Lei mi parla ancora

di Pupi Avati. Con Stefania SandrelliIsabella RagoneseRenato PozzettoLino MusellaFabrizio Gifuni Italia 2021

Nino Sgarbi (Pozzetto) è a letto con la moglie Rina (Sandrelli) e, preoccupato, per il ricovero in ospedale al quale lei di dovrà sottoporre, le ricorda la lettera che gli aveva dato prima di entrare in chiesa per il loro matrimonio, nella quale scriveva: “se mi giuri sull’altare che ci ameremo sempre come adesso, saremo immortali”. Lei non tornerà più dall’ospedale e i figli, Vittorio (Matteo Carlomagno) ed Elisabetta (Chiara Caselli), per non dargli un ulteriore dolore – ma la notizia lui l’aveva avuta dal cognato Bruno (Alessandro Haber) che, morto, gli era apparso in sogno – vanno da soli al funerale, lasciando il padre in compagnia del fedele Giulio (Nicola Nocella). Nino continua, nei mesi successivi, a parlare per ore con l’adorata moglie, trascinandosi cupamente per la casa. Elisabetta decide che gli sarebbe di grande aiuto scrivere un libro nel quale raccontare quell’amore così grande ed assoluto ed incarica un’agente letterario (Gioele Dix) di cercare uno scrittore adatto al compito di mettere insieme quei ricordi. La scelta cade su Amicangelo (Gifuni), ghostwriter per necessità (scrive finte autobiografie di calciatori, cantanti e attori), con un romanzo nel cassetto e una vita sentimentale e professionale complicata: è separato, costante moroso nel mantenimento di moglie e figlia e convivente con una ragazza giovanissima. L’accordo prevede che la Sgarbi, oltre a pagarlo per il suo lavoro, si impegni a leggere – ed eventualmente a pubblicare –  il romanzo (dal pretenzioso titolo Di cosa parliamo quando parliamo di Carver) che fino a quel momento tutti gli editori gli avevano rifiutato. Amicangelo si reca a Ro Ferrarese e raggiunge la villa Sgarbi; qui Nino gli dice che può rifocillarsi, ammirare le opere della loro bella collezione ma niente di più: lui non ha intenzione di condividere i suoi ricordi con uno sconosciuto. Rabbioso, lo scrittore intima a Giulio di portarlo in stazione ma una tempesta di neve li ferma. Di lì a poco lo raggiunge, inaspettata, Elisabetta che scoppia a piangere e, abbracciandolo, lo prega di non desistere. Il padre, più che altro per far piacere alla figlia, comincia a raccontare e, pian piano, si lascia andare a memorie piene di tenerezza. Vediamo così i giovani Nino (Musella) e Rina (Ragonese) che si conoscono e si innamorano subito, i loro momenti sereni con Bruno (Filippo Velardi) e gli amici, il matrimonio (osteggiato dai parenti di lei per via delle umili origini dello sposo); segue il loro trasferimento nella casa in campagna di lui, dove un gineceo di aspre sorelle e zie – capitanate dalla madre Clementina (Serena Grandi) – le rende la vita impossibile, tanto da indurlo a chiederle di non rimanere in quel luogo ostile: lei sulle prime gli darà retta ma poi – ricordando a promessa della lettera – torna sui propri passi e, insieme, prenderanno le due farmacie la villa di Ro. L’ultima parte del racconto è dedicata all’avventurosa ricerca e acquisizione delle opere della loro collezione d’arte, sino ad un prezioso Guercino. Nino, mentre racconta di sé, convince Amicangelo a non dispendere gli amori della sua vita e lui comincia a frequentare con nuova consapevolezza paterna la figlia Gioia (Giulia Pricigalli). Quando il lavoro è finito lo Sgarbi saluta l’amico scrittore con una frase di Pavese: “L’uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. Poco dopo Bruno chiama in sogno Nino perché raggiunga lui e Rina.

Lei mi parla ancora, va detto subito, non è un film avatiano: è un film di Avati, ha momenti e personaggi nei quali lo stile del regista viene fuori appieno (la festa in riva al fiume, la balera improvvisata, il cognato fan dei Radio Boys, le pettegole parenti di Nino) ma non lo si coglie come un “suo” racconto. Certo, però, il tema dell’amore che sfida tutto, la poesia di un quotidiano scandito dai tortellini e la splendida capacità di concertare attori e arredi in modo che niente stoni in un insieme assonante sono tutte ascrivibili alla poetica (e alla tecnica) dell’autore. E’ vero, pur in un racconto così concentrato, manca un vero centro narrativo (anche dal punto vista visivo: luci e chiaroscuri si alternano con eleganza ma non sempre ci fanno partecipi di un racconto) e questo rende un po’ legata la recitazione di un attore di testa come Gifuni; mentre Pozzetto, contemporaneamente tenuto ad un testo preciso e lasciato libero di esporre la propria malinconia, ci dà un Nino Sgarbi che rimarrà nelle storie del cinema. Lui sostiene, in un intervista, di aver avuto solo un’altra occasione di vero impegno attoriale, in Gran bollito Bolognini; in realtà era stato già grande in Sono fotogenico di Dino Risi che aveva sfruttato perfettamente la sua recitazione “in levare”, dandoci un personaggio profondamente delceamaro. Ora, 40 anni dopo, Avati ci consegna un Pozzetto meravigliosamente fotogenico.

