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Lucy

di Luc Besson. Con Scarlett JohanssonMorgan FreemanAmr WakedChoi Min-sikPilou Asbæk USA, Francia 2014

Lucy (Johansson) è una studentessa americana, vive a Taiwan e si arrangia come può; un ragazzo con il quale sta da poco, Richard (Pilou Asbaek) le chiede di portare una valigetta ad un certo mr. Jang (Min-sik) ma quando la ragazza arriva dei figuri armati uccidono Richard e la portano, terrorizzata, da Jang. Lui apre la valigetta e ne estrae un sacchetto pieno di pillole blu e, dopo aver freddato un drogato (Pascal Loison) a cui le aveva fatte provare, la fa mettere ko. Lei si risveglia con una ferita all’addome e, quando viene portata da Jang, apprende da un sadico inglese (Julian Thin-Tutt) che a lei ed ad altri tre – un tedesco (Wolfgang Pissors),un francese (Jean Olivier Schroeder) e un italiano (Luca Angeletti)- è stato messo nello stomaco un contenitore di CPH4 (questo è il nome della droga); a ciascuno viene dato un biglietto aereo per il proprio Paese d’origine e, una volta prelevata la droga, saranno ben pagati. Lucy viene tenuta in una cella prima della partenza ma un carceriere tenta di violentarla e, di fronte alle sue resistenze, la prende a calci facendo rompere il sacchetto nel suo stomaco. Intanto in una università il prof. Norman (Freeman) sta spiegando che l’uomo usa solo il 10 per cento delle proprie facoltà intellettive e fa delle ipotesi sulla possibilità che qualcosa possa aumentare questa potenzialità. L’effetto del CPH4 su Lucy sembra essere proprio questo: lei, diventata astuta e agilissima, fa fuori tutti i carcerieri e, prese le loro armi, va in un ospedale dove, puntandogli un mitra, costringe un chirurgo (Paul Chan), a tirarle fuori il sacchetto. Dopo aver telefonato a Norman, decide di impadronirsi di tutta la droga in viaggio. Va da Jang, gli ammazza tutti i gorilla e, dopo averlo inchiodato alla poltrona con due pugnali infilati nelle mani, vede, toccandolo, le destinazioni degli altri corrieri. Telefona a Parigi, parla con il commissario Del Rio (Waked), gli comunica i nomi e le destinazioni degli altri, prende appuntamento con lui e con il prof. Norman a Parigi dove sperimenterà su di se l’effetto di tutto il CPH4. Anche Jang con un piccolo esercito, guidato dallo spietato Jii (Nicholas Phogpeth), va alla stazione di polizia per vendicarsi e riprendere le pillole. Le facoltà di Lucy, che si è fatta iniettare tutta la droga, crescono rapidamente e lei e Norman sanno che quando arriverà al 100 per 100 morirà. Dopo un violentissimo scontro a fuoco, Jang sta per ucciderla ma…

Dopo Nikita e Il quinto elemento, Besson ha messo insieme un altro block-buster: Lucy ha spopolato in Francia, in U.K. e in Spagna (sta andando bene anche da noi) ma soprattutto ha avuto grandi incassi in America, dove pochissimi film stranieri hanno un vero successo commerciale. Il regista e produttore francese ha, va detto, un senso speciale nel cogliere le tendenze del pubblico; qui mette insieme, alla brava, action, splatter, ecologismo e pillole di filosofia orientale in mix pasticciato ma efficacissimo e dà alla Johansson , dopo Under the skin e Lei ,il terzo ruolo di donna bionica. Non è tutto perfetto (ci sono buchi di script e situazioni tirate via) ma chapeu al genio del marketing.




Senza nessuna pietà

di Michele Alhaique. Con Pierfrancesco FavinoGreta ScaranoClaudio GioéRenato MarchettiIris Peynado  Italia 2014

