, tradisce e ammazza sino ad arrivare al malloppo o a raccogliere tante taglie sui fuorilegge che uccide (il finanziamento del film). L’idea ci divertiva e non era del tutto campata in aria (gli americani raccontavano l’epopea pioneristica, noi la nostra arte di arrangiarsi) ma non valeva per Corbucci: lui voleva caratterizzarsi come autore degli western più sanguinari (vedi Deodato) della storia. In realtà il genere era uno degli esempi di come il nostro cinema di quegli anni abbia fatto scuola nel mondo per la enorme capacità artigianale dei nostri autori, produttori e tecnici di creare, con budget risibili rispetto alle mega-produzion,i prodotti efficacissimi. E Tarantino, che per il suo primo film Le iene aveva dovuto fare miracoli con i pochi soldi a disposizione, lo ha capito benissimo e, sicuramente per merito della produttrice Nicoletta Ercoli e degli autori, qui si concede generosamente, ridando un clima che anche da noi è stato da un pezzo dimenticato. Il regista Luca Rea (autore del prezioso Liberi tutti che, in un’ora, racconta le mille sfaccettature delle tv private ai loro tempestosi esordi) e il co-autore Steve Della Casa sono perfetti per arricchire le parole di Tarantino con disegni, interviste e calibratissimi spezzoni di film che – come loro stessi dichiarano – fa amare il documentario anche da chi non sa neanche chi sia Django. Della Casa, in particolare, prosegue il suo geniale discorso di riscoperta del cinema italiano dei generi: da Uomini forti sul peplum, a  I tarantiniani , carrellata di autori amati da Tarantino ( con la mitica dichiarazione di Castellari sui titoli dei film;” se te fanno di’ “me cojoni!” incassano, se dici “e sti cazzi?” nun fanno ‘na lira”), al più serioso Lorenza Mazzetti – Perché sono un genio, bella riscoperta di una regista e scrittrice dimenticata, a Nessuno ci può giudicare sul musicarello “politico”, a Bulli e pupe, carrellata sui giovani degli anni ’50 visti dal nostro cinema, a Boia, maschere e segreti – l’horror italiano degli anni Sessanta, fino a Siamo in film di Alberto Sordi? Un percorso importante e da difendere gelosamente dagli artigli delle ignobili vestali del cancel culture; anche in questo senso, Django e Django è già una pietra miliare.

Antonio Ferraro

 




Un bel thriller quasi femminista nel deserto

di Robert Connolly. Con Eric BanaGenevieve O’ReillyKeir O’DonnellJohn PolsonJulia Blake Usa- Australia 2021

Il famoso detective federale Aaron Falk (Bana) torna dopo vent’anni da Melbourne a Kiewarra per i funerali del suo amico Luke Hadler (Martin Dingle Wall), accusato di essersi suicidato dopo aver ucciso la moglie Karen (Rosanna Lockhart) e il figlio Billy (Jarvis Mitchell). I genitori di Luke, Gerry (Bruce Spence) e Barb (Blake), lo supplicano di restare per indagare su quelle morti, che il paese ha liquidato nell’ipotesi omicidi-suicidio. Aaron – che, a sua volta, era stato da ragazzo (Joe Klocek), costretto ad abbandonare il paese, insieme al padre (Jeremy Lindsay Taylor), perché a sospettato di aver ucciso la sua amica Ellie (BeBe Bettencourt) –   accetta e va a dormire nell’unico bar-albergo del paese, gestito da McMurdo (Eddie Baroo); la sera viene aggredito verbalmente e minacciato da Mal Deacon (William Zappa), padre di Ellie. Il giorno dopo incontra il sergente Greg Raco (O’Donnell), che è ancora sotto shock per aver visto i cadaveri ed è ben felice che Aaron lo aiuti nelle indagini. Il primo indizio su quale si muovono sono i bossoli trovati vicino ai corpi, diversi da quelli usate da Luke. Interrogano Jamie (James Frecheville), vicino degli Hadler, che sostiene di aver passato parte del pomeriggio con Luke a sparare ai conigli ma di essere tornato dalla nonna (Dawn KIingberg) all’ora degli omicidi; un sobbalzo di quest’ultima fa capire ad Aaron che sta mentendo. Nella scuola dove lavorava Karen, il preside Scott Whitlam (Polson) li accoglie e mostra loro la scrivania alla quale la defunta lavorava per l’ottenimento di un prestito per l’istituto e qui Falk incontra Gretchen (O’Reilly), la sua ex-fidanzatina. Durante l’indagine, i ricordi di affollano nella mente di Aaron: rammenta i tanti pomeriggi passati con Luke (Sam Corlett), Ellie e Gretchen (Claude Scott-Mitchell), le piccole brutalità di Luke su Ellie, le fragilità di lei – spaventata dal padre – e la volta in cui si erano dati appuntamento di nascosto (Ellie filava con Luke) ma lei non era mai arrivata e, quando era stata trovata morta nel fiume, lui era stato sospettato e Luke gli aveva fornito un alibi, dichiarando di essere andato con lui a sparare ai conigli (questo lo aveva formalmente scagionato ma i compaesani, convinti della sua colpevolezza, lo avevano costretto a partire). Il dottore del paese Leigh (Daniel Frederiksen) gli conferma le circostanze delle morti e lo mette in guardia dai pregiudizi dei paesani. La seconda sera lui invita a cena Gretchen e quando salgono in camera sua, il farmer e meccanico Grant (Matt Nable) – che, sapendolo interessato alla fattoria di Luke, Falk e Raco avevano interrogato – li insulta pesantemente. La mattina successiva Aaron trova il cadavere di un cane sopra la propria macchina e i muri tappezzati di manifestini che lo indicano come assassino. Sta per reagire ma il preside Scott lo calma e lo porta a casa sua dove la moglie Sandra (Renee Lim) lo invita a desistere dalle indagini: lei era grande amica di Karen ed è sicura che il violento Luke sia il vero colpevole. Anche la moglie di Raco, Rita (Miranda Tapsell), gli chiede di non appesantire il marito con un compito così psicologicamente arduo e pericoloso. Intanto nelle carte personali di Karen, Bab trova un biglietto con la scritta “Grant!?” e il farmer, messo alle strette, fornisce un alibi chiaramente falso, mentre Jamie confessa che il pomeriggio fatidico era a letto con il dr. Leigh e che aveva mentito per timore delle reazioni omofobiche dei suoi amici. In hotel incontra Sandra agitata che cerca il marito e, poco dopo, McMurdo gli racconta della ludopatia della quale il preside è affetto.