Antonio Ferraro




Natale in Casa Cupiello

di Edoardo De Angelis. Con Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Toni Laudadio, Pina Turco. Italia 2020

La storia è nota: Luca Cupiello (Castellitto), tuttofare di una tipografia, come ogni Natale si accinge a fare il presepe, osteggiato dalla moglie Concetta (Confalone) – sulla quale grava l’onere di tutte le difficoltà familiari che il superficiale marito non percepisce nemmeno – e dal figlio Tommasino, detto Nennillo (Pantaleo), dispettoso e un po’ regressivo. I guai non mancano certo: Nennillo, profittando di un infreddatura dello zio Pasqualino (Laudadio), che vive con loro, gli ha rubato i pochi soldi che aveva con se e gli ha venduto cappotto e scarpe, mentre la figlia Ninuccia (Turco) – sposata con il ricco commerciante Nicola (Antonio Milo) per volere dei genitori – ha una relazione con Vittorio (Alessio Lapice) con il quale vorrebbe fuggire. Arrivano per il cenone Nicola e Ninuccia e quest’ultima fa vedere alla disperata madre la lettera di addio che ha scritto al marito; Concetta, in lacrime, la convince a gettarla via ma sarà l’ignaro Luca, leggendo l’intestazione sulla busta, a consegnarla al genero e sarà sempre lui ad invitare a cena Vittorio, scambiandolo per un amico del figlio e ignorando i dinieghi di Concetta, che crede dovuti a tirchieria. Esplode la tragedia e Nicola accusa i Cupiello di tener mano alla tresca. Luca, sconvolto, ha un ictus. Sul letto di morte, pianto dalla famiglia di nuovo unita (con Nennillo che rivela una dolente coscienza adulta), dopo aver involontariamente insultato il dottore (Andrea Renzi), Luca fa l’ultima gaffe: sotto gli occhi del marito, si fa promettere da Ninuccia e Vittorio (che, nel delirio della malattia, ha confuso con Nicola) di stare insieme per sempre.

È ovvio che un autore come Eduardo venga rappresentato e re-interpretato in mille modi (proprio Natale in casa Cupiello ha avuto da poco – per il Teatro di Roma – una funebre messa in scena con accenti brechtiani di Antonio Latella) e a questo film di De Angelis – e alla generosa produzione Picomedia – trasmesso il 23 si può certamente riconoscere il merito di aver portato un gran pezzo di teatro con un ottimo cast a trionfare nella prima serata di Rai1. De Angelis ha al suo attivo una bella filmografia, nella quale spiccano lo splendido Indivisibili e l’intenso Il vizio della speranza e, inevitabilmente, ha dato un forte tocco personale all’operazione: i suoi attori-feticcio (la moglie Pina Turco e il bravissimo Massimiliano Rossi, nel cameo fuori testo di un artigiano dei presepi) le scenografie, i costumi e le luci cupamente desolate ci portano nel suo mondo ma contribuiscono a travisare il testo originale (deve essere questa la ragione per la quale – pur in un assoluto rispetto dei dialoghi e del plot della sua commedia –  Eduardo De Filippo viene indicato solo come soggettista). Non va dimenticato che alla prima stesura, Natale in casa Cupiello (messo in scena per la prima volta dalla Compagnia del Teatro umoristico “I De Filippo” a Natale del ’31) era un atto unico, sostanzialmente coincidente con il secondo atto della commedia che conosciamo, non a caso il più comico dei tre. Qui sta il punto: Eduardo era figlio della grande tradizione degli Scarpetta (aveva recitato, da bambino, con il padre biologico Eduardo e, da giovane, con i fratellastro Vincenzo) e, anche nei testi più drammatici, sapeva inserire irresistibili spunti comici che arricchivano e umanizzavano i personaggi e le situazioni. Inoltre, con feroce autocritica, “era” i personaggi – dispotici, sognatori e caparbi – che interpretava: il burbero e vendicativo Ferdinando Quagliuolo di Non ti pago, il disilluso Gennaro Iovine di Napoli milionaria, lo spocchioso Domenico Soriano di Filomena Marturano, il fantasioso guitto di Uomo e galantuomo sono tutte facce del nostro più grande attore-autore del secolo scorso.

Non si può certo dire niente della prova degli interpreti del film tutti bravi (il mio preferito è Adriano Pantaleo: quanta strada dallo Spillo di Amico mio!) a partire da Castellitto (pretestuoso rilevare il suo non essere napoletano: sono stati ottimi interpreti di commedie eduardiane, tra i tantissimi: Laurence Olivier, Marcello Mastroianni, Renato Rascel non certo partenopei doc) ma alla fine della visione delle cupe vicende di una famiglia disfunzionale (come l’ha definita Castellitto) senza i vitali guizzi di ironia che rendevano quelle miserie “speciali”, il film fa tornare in mente la poesia di Eduardo:
‘O rrau
‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
Io nun sogno difficultuso;
ma luvàmell”a miezo st’uso.
Sì, va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avèssem’ appiccecà?
Tu che dice? Chest’è rraù?
E io m’a ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘a faje dicere na parola?
Chesta è carne c’ ‘a pummarola.
Come dire: mme piaceva ‘o presebbio, chesto l’aggio guardato ppe’ m’ ‘o guardà.
Antonio Ferraro




Ciao Eugenio

Domenica scorsa abbiamo reso l’estremo saluto a Eugenio De Crescenzo con un rito religioso celebrato da Padre Massimiliano, intorno i familiari, gli amici e i colleghi. Lo abbiamo potuto fare solo ora che è finito il lockdown per la pandemia. Con dentro di noi il dolore intenso per una fine insensata; un dolore che si è accumulato in questi due mesi a quello per i tanti morti, alla sofferenza per la clausura, al distanziamento sociale che costituisce una mutilazione del bisogno più elementare dell’uomo di esprimere i propri sentimenti.
Ci siamo raccolti al Parco della Mistica, presso l’Onlus “Volontari Capitano Ultimo”, in una semplice cappella formata da quattro pali di legno e un tetto in mezzo al prato. Eravamo in tanti a provare l’angoscia di non poterci abbracciare e salutare con una stretta di mano, nemmeno dinanzi alla perdita di un amico comune.
Non aver potuto onorare Eugenio in tutto questo periodo è una ferita grave che ci porteremo dentro per molto tempo. Se viene meno il rispetto per i morti si va verso l’imbarbarimento. Il culto dei morti è un aspetto fondamentale della civiltà umana, perché ha originato, negli ultimi diecimila anni, la sedentarietà e quindi la cultura della convivenza e della stessa comunità.
Eugenio è stato un costruttore di comunità. Ha ispirato e animato progetti di grande respiro, come il Parco della Mistica e tante cooperative sociali. Bisognerà trovare il modo per raccogliere in modo ordinato l’insieme delle sue realizzazioni per poterle raccontare. Spetta, infatti, a noi il compito di conservare la memoria delle opere che egli ha compiuto per poterle vivificare e moltiplicare. È questo il messaggio lanciato da Paola, Elisa, Padre Massimiliano, Gianni Palumbo e Francesca Danese che lo hanno salutato con parole intense e commosse. Tonino Tosto ha declamato, da par suo, i versi di un poema armeno che Eugenio amava molto.
Dobbiamo imparare dal dolore di queste settimane a dare valore alle relazioni umane più profonde, al silenzio contemplativo, al ricordo che predispone all’inventiva. “Agisci in modo che ogni tuo atto sia degno di diventare un ricordo” – scriveva Kant più di due secoli fa. Eugenio si è attenuto in modo scrupoloso a tale imperativo. Ed è questo il dono e il segno d’amore più grandi che egli ci lascia perché possano ancora vivere e generare gioia e bellezza.