Mimmo (Favino) è un bravo capomastro e lavora con l’impresa di suo zio Santilli (Ninetto Davoli), che, dopo la morte violenta di suo padre, lo ha cresciuto e che però è anche un usuraio e lui ha anche il compito di esattore per questa attività: spesso in compagnia del suo amico Roscio (Gioè) sollecita, anche picchiandoli duramente, i morosi a mettersi in regola. Mimmo odia questa parte del proprio lavoro mentre ama costruire le case e soprattutto detesta gli incarichi che gli dà suo cugino Manuel, figlio arrogante e sadico di Santilli. Un giorno Manuel lo incarica di portargli una giovane escort, Tanya, che dovrà allietare un’orgetta che lui ha organizzato nella sua villa con alcuni amici. Mimmo esegue di controvoglia e, per tutto il tragitto, non apre quasi bocca con la ragazza ma, arrivati alla villa, Manuel gli dice che la festa è per l’indomani e che perciò dovrà tenersela in consegna per un giorno. Lui la porta a casa sua e continua a stare sulla difensiva. Il giorno dopo la porta al cantiere e lì trova il muratore Stefanino (Renato Marinetti) disperato perché la moglie Deborah (Samantha Fantauzzi) ha passato la notte con Manuel; dopo un po’ la donna li raggiunge e i due vedono che ha un occhio nero, chiaro segno delle intemperanze di Manuel. Insieme al Roscio Mimmo porta Tanya alla villa e lì Manuel dopo averlo congedato bruscamente comincia a fare giochi aggressivi con la ragazza; Mimmo torna con una scusa qualsiasi e, accecato dal comportamento brutale di Manuel – e, forse, anche dalla gelosia – afferra uno skateboard e lo lascia a terra quasi in fin di vita. I due si rifugiano in una casetta abusiva di Ostia da Pilar (Peynado), una cubana che divide l’alloggio con altre sudamericane. L’indomani mattina Pilar, temendo le reazioni di Santilli, gli chiede di andarsene e Mimmo, che non ha contanti con se -e nemmeno un bancomat perché, orso com’è, non si fida delle banche – deve andare a prendere i soldi a casa; qui trova gli uomini di Santilli che lo aspettavano, riesce ad atterrarli ma busca una coltellata. Roscio lo fa ricucire alla bell’e meglio da un medico suo amico e Tanya lo porta da Pilar. Mimmo è un bestione e si rimette in sesto rapidamente; decide di partire con Tanya (Pilar è riuscita a prendere a casa sua i soldi e qualche vestito). Prima di raggiungerla al pullman, lui va da Santilli per scusarsi dell’aggressione al figlio ma anche per spiegargli che avrebbe voluto fare una vita onesta. Arrivato al capolinea degli automezzi, viene raggiunto dal Roscio che, pur dichiarandogli affetto, lo uccide.

Allhaique è un buon giovane attore ed è al suo primo lungometraggio come regista (aveva già diretto qualche interessante corto). Favino, che lo ha anche prodotto, ha messo molto di sé nel progetto (è addirittura ingrassato di più di 20 chili per interpretarlo) e tutto il cast è ben motivato. Manca però una credibile struttura narrativa. La storia ricorda Pericle il nero, il bel romanzo noir di Giuseppe Ferrandino e, per altro verso Un giorno speciale, la commedia amara di Francesca Comencini ma il racconto è appesantito e manicheo: il noir non consente rallentamenti di tono o, peggio, sospensioni moraleggianti: se ha una morale (Melville insegna) questa nasce dalle cose, i protagonisti vanno verso il proprio destino sospinti dalle proprie pulsioni ed incapaci di soffermarvisi. Qui anche nelle ambiguità, tutti sono ad una (al massimo due) dimensione ed inoltre quel tanto di supporto che poteva venire dalla regia – almeno quella avrebbe dovuto essere secca ed essenziale – viene a mancare per l’inesperienza ma anche la voglia di inutili abbellimenti stilistici. Era nella recente Biennale di Venezia nella sezione Orizzonti.




The Giver – Il mondo di Jonas

di Phillip Noyce. Con Meryl StreepJeff BridgesBrenton ThwaitesAlexander SkarsgårdKatie Holmes USA 2014