Come era abitudine di Ellery Queen alla fine dei suoi gialli: avete tutti gli elementi, a voi la (doppia) soluzione.

Il poliziesco d’oltreoceano (qui siamo in Australia) ha molteplici sfaccettature ma, volendo semplificare, quando il racconto è incentrato su di un uomo solo contro tutti possiamo azzardare due macrogeneri: il cittadino, con l’eroe (non necessariamente positivo e non necessariamente vincente) che deve vedersela con le ramificazioni della malavita che governano i bassifondi della città (film archetipo I trafficanti della notte di Jules Dassin del 1950) e il campagnolo, dove un eroe venuto da fuori combatte l’omertà di un paese sperduto e corrotto (film archetipo Giorno maledetto di John Sturges). Il primo romanzo – subito best-seller – dell’australiana Jane Harper, Chi è senza peccato (da cui è tratto il film) appartiene a pieno titolo al secondo genere (filiazione, in fondo, del vecchio western). Robert Connoly è un interessante regista, sceneggiatore e produttore australiano; la sua prima regia, The bank (storia di un genio matematico che aiuta un losco banchiere per poi distruggerlo,) nel 2001 ebbe buon riscontro internazionale e molti premi (e preconizzò il crollo finanziario degli anni successivi) ma già nel 1998 con The boys, da lui scritto e prodotto, aveva vinto a Berlino come sceneggiatore. The dry giustamente non si discosta troppo dal romanzo della Harper, arricchendolo con panorami aridissimi (nell’immaginaria cittadina di Kiewarra non piove da tempo e anche il fiume è diventato un pezzo di deserto), che ben rendono l’animo dei protagonisti (arido, dry). La fotografia talora volutamente sfocata di Stefan Duscio immerge le vicende nella giusta atmosfera soffocante; il cast è ottimo e lo stesso Bana (sicuramente scelto perché australiano e noto internazionalmente) sembra ogni tanto aggrapparsi allo spaesamento del Bruce Banner, alter ego di Hulk che lui aveva interpretato, ma, proprio per questo, rende benissimo il ruolo di investigatore che, come una cartina di tornasole, fa emergere le miserie dei cittadini di quella specie di villaggio fantasma. La Harper – e Connoly la segue fedelmente –  è erede della grande scuola hard-boliled ma con un tocco efficacemente femminista: quasi solo le donne, in quel mondo disseccato dai sentimenti, mantengono un tratto umano.