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corviale slide




1917

di Sam Mendes. Con George MacKayDean-Charles ChapmanMark StrongAndrew ScottRichard Madden Gran Bretagna 2019

I caporali Blake (Chapman) e Schofield (MacKay), di stanza con l’Ottavo battaglione inglese nel nord della Francia sono reclutati d’urgenza dal sergente Sanders (Daniel Mays) e portati al cospetto del generale Erinmore (Colin Firth) che affida loro una importantissima e pressoché suicida missione: dovranno, passando per la Terra di Nessuno, raggiungere la cittadina di Ecoust-Saint-Meine in mano ai tedeschi, di lì arrivare al bosco di Croisilles, dove è accampato il Secondo Battaglione Devon e consegnare al colonnello MacKenzie (Benedict Cumberbatch) un plico, recante l’ordine di fermare l’attacco che all’alba del giorno dopo avrebbe sferrato contro le truppe germaniche apparentemente in ritirata. In realtà i servizi segreti britannici, fotografando dall’alto la zona, avevano scoperto che la ritirata del nemico era un trucco e che i 1.600 soldati del Battaglione sarebbero annientati. Il fratello (Madden) di Blake è un tenente della Devon e lui si precipita fuori dalle trincee per salvarlo mentre Schofield – che ha moglie e due figli – è spaventato dalla pericolosità della missione e non lo rincuorano certo le pessimistiche previsioni del tenente Leslie (Scott) che, ubriaco, indicando il percorso per uscire dal reticolato che circonda la trincea, preconizza il loro non ritorno.  Fuori li aspetta uno scenario agghiacciante: fango, mota, acque nere a cielo aperto, cadaveri di uomini, mucche e cavalli. Arrivano, affamati e stremati ad una fattoria e lì Schofield può riempire la borraccia di latte, mentre Blake vede una battaglia tra due aerei inglesi ed uno tedesco; quando quest’ultimo colpito cade a terra e si incendia; Schofield vorrebbe sparare al pilota ferito ma Blake lo tira fuori dal velivolo in fiamme con il risultato di venire pugnalato e morire. L’amico spara al tedesco e lo uccide, poi in lacrime prende il plico, la piastrina e i pochi valori dal commilitone; in quel momento arriva un piccolo contingente di soldati guidato dal Capitano Smith, che ricompone alla meglio il corpo e fa salire Schofield su di un camion. Il viaggio è assai incidentato e il ponte che porta a Ecoust è crollato sotto le bombe. Il caporale deve perciò proseguire a piedi e Smith gli consiglia di consegnare il messaggio davanti a testimoni: il colonnello MacKenzie è un militare fanatico e potrebbe non interrompere l’attacco. E’ notte e Schofield, costantemente bersagliato dai cecchini nemici, è tra le rovine della cittadina francese e, scappando dai tedeschi, si rifugia in una casa abbandonata dove è nascosta una ragazza, Lauri (Claire Duburcq) che accudisce una neonata (Ivy- I Macnamara) che ha perso la mamma; la piccola viene sfamata con il latte preso alla fattoria ma lui deve correre al battaglione Devon. I tedeschi lo inseguono sparando e lui si butta in un fiume e, aggrappato ad un tronco, si lascia trasportare alla riva opposta. Arriva alle trincee inglesi quando un primo reparto è già partito all’assalto e, fendendo, un mare di soldati pronti alla carica, arriva al cospetto del colonnello che sta concertando la strategia con i suoi ufficiali e, quando legge il messaggio, è costretto ad obbedire ma maledice il povero caporale. Con lui si congratula invece il Maggiore Hepburn (Adrian Scarborough) che lo manda a rifocillarsi; lui però, prima di ripartire deve dare la triste notizia al Tenente Blake e chiedergli il permesso di adempiere alla promessa fatta all’amico in punto di morte: quella di scrivere alla loro madre. I due soldati si abbracciano.

La prima guerra mondiali ha ispirato molti film; alcuni (non a caso, per lo più girati negli anni’30 e ’40) epici: Il sergente York (1941) di Howard Hawks, I fucilieri delle Argonne (1940), Gli angeli dell’inferno (1930) di Howard Huges (supportato da James Whale e Edmond Goulding); altri comici: Charlot soldato (1918) di Charlie Chaplin, Il compagno B con Stanlio e Ollio ma per la maggior parte si tratta di film di denuncia degli orrori della guerra: All’ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone (da Remarque), Westfront (1930) di Georg Wilhelm Pabst, Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubtick, i nostri La grande guerra di Mario Monicelli, Uomini contro (1970) di Francesco Rosi e Torneranno i prati (2014) di Ermanno Olmi, Per il re e per la patria (1964) di Joseph Losey, l’ironico Oh, che bella guerra (1969) di Richard Attenborough, Gli anni spezzati (1981) di Peter Weir, E Johnny prese il fucile (1971) di Dalton Trumbo fino al recente Joyeux Noel di Christian Carlon. Anche Mendes ha scelto quest’ultima strada, basando il film sui racconti del nonno milite inglese in quegli anni. Lui è un autore duttilissimo ma, sia che parli della crisi di un uomo di mezza età in American Beauty, sia che ambienti il plot tra i gangster, Era mio padre, soffonde sempre i suoi racconti di una disperante malinconia (riuscendo anche a trasmetterla al suo 007/Daniel Craig in Spectre Skyfall). L’orrore della guerra era già stato il tema del suo Jarhead la cui frase finale- “Un uomo usa un fucile per molti anni e va in guerra. Dopo, torna a casa e vede che qualsiasi altra cosa faccia della sua vita, costruire una casa, amare una donna, cambiare il pannolino a suo figlio, rimarrà sempre un Jarhead (trad: testa di lattina, persona che può solo eseguire gli ordini, senza discuterli). E tutti i Jarhead che uccidono e muoiono, saranno sempre come me” – può attagliarsi alla dolorosa trasfigurazione dei personaggi di 1917. Il film è colmo di nomination agli Oscar, tecnicamente tutte meritate ma non gli è estraneo – a partire dal presentarsi come un finto piano-sequenza – un sapore di esercitazione cerebrale che – va detto – negli ultime partecipate ed intense sequenze nel Battaglione Devon (a partire dalla splendida, toccantissima ballata ottocentesca Wayfaring Stranger) scompare per lasciare posto ad una profonda drammaticità. by Antonio Ferraro