Jonas (Thwaites) è un adolescente e, insieme ai suoi amici Fiona (Odeya Rush) e Asher (Cameron Monaghan), sta per partecipare alla Cerimonia che individuerà il loro posto nella società. Loro, infatti, vivono nel futuro, in un’epoca nella quale il loro mondo, limitato a un’altura circondata da nuvole, è governato dall’assenza di emozioni: i bambini vengono assegnati a famiglie considerate adatte alla loro crescita, ai giovani viene assegnato il ruolo socialmente utile che svolgeranno per tutta la vita, la regola di fondo che governa la società è l’inidentità acciocché non compaiano invidie o rivalità e i non validi vengono accompagnati verso un misterioso congedo. Ogni mattina tutti gli abitanti si praticano un’iniezione che li vaccina contro ogni impulso e che fa loro apparire la realtà in bianco e nero. La Cerimonia, guidata dall’ologramma del Capo Anziano (Streep) destina Fiona alla puericultura, Asher alla guida dei droni che sorvegliano i confini e, riconoscendo in Jonas delle doti eccezionali, gli affida il compito di Accoglitore di Memorie (lui ,in realtà, è sempre stato particolarmente curioso e una volta – ma nessuno lo sa – ha pure percepito il colore rosso dei capelli di Fiona). Il padre (Skarsgard), la madre (Holmes) e la sorella Lilly (Emma Tremblay) con cui vive sono orgogliosi di lui ma lo invitano a mantenersi nelle regole di autocontrollo che governano la società. Jonas viene affidato all’anziano Donatore di Memorie (Bridges), che dovrà sostituire e che (sapremo presto) ha fallito il compito con un precedente Accoglitore. Il Donatore fa, via via, conoscere a Jonas tutto la complessità, la meraviglia e l’orrore del mondo che li aveva preceduti e il ragazzo comincia a saltare le iniezioni, a vedere i colori che lo circondano, a provare e a dichiarare amore per Fiona e a sentire un forte legame con Gabriel, un neonato che il padre puericultore aveva portato in casa per curarlo e che lui, da una voglia sul braccino, riconosce come proprio fratello naturale. Ora Jonas ha capito che il mondo non finisce con la loro comunità e che se qualcuno riuscisse a superarne i confini potrebbe far tornare tutto alla normalità. Il Donatore dapprima riluttante – il precedente Accoglitore era sua figlia Rosemary (Taylor Swift), che aveva tentato la stessa cosa ed era stata portata al congedo (cioè condannata a morte) – accetta di aiutarlo. Jonas prima rapisce Gabriel con l’aiuto di Fiona (che ha capito di amarlo ma rifiuta di seguirlo), poi fugge inseguito dal drone di Asher. Fiona sta per essere congedata ma Jonas – che Asher ha finto di aver ucciso – supera i confini e…

Noyce (Ore 10: calma piatta, Giochi di Potere, Salt) si è visto affidare l’ennesimo best seller – autore Lois Lowry -di fantascienza nel quale, sulla falsariga di Hungy games e Divergent, adolescenti volenterosi salvano l’umanità da un destino di appiattimento e di oppressione (è chiara l’ispirazione dai non lontani orrori del nazismo e del comunismo). Lui svolge il tema da solido mestierante, carpendo situazioni da A.I.(2001) e Minority report (2002) di Spielberg e da Gattaca (1997) di Andrew Micol e Pleasentville (1998) di Gary Ross ma non va oltre un racconto più verboso del necessario e sostanzialmente senz’anima: proprio il confronto con il delizioso film di Ross ce ne sottolinea i limiti: il passaggio dal bianco e nero ai colori in Pleasentville è un susseguirsi di tenere emozioni, qui una abile trovata tecnica e nulla più.




Under the Skin

di Jonathan Glazer. Con Scarlett JohanssonAntonia Campbell-HughesPaul BranniganKrystof HadekRobert J. Goodwin USA, Gran Bretagna 2013

In Scozia, un alieno in tuta da motociclista (Campbell-Hughes) raccoglie un cadavere di donna e dà i vestiti ad un’altra aliena che, prese di sembianze umane di Laura (Johansson), gira con un camper per Glascow e chiede informazioni ai passanti. Ad uno di questi, Joe (Joe Szousa) dà un passaggio e dopo averlo sedotto lo porta in una casa desolata e, quando sono nudi, lo attira in una palude nera che lo inghiotte. Stessa sorte avrà di lì a poco Andrew (Brannigan), il quale, sommerso dal liquido nero e oleoso vede Joe disossarsi e sgonfiarsi (finiranno entrambi in una fornace a fornire nutrimento agli alieni). Laura assiste al coraggioso e vano tentativo di un nuotatore (Hadek), di salvare la moglie preda del mare agitato e, quando lui stremato torna a riv, lo uccide e ne trascina via il cadavere. Poco dopo deve fuggire da un uomo violento (Jeremy McWilliams) che, spalleggiato da altri teppisti, tenta di tirarla giù dal camper. Di lì a poco prende su Adam (Adam Pearson), un timido giovane afflitto da una malattia che lo rende simile ad elephant man; lo porta nel suo covo, si spoglia con lui ma ne prova pietà e fugge via. Ora gli alieni la cercano – evidentemente per sopprimerla – e lei fugge a piedi nelle Highlands. Qui incontra un uomo gentile (Michael Moreland) che la ospita e la corteggia garbatamente; quando però fanno l’amore, Laura lo allontana, si guarda terrorizzata la vagina e fugge per i boschi; qui si imbatte in un taglialegna (Dale Acton), che cerca di violentarla ma, quando sotto la pelle di donna appare uno strano pigmento scuro, terrorizzato le dà fuoco.