Antonio Ferraro




Almodovar: Il discreto fascino della maturità

di Pedro Almodóvar. Con Rossy De PalmaPenélope CruzMilena SmitAitana Sánchez-GijónIsrael Elejalde Spagna 2021

Janis (Cruz) è una fotografa di moda ed un giorno fa un servizio al famoso archeologo forense Arturo (Elejade). Lei, finita la sessione, va a cena con lui e gli chiede se può aiutarla a recuperare il corpo del suo bisnonno, ucciso dai falangisti insieme a tanti compaesani e con loro gettato in un fossa comune. Lui, che collabora con un’associazione che si occupa del recupero delle vittime del franchismo, le promette il suo appoggio. I due diventano amanti e dopo qualche tempo lei rimane incinta. Arturo – che ha una moglie gravemente malata e non può aggiungerle la sofferenza di una separazione – cerca di convincerla ad abortire ma lei non ne vuol sapere e decide di lasciarlo e tenere il nascituro. In clinica, si trova in stanza con una ragazza giovanissima, Ana (Smit), anche lei madre single. Poco dopo entrambe danno alla luce una bambina e tutte e due le piccole debbono trascorrere un breve periodo in osservazione. Ana va a casa dalla madre, Teresa (Sanchez-Gijon), attrice troppo presa dalla carriera per occuparsi di lei, tanto più che ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista in Donna Rosita nubile di Garcia Lorca, mentre Janis, tornata a casa, chiede a Elena (De Palma) – proprietaria dell’agenzia fotografica con la quale lavora e sua amica d’infanzia (che è da sempre anche un po’ innamorata di lei) – di farle riprendere subito il lavoro perché ha bisogno di guadagnare. Un giorno Arturo le chiede di vedere la bambina; va da lei e si stupisce di vedere nella piccola dei marcati tratti sudamericani, lei gli dice che ha preso dal nonno materno colombiano; lui però è sicuro che non sia sua figlia e le chiede di fare l’esame di paternità; lei si indigna e va via. A casa, però, fa – via internet – il test di maternità e scopre che la piccola non è sua figlia. Poco dopo cambia il proprio numero di telefono e un giorno, recatasi in una bar durante un intervallo di lavoro, viene servita da Ana. La invita a cena e la ragazza le racconta che la sua bambina è morta (colpita dalla “morte in culla”, un fermo cerebrale che interrompe il respiro dei neonati) e che lei è andata via di casa di fronte all’insensibilità della madre che, il quel tragico frangente, era partita per una nuova tournee. Janis le offre di lavorare per lei e la ragazza accetta e si trasferisce in casa sua. La mattina successiva Janis, con una scusa, applica a lei e alla bimba il tampone per un nuovo test e ha la conferma che Ana è la vera madre della bambina. Loro diventano amiche ed amanti ed Ana confessa di essere rimasta incinta dopo essere stata violata da tre ragazzi (dalla foto che conserva Janis vede che uno dei tre è sudamericano). Una sera suona il citofono: è Arturo che chiede a Janis di scendere perché deve darle una bella notizia.  Vanno a bere insieme e lui le comunica che l’associazione ha accettato la sua domanda, così dopo qualche mese lui stesso dirigerà gli scavi. Quando lei torna a casa, Ana è rosa dalla gelosia e la tempesta di domande; alla fina lei le confessa la verità sulla bambina. La situazione sembra precipitare ma il ritrovamento dei corpi delle vittime del franchismo vede di nuovo ricomporsi anche le fratture affettive dei personaggi.

Madres parallelas ha aperto quest’anno la Biennale di Venezia. E’ stato ovviamente ben accolto dalla critica ma, nel fondo, con una certa rispettosa freddezza: scontato il doveroso omaggio al Maestro, il tono dei commenti lo liquidava spesso come un’opera di Almodovar meno riuscita, riscattata, semmai, dalla potenza del discorso politico sulla necessità di mantenere la memoria di quel tragico periodo. Naturalmente a quella parte di nostri critici pigramente abituata a giudicare l’aderenza alla linea anziché il valore intrinseco dei film, questo giudizio calzava come un guanto. Così però non si colgono i segnali di un Almodovar maturo e profondo, coerente con l’ispirazione che gli ha dettato l’intenso Dolor y gloria, che – alla luce di questo ultimo film – diventa anche una dichiarazione artistica: attraverso la lacerante esposizione della sua memoria e delle sue paure ci comunica, per così dire, una nuova estetica. Sono ormai nello sfondo gli allegri caleidoscopi di Pepe, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, di Donne sull’orlo di una crisi di nervi, sino allo sfacciato quasi-musical Amanti passeggeri, mentre i fotoromanzeschi Tacchi a spillo, Il fiore del mio segreto e La pelle che abito acquistano una nuova luce. Come in Parla con lei, Almodovar ha bisogno di un clima da romanzo rosa per raccontare sentimenti e dolori profondissimi e soprattutto per accostarsi al grande mistero dell’amore. Un po’ come per i protagonisti del geniale Una relazione privata di Frédéric Fonteyne, per lui il tabù più difficile da superare non è certo quello del sesso comunque coniugato ma l’accettazione della profondità degli affetti. In questa chiave Madres parallelas è un prezioso cardine della sua filmografia e la denuncia degli orrori della guerra civile, appare quasi (non suoni irrispettoso verso quelle tragedie) uno schermo per esporsi ai sentimenti con più libertà.

Antonio Ferraro