Un Giorno di Pioggia a New York (A Rainy Day in New York)

di Woody Allen Con Timothée ChalametElle FanningSelena GomezJude Law USA 2019

Ashleigh Enright (Fanning) – studentessa di lettere all’Università di Yardle in Pennsylvania,  proveniente da una famiglia benestante di Tucson – ottiene un’intervista a New York per il giornale del college con il famoso regista Roland Pollard (Liev Schreiber) e ne è entusiasta. Il suo ragazzo, Gatsby Welles (Chamelet), figlio di facoltosi newyorkesi, che ha appena vinto 20.000 dollari a poker, si offre di accompagnarla: prenderanno una suite in un bell’albergo e, finita l’intervista, lui le mostrerà la città, badando a non far sapere a sua madre (Cherry Jones) che sono lì, altrimenti dovrà partecipare al noioso party che lei ha organizzato. L’intervista va benissimo e il regista, depresso e in crisi, invita Ashleigh alla proiezione di lavoro del suo ultimo film. Lei ne è felicissima e sposta l’appuntamento a pranzo con il fidanzato. Lui ci rimane un po’ male e va a fare una passeggiata e incontra il suo ex-compagno di scuola Josh (Griffin Newman), ora studente di cinema, che sta girando un film-saggio di fine anno; l’amico gli chiede di fare una piccola parte ed eccolo seduto in macchina accanto a Chan (Gomez), sorella minore di una sua fiamma adolescente. La scena prevede che loro si bacino ma Gatsby – per fedeltà a Ashleigh – lo fa a bocca chiusa; lei lo prende in giro e al terzo ciac lo bacia sul serio. Intanto alla proiezione Pollard ha una delle sue crisi e abbandona la sala, esclamando che il film è una porcheria; lo sceneggiatore Ted Davidoff (Law), sentendo che Ashleigh ne è incantata, le chiede di andare con lui a cercarlo, prima che, ubriaco fradicio, ne sconvolga il montaggio. Comincia un acquazzone e, mentre è in macchina con la ragazza, Ted vede la moglie Connie (Rebecca Hall) che entra nella casa del suo migliore amico e capisce che sono amanti; aspetta che esca, si precipita a farle una scenata e, discutendo, si allontana e prega Ashleigh (che aveva di nuovo telefonato al sempre più perplesso Gatsby per annunciargli un nuovo ritardo) di andare da sola a cercare Roland. Il ragazzo era stato a trovare il fratello Hunter (Will Rogers), che gli confida di essere in crisi perché sta per sposare la fidanzata Lily (Annaleigh Ashford) ma detesta la sua squillante risata e lo invita a prendere il suo posto in una partita a poker alla quale lo hanno invitato; lui, però, pensa che non andrà per stare con Ashleigh. Uscendo sotto la pioggia, Gatsby prende al volo un taxi, sul quale sta per salire anche Chan. Fanno il viaggio, contrappuntato dalle frecciatine di lei sul supposto provincialismo di Ashleigh. Lei si deve cambiare e lui sale a casa sua e decidono di andare al Museo Metropolitan prima dei rispettivi appuntamenti (lei deve vedere un dermatologo, suo nuovo corteggiatore). Al M.E.T., mentre lei gli confida che da ragazzina era innamorata di lui, incontrano gli zii di Gatsby (Mary Boyer e Ted Neustadt); lui è così costretto a telefonare alla madre – con la quale è da sempre in disagio per la sua ansia nell’incitarlo ad acculturarsi –  e a prometterle che sarà al party insieme ad Ashleigh. La ragazza, intanto, è andata negli studi dove lavora Roland, lui non c’è ma incontra il divo sex-symbol Francisco Vega (Diego Luna), che la invita a cena; lei accetta e fa l’ennesima telefonata a Gatsby, che, tristissimo, va alla partita di poker, vincendo 15.000 dollari. Dopo la cena Vega e Ashleigh vanno ad un party dove sono anche Roland e Ted; entrambi ci provano con lei ma quando Francisco le chiede di andare da lui, lei – con il cuore in tumulto – accetta e stacca il telefonino. Quando è, spogliata, a casa di lui arriva però la sua fidanzata Tiffani (Suzy Waterhouse) e lei è costretta a scappare sotto la pioggia scrosciante, coperta solo da un impermeabile che ha preso nel guardaroba. Gatsby ha deciso di bere per dimenticare e al bar viene rimorchiato dalla escort Terry (Kelly Rohrbach) che gli chiede 500 dollari per fare all’amore, lui gliene offre 5.000 se lo accompagnerà alla festa di famiglia fingendosi Ashleigh. Lei accetta ma la madre – dopo un po’ – la prega di andarsene e rivela al figlio che il suo snobismo e la sua attenzione alla cultura sono il frutto di una vita molto meno dorata ed irreprensibile di quanto lui avesse pensato. Questa rivelazione riconcilia Gatsby con lei e con New York e fa dare una svolta alla sua vita.

Woody Allen è, lo sappiamo, un autore molto prolifico e da vario tempo, quasi ogni anno fa uscire un suo nuovo film. Non sono tutti capolavori naturalmente ma in ognuno è riconoscibile il suo tocco.  Un giorno di pioggia a New York è un capitolo del suo filone più personale: l’amore per la new York un po’ snob, un po’ cafona, un po’ raffinata dei quartieri alti. Qui lui le dichiara una piena dedizione, facendo dire al suo giovanissimo alter ego: “New York fa i suoi programmi” (e decide per te). Non mancano le citazioni cinefile (Le catene della colpa di Jacques Tourneur ma anche i suoi Stardust Memories e Manhattan), i brani musicali vintage (6 pezzi di Erroll Garner e Everything happens to me di Carmichael e Mercer cantata dal protagonista) e il sottilmente doloroso cinismo con il quale si affrontano e si eludono le piccole, grandi angosce quotidiane. Lui è bravissimo nell’ottenere il meglio dagli attori (che, sapendolo, accettano una paga al minimo sindacale) e qui non fa eccezione: forse Chamalet è leggermente meno credibile degli altri ma i divi Law e Scheiber si ritagliano alla perfezione due misuratissime caratterizzazioni, la Gomez è garbatamente irruenta ma la più inattesa è la “Bella Addormentata” Fanning che ci dà una Ashleigh tosta e fragile, acerba e sensuale di grande efficacia. Storaro ha, dopo Cafè Society e La ruota delle meraviglie, trovato la giusta chiave di rapporto con il regista e la sua New York piovosa è un bell’inno ai suoi colori autunnali e alla loro eco nel profondo. Il film, si sa, ha avuto problemi distributivi: durante la lavorazione di quello che doveva essere, per contratto, il primo di cinque film, una modella aveva dichiarato che nel 1976, quando lei aveva 16 anni, aveva cominciato una storia di otto anni con Allen. La Amazon ha annullato la distribuzione del film e ha annullato gli altri titoli (?!). Chamalet, la Gomez, la Hall e Newman hanno donato i loro (peraltro, abbiamo visto, non astronomici) emolumenti. Non entriamo nel merito (ferme restando le perplessità su denunce più che postdatate di vecchie amanti): come nel caso di Polanski, ci interessa il film e non i casi personali dell’autore e il film è una delizia.

Antonio Ferraro




Sir – Cenerentola a Mumbai (Sir)

di Rohena Gera. Con Tillotama ShomeVivek GomberGeetanjali KulkarniRahul VohraDivya Seth Shah India, Francia 2018

Ratna (Shome) è una giovanissima vedova e, nel piccolo villaggio in cui vive, le si prospetta un’esistenza di stenti e isolamento. Decide di andare in città a fare la cameriera e va così a vivere dal giovane costruttore Ashwin (Gomber), che, a un passo dal matrimonio, ha appena lasciato la fidanzata che lo aveva tradito; la madre (Seth Shah) cerca invano di convincerlo a ripensarci mentre la altezzose sorella Nandita (Dilnaz Irani), convinta che con la servitù ci vogliano modi spicci, dà secche disposizioni a Ratna. Ashwin è stato in America (voleva diventare uno scrittore) e ha assunto molte caratteristiche occidentali: nel lavoro si impone al padre (Vohra), adottando criteri di costruzione più moderni ed ecologici e con Ratna e l’autista Raju (Akash Shina) è gentile ed educato. Ratna lavora sodo e riesce a mandare ogni mese dei soldi al paese perché la sorella Choti (Bhagyashree Pandit) possa studiare e fare una vita diversa dalla sua e ha un sogno: diventare stilista; con il permesso di Ashwin frequenta un corso di cucito e, quando lui le regala una macchina da cucire, per riconoscenza gli confezione una camicia come dono di compleanno. Ratna ha un’amica, Laxmi (Kulkami) anche lei cameriera, che l’accompagna nelle compere e, talora, le confida l’amarezza per come viene trattata dalla famiglia presso cui lavora. Una mattina Ratna, rientrando in casa, vede uscire dalla camera da letto di Ashwin una ragazza (Ahmareen Anjum) in un succinto abito da sera e ci rimane un po’ male. Con il suo Sir il rapporto è rispettoso ma cordiale: talora si confidano i rispettivi sogni e, una volta che lei era andata ad aiutare la sorella di Ashwin che dava un party, lui l’aveva difesa dagli insulti di quest’ultima perché, senza colpa, le aveva versato del vino sul vestito. Choti, a pochi mesi dal diploma, le comunica che lascia gli studi e che sta per sposarsi; lei cerca di dissuaderla ma invano: appena sposati si trasferiranno anche loro a Mumbai e la ragazza non vede l’ora di lasciare il paese. Ratna si impegna a confezionarle l’abito per le nozze ed entra, per prendere ispirazione, nell’elegante boutique della creatrice Sabina (Rashi Mal) che, vedendola povera, la fa scacciare. Ha avuto tempo, comunque, di guardare un abito e di copiarlo per la sorella. Durante la cerimonia lei, come vedova, si deve tenere in disparte e dopo pochissimi giorni torna al lavoro. Un giorno Ashwin che – ricambiato – si è innamorato, la bacia; lei risponde al bacio ma, riavutasi, gli spiega (mentre lui le chiede di non chiamarlo più “Sir” ma con il suo nome) che il loro amore, se dichiarato, li esporrebbe al ludibrio generale e che, per la famiglia di lui, lei sarebbe rimasta la serva da disprezzare Lascia il lavoro e va a viver nella modestissima casa di Choti. Dopo poco le arriva una telefonata di Sabina che, sollecitata da Ashwin, le chiede di vedere l’abito che ha confezionato per le nozze e, apprezzatane la fattura, la assume. Di lì a poco un’altra telefonata…

E’ naturale (e forse un po’ provinciale) di fronte al primo lungometraggio di un’autrice indiana pensare alla prima regista star di quel paese: Mira Nair. Certamente la Nair ha aperto la strada ma i loro percorsi sono diversi: entrambe (inevitabilmente) provenienti da famiglie benestanti, hanno in comune una attenzione all’occidentalizzazione dell’India progredita e uno sguardo attento sugli usi  sugli usi del proprio Paese ma, mentre la prima (che ora vive a New York) li racconta con una sorta di ironico distacco, la Gera – che viene da un lavoro di sceneggiatrice di film “bollywoodiani” (Un pizzico d’amore e di magia, Un padre per mio figlio) –   nelle sue prime due regie si pone in modo più critico: satireggia i tic delle donne indiane della classe media nel documentario What love got to do with it? e in Sir, sia pur in una cornice di storia d’amore, sottolinea la permanente divisone in caste di un Paese che, sulla carta, la avrebbe abbandonata da decenni. Lei, nelle interviste (in particolare a Cannes dove il film è stato ben accolto nella Semaine de la Critique) dichiara di essersi ispirata in parte al riflessivo Wong Kar Wai (e, in particolare, a In the mood for love) più che alla Nair; aggiunge di aver fortemente contrastato l’ipotesi della produzione di usare un’attrice bollywoodiana nota e ha avuto ragione: la espressiva Tillotama Shome rende tutte le sfaccettature di un personaggio complesso e ce ne fa emotivamente partecipi. Di lei e della regista sentiremo ancora parlare.

(Antonio Ferraro)




Stanlio e Ollio  (Stan & Ollie)

di Jon S. Baird. Con Steve CooganJohn C. ReillyNina AriandaShirley HendersonDanny Huston  USA, Gran Bretagna 2002

Siamo ad Hollywwod nel 1937. Stan Laurel (Coogan) e Oliver Hardy (Reilly) sono all’apice del successo ma Stan morde il freno: è convinto che il loro produttore, Hal Roach (Huston), li sfrutti e che lui – vero creatore delle gag del duo – dovrebbe avere un ruolo creativo più evidente; così, poiché il suo contratto è in scadenza, durante la lavorazione de I fanciulli del West, lo affronta con decisione, mentre Oliver è molto più prudente perché, pur guadagnando molto, le donne e le scommesse lo depauperano costantemente.  Hal non sente ragioni ma, quando Laurel conclude un vantaggioso accordo per loro due con la 20th Century Fox, il pavido Hardy non si presenta alla firma del contratto. 16 anni dopo, i due sono in Inghilterra per una tournee teatrale ma il loro impresario inglese, Bernard Delfont, poco convinto delle loro possibilità di raccogliere ancora pubblico, li fa recitare in teatrini minori e li alloggia in squallidi alberghetti. Dopo una serie di recite a teatri semivuoti, Delfont tenta la carta di promuovere il loro spettacolo con interviste e presenze a manifestazioni popolari. E’ un trionfo. Il pubblico inglese, finalmente avvertito della loro presenza sulle scene, affolla i teatri, tantoché a Londra si apre per loro il prestigioso Lyceum Theatre, che esaurisce i posti disponibili con due settimane di prenotazioni. Ora i due sono felici; hanno ritrovato il loro pubblico e alloggiano al Savoy, dove li raggiungono le loro mogli, Lucille Hardy (Henderson) e Ida Laurel (Arianda).  Lo scopo principale della massacrante tournee (sono entrambi anziani e, anche a causa di antichi problemi di alcolismo, malandati), però, è quello di incontrare il produttore inglese Harold Miffin, per conclude l’accordo per un film comico su Robin Hood, alla cui sceneggiatura Laurel lavora continuamente. Miffin è però irraggiungibile e, quando Stan, rotti gli indugi, va da lui e, dopo una lunga anticamera, fa irruzione nel suo ufficio – tra le proteste della receptionist (Stephanie Hyam) – trova solo la responsabile di produzione (Susy Kane) che gli comunica seccamente che il film non si farà.  Lui non ha il coraggio di dirlo all’amico ma ad un party in loro onore, loro (anche un po’ insufflati dalle mogli che si sopportano poco) cominciano a litigare: Oliver ha saputo che Stan è ancora offeso del suo comportamento di 16 anni prima – e soprattutto che lui abbia girato il film Zenobia con Harry Langdon (Richard Cant) come partner – e, a sua volta, lo rimprovera di essere arido, dedito solo al lavoro e di non volergli bene. Continuano ad esibirsi, senza rivolgersi la parola fuori dal palcoscenico sino a che, durante la premiazione in un concorso di bellezza, Oliver ha un attacco di cuore. L’amico lo soccorre e lo porta in albergo e qui il medico (Roger Ringrose) che lo visita lo diffida dal continuare a recitare: il suo cuore è troppo affaticato. Lui decide di ritirarsi e lo comunica, con dolore, a Stan. Questi vorrebbe, a sua volta, interrompere gli spettacoli ma Delfont lo convince a continuare con un comico inglese, Nobby Cook (John Henshaw), che ha un buon successo. Lui accetta ma la sera del debutto, il direttore del teatro (Tony Sedgwick) è costretto a restituire i soldi dei biglietti: Laurel non se la sente di andare avanti senza Hardy. Mentre prepara le valigie, entra in stanza Oliver che gli comunica che, a dispetto delle prescrizioni mediche, ha deciso di riprendere la tournee, che, come da contratto, prosegue in Irlanda.  Sul traghetto Stan trova il coraggio di dirgli che il film non si farà più ma Oliver lo rassicura: la aveva capito benissimo. Ora sono a Dublino e Oliver è assai provato ma non rinuncia, a sorpresa, a chiudere lo show con il mitico balletto de I fanciulli del west, At the ball, that’s all.

 

Osvaldo Soriano, nel suo Triste, solitario, y final aveva sottolineato la tristezza del loro declino e alluso sottilmente ad un loro relazione. Il film di Baird – e lo script di Jeff Pope (Philomena) ispirata al libro biografico di A.J.Mariott Laurel & Hardy – The british tour – anch’esso pervaso di malinconia non riprende del tutto il tema ma la litigata con i toni di due vecchi amanti, l’uno risentito per un vecchio tradimento (il film “dell’elefante”, cioè Zenobia) e l’altro che gli rinfaccia di non averlo mai davvero amato, e, soprattutto, la tenerissimo zoomata che riprende Stan entrato nel letto dell’amico malato per scaldargli le mani raccontano qualcosa di assai simile all’amore. Stanlio & Ollio erano, va ricordato, quanto di più simile a due melanconici clown il cinema abbia mai presentato; le loro gag erano divertentissime ma anche crudeli: in almeno due film Ollio (I diavoli volanti) o tutti e due (Ronda di notte) muoiono e, comunque, erano maltrattati, spesso con violenza invalidante, da un mondo che non accettava il loro essere infantili, inadeguati, in una parola “diversi”. Il film è ben attento a non caricaturare i due personaggi ma, pur raccontando il declino, i tic e la grandezza di due artisti (grazie anche alla eccezionale bravura di Coogan e Reilly), ha continui rimandi alle loro trovate: il baule che cade dalle scale come il pianoforte de La scala musicale, le gag di Stan per intrattenere la receptionist del produttore inglese e le due mogli, impressionantemente ricalcate su Mae Bush e Dorothy Christy, le attrici che impersonano mogli virago de I figli del deserto. Stanlio e Ollio è uno dei migliori film biografici sulla vita di comici (i precedenti su Chaplin e Buster Keaton, ad esempio, erano molto più freddi ed illustrativi) e merita il buon successo che sta avendo. Notazione finale: mi ha intenerito sentire, durante la proiezione, un bambino ridere di gusto ad una delle loro gag. La loro comicità è davvero eterna.

Antonio Ferraro

 

 

 

 

 

 




Escape Room

di Adam Robitel. Con Deborah Ann WollTyler LabineTaylor RussellLogan MillerNik Dodani  USA 2019

Zoey Davis (Rusell) è una brillante studentessa di fisica ma è traumaticamente chiusa in se stessa così da non riuscire a rispondere al proprio insegnante (Cornelius Geaney jr.) pur essendo preparatissima e da rifiutare l’invito a passare il Natale (lei è orfana) dalla famiglia della sua roommate (Jessica Sutton). Jason Walker (Jay Ellis) è un rampante broker finanziario e si vanta con il suo ammirato assistente (Russell Crous) perché aspetta un invito e un regalo da un ricco investitore al quale ha fatto guadagnare parecchi soldi. Ben Miller (Miller) è un magazziniere nerd che non riesce nemmeno a farsi promuovere cassiere perché il suo capo (Bart Fouche) lo considera troppo imbranato per stare a contatto con i clienti. Tutti e tre ricevono in regalo un cubo nero dall’interno del quale, dopo averlo manipolato, compare un invito personalizzato della società Minos ad un gioco di ruolo con in palio un premio di 10.000 dollari. Vanno così alla sede e vengono indirizzati dal concierge (Vere Tindale) in una stanza dove trovano altri tre giocatori: la bella e disinvolta Amanda Harper (Woll), con la schiena segnata da profonde cicatrici, il ruvido camionista Mike Nolan (Labine) e il giovanissimo appassionato di giochi Danny Khan (Dodani), che spiega agli altri le regole della Escape Room: un gioco basato sui videogames nel quale bisogna, di volta in volta, trovare il meccanismo per uscire dalla stanza nella quale si è rinchiusi. Mentre parlano, la sala d’aspetto comincia a surriscaldarsi: il gioco è cominciato ed è mortale. I partecipanti passano avventurosamente dall’anticamera infuocata ad un lago ghiacciato e ad una sala da biliardo capovolta; giunti ad una corsia d’ospedale si accorgono che contiene i letti e le cartelle cliniche dei precedenti incidenti nei quali erano stati gli unici sopravvissuti: Zoey aveva perso i genitori in un cappottamento dell’auto di famiglia, Jason era naufragato nel gelido oceano con il suo caro amico, Gabe (Adam Robitel), che era morto tra i flutti, Ben aveva avuto la famiglia decimata da una fuga di gas, Amanda, combattendo in Iraq, era stata colpita assieme ai suoi compagni da un rudimentale ordigno incendiario e Mike, trasportando con altri camionisti un carico pericoloso, si era salvato a stento. I giocatori rimasti in vita capiscono di essere intrappolati da qualcuno che ha studiato le loro storie e vuole nuovamente mettere alla prova le loro possibilità di sopravvivenza. Il gioco continua a mietere vittime, mentre si passa ad una stanza psichedelica e ad un vorace salotto vittoriano. Si salvano in due e riusciranno anche a sopraffare il Game Master (Yorick van Wageningen) ma…

Escape room, come spesso capita agli horror, è un piccolo caso produttivo: costato 9 milioni di $ ne ha finora incassati più di 100 (metà in patria e metà nei mercati stranieri). La regia è di buon servizio (Robitel ha diretto il quarto episodio di Insidious) ed il cast è composta da noti attori di serie di recente successo: Lost in space (Taylor Russell), True blood e Daredevil (Deborah Ann Woll), The walking dead (Lgan Miller), The game (Jay Ellis), Atypical (Nik Dodani). La sceneggiatura di Bargi F. Shut e Maria Melnik (anche loro con alle spalle un solido curriculum di serial televisivi) è ben calibrata ed ha vari creditori, come è normale in un prodotto di genere. E’ facile ravvisarvi gli echi dell’allora avveniristico (è del 1997) Cube – Il cubo e di The game per quanto riguarda la partecipazione ad un gioco di ruolo che si rivela pericoloso; così come la caccia all’uomo organizzata da ricchi corrotti ha avuto varie declinazioni – basti pensare al classico Conte Zaroff – Partita pericolosa (1932) dei creatori di King Kong Cooper e Schoedsack o a Senza tregua con Van Damme – così come l’idea di  un gruppo di sopravvissuti che si trovano a riaffrontare la morte era al centro dei vari episodi di Final destination. Tutto però è cominciato con il capolavoro di Agatha Christie 10 piccoli indiani – il romanzo giallo più venduto dalla storia, che ha avuto svariate edizioni cinematografiche e televisive ed ha ispirato vari altri film (Invito a cena con delitto, Incubo finale, Detox, Identità, Nella mente del serial killer) – nel quale dieci colpevoli di omicidio che l’hanno fatta franca vengono invitati su di un isola e uccisi da un misterioso giustiziere (nella successiva versione teatrali due personaggi – in realtà realmente innocenti – si salvavano, come in questo film). Escape room non è un capolavoro ma, come abbiamo detto, è ben costruito ed è uno degli esempi di come il cinema possa trarre linfa vitale dal mondo dei games. La preparazione di un disastro aereo nei tiolo di coda promette un sequel.

Antonio Ferraro




Captain Marvel

di Anna BodenRyan Fleck. Con Brie LarsonSamuel L. JacksonBen MendelsohnDjimon HounsouLee Pace USA 2019

Anno terrestre 1995; ad Hala, la capitale del pianeta dei Kree, Vers (Larson), soldatessa della Starforce dotata di superpoteri, è duramente  allenata dal comandante Yon-Rogg (Jude Law); i Kree sono governati dalla Suprema Intelligenza ,un’entità incorporea nella quale ognuno proietta il proprio ideale, e lei vi vede una donna (Annette Bening) alla quale non sa dare un’identità, poiché ha perso la memoria e – salvo sprazzi di ricordi (in particolare di un incidente aereo) – ha consapevolezza solo degli ultimi 5 anni di addestramento militare. Dopo un incontro con la Suprema Intelligenza, che le ricorda che i poteri le sono stati dati per difendere i Kree, lei parte, con Yon-Rogg, Korath (Honsou) e Minn-Erva (Gemma Chan), per una missione contro gli Skrull – i nemici dei Kree in grado di mutarsi in chiunque altro – e viene catturata e sottoposta ad un interrogatorio/ lavaggio del cervello, nel quale Talos (Mendelsohn) cerca di scoprire dove sia nascosto un motore a velocità della luce, che ha a che vedere con il suo passato. Vers riesce a liberarsi e, dopo un duro scontro con le guardie Skrull, precipita sul pianeta nel quale dovrebbe essere il motore: la Terra. La caduta rovinosa e il suo strano abbigliamento fanno intervenire Nick Fury (Jackson), ufficiale dello SHIELD, accompagnato dal suo braccio destro Phil Coulson (Clark Gregg), che non crede al suo allarme su di una prossima invasione aliena, salvo ricredersi quando la vede combattere in metropolitana con una feroce vecchietta/Skrull (Marylin Brett). La accompagna allora alla base militare Pegasus, per cercare informazioni sul motore e qui Vers scopre di essere stata una pilota dell’aviazione americana e di aver collaborato con la dottoressa Wendy Larson (l’immagine che lei attribuiva alla Suprema Intelligenza) e con la sua amica d’infanzia Maria Rambeau (Lashana Lynch). Le loro ricerche – nella quali scoprono che la dottoressa è morta in un incidente aereo –  sono interrotte da Talos, che ha preso le sembianze (Mendelsohn) del capo di Fury. Aiutati da Coulson, riescono a fuggire, impadronendosi di un piccolo jet; nella fuga Fury porta con se il gatto Goose appartenuto alla Larson, che sembra essersi particolarmente attaccato a lui. Arrivano da Maria che ora vive isolata con la figlia Monica (Akira Akbar) e che, superato lo shock di vederla viva, le rivela che il suo nome è Carol Danvers e che tutti la credevano morta nell’incidente che aveva ucciso la Lawson. Poco dopo arriva Talos, che dopo una brava lotta, dice loro di non avere intenzioni bellicose ma di voler solo cercare una casa sicura per la propria famiglia e per i superstiti Skrull tiranneggiati dai Kree; a supporto del racconto tira fuori una scatola nera che aveva preso mentre era nelle spoglie del capo dello SHIELD. Sappiamo così che la Lawson – il cui vero nome era Mar-Vell – era una scienziata militare Kree, che aveva disertato dopo aver capito le intenzioni imperialistiche dei Kree, che, durante il volo di prova dell’aereo con il motore più veloce della luce pilotato da Carol, Yon-Rogg, che l’aveva abbattuto, l’aveva uccisa e che Carol, per non far cadere nelle sue mani il potente meccanismo lo aveva fatto esplodere, acquisendo nel contraccolpo i suoi poteri; mentre era  svenuta, Yon-Rogg le aveva cancellato la memoria e aveva deciso di darle una identità Kree e di addestrarla come arma al servizio dell’espansionismo Kree. Ora Carol, Talos, Maria e Fury – con l’inseparabile gatto Goose vanno nel laboratorio spaziale di Mar-Vell/Lawson a prendere il Tesseract (il potente nucleo dal quale era nato il motore); qui trovano alcuni Skrull nascosti – tra i quali la mogie e i figli di Talos – e vengono raggiunti dai Kree. Nell scontro, Fury e Maria – dopo che Goose (che è in realtà un potente alieno) ha inghiottito il Tesseract – portano in salvo gli Skrull, mentre Carol viene catturata ma – dopo un drammatico confronto con la Suprema Intelligenza – capisce che i Kree le hanno inserito nella nuca un meccanismo che consente loro di controllare i suoi superpoteri; se lo strappa e vola sulla Terra. Qui – dopo aver sconfitto il potentissimo Ronan l’Accusatore (Pace) e rispedito Yon-Rogg ad Hala; decide – su consiglio di Fury che porta con se Goose con il Tesseract, nonostante il gatto gli abbia cavato inavvertitamente un occhio – di continuare a vegliare sulla pace con il nome di Capitan Marvel (in ricordo della scienziata). Fury – che ha avuto da Carol un cercapersone spaziale per contattarla ovunque lei sia – è divenuto capo dello SHIELD e avvia il progetto Avengers. Nei titoli di coda, Steve Rogers (Chris Evans), Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), Bruce Banner (Mark Ruffalo) e James Rhodes (Don Cheadle), gli Avengers superstiti dopo le vicende di Avengers:Infinity War, si domandano a chi Nick abbia inviato un messaggio prima di scomparire.

Captain Marvel è il ventunesimo film della saga Disney/Marvel e (così come aveva già intuito il geniale Stan Lee nel 1967) gioca la carta della supereroina con un occhio ad un audience femminile in qualche modo post-femminista. Il film, va detto, non è dei più memorabili del ciclo: i registi e sceneggiatori Anna Boden e Ryan Fleck, marito e moglie, non riescono a trovare l’equilibrio tra epica ed ironia che è la chiave della originalità della Marvel. Lo si era già visto in Black Panther rivolto ad un pubblico afro-americano: è come se il cambio di etnia o di genere del protagonista costringesse ad una particolare seriosità. Era forse così negli anni ’60 quando la Marvel sperimentava coraggiosamente nuove strade di marketing ma oggi abbiamo mille esempi di sarcastica auto-ironia di autori e commedianti di ogni genere ed etnia. Tant’è: ci dobbiamo accontentare dei siparietti comici di Samuel Jackson con parrucca e ringiovanito dagli effetti speciali. Siamo lontani dagli ottimi momenti di cinema rappresentati dal tempestoso The Avengers di Joss Whedon e dallo scespiriano Thor di Kenneth Branagh ma comunque, in una settimana che vede l’uscita in pompa magna di film di Signorine Snob e politicanti in parziale disarmo, Captain America è cinema vero e la trovata della produzione di concludere ogni film con un richiamo al prossimo evento della saga rimane geniale.

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