Glazer (Sexy beast, Birt –Io sono Sean) ha partecipato con questo film alla Mostra di Venezia del 2013 (e l’uscita così ritardata rischia di far arrivare il film nelle nostre sale già abbondantemente piratato); non è certo sorprendente che sia stato scelto: stralunato e scarno è molto nelle corde del direttore del festival Barbera. In realtà è una sorta di aggiornamento estetizzante del filone fantascientifico dell’invasione da parte di quinte colonne extraterrestri – quello che va dall’inimitabile L’invasione degli ultracorpi (1956, di Don Siegel) a Ho sposato un mostro venuto dallo spazio (1958, di Gene Fowler jr.), fino a L’uomo che cadde sulla terra (1976, di Nicolas Roeg) e a Starman (1984, di John Carpenter). Detto che senza la Johansson il film non avrebbe alcuna ragion d’essere, non si può non apprezzare il lavoro della casting Kahleen Crawford, collaboratrice di Ken Loach, che, seguendo le indicazioni del regista che voleva una recitazione in straniato understatement, ha scelto prevalentemente attori presi dalla strada (anche Brannigan, già protagonista de La parte degli angeli, era un non professionista quando Loach gli aveva affidato il ruolo); in particolare Adam Pearson è un vero malato di neurofibromatosi.




Into the Storm

di Steven Quale. Con Richard ArmitageSarah Wayne CalliesMatt WalshAlycia Debnam-CareyArlen Escarpeta USA 2014.

Pete Moore (Walsh) è un documentarista specializzato nella ripresa di catastrofi naturali e gira l’America in cerca di cicloni in una specie di carrarmato di sua invenzione, che ha chiamato Titus; lo accompagnano la meteorologa Allison (Wayne Callies), e due operatori: l’esperto Darryl (Escarpeta) e il novellino Jacob (Jeremy Stumper); Pete maltratta tutti perché sono mesi che non arriva nessun segno di tempesta e lui sta finendo i soldi. All’improvviso si manifesta un ciclone e tutte le fonti ufficiali ne prevedono il percorso verso est; solo Allison intuisce che si dirigerà verso la cittadina di Silverton e convince Pete ad andarvi. Nel liceo di Silverton, intanto, è in corso la cerimonia di consegna dei diplomi e il vice-preside, il vedovo Gary Fuller (Armitage) ha chiesto ai suoi due figli, il più giovane ma giudizioso Trey (Nathan Kress) e il ribelle Donnie (Max Deacon, di riprendere l’evento. Trey è, però, innamorato di Alicia (Kaitlyn Johanson) e quando lei, a sorpresa, gli chiede di accompagnarla, lui lascia tutto al fratello e va con la ragazza in una vecchia fabbrica abbandonata. In piena cerimonia scoppia un violenta tempesta, subito seguita da un tornado e tutta la scolaresca si rifugia nella cantina anti-sismica della scuola. Pete e i suoi arrivano in piena tormenta e cominciano a riprendere mentre tutta la cittadina è sconvolta – tranne i due ubriaconi locali Donk (Kyle Davis) e Reevis (Jon Reep), che vedono l’evento come una possibilità di arricchirsi facendo riprese spericolate. Gary, che è uscito con il figlio maggiore per cercare Trey, ottiene, grazie alle insistenze di Allison, l’aiuto di Pete che lo accompagna alla fabbrica. Qui Trey ed Alicia sono intrappolati per via del crollo del tetto del fatiscente edificio e rischiano di annegare a causa della violenta pioggia. Gary riesce a salvarli ma Allison vede dai propri strumenti che il tornado sta per moltiplicarsi e il gruppo si precipita nella scuola, che a questo punto rischia di trasformarsi in una trappola mortale. Con difficoltà convincono il preside Walker (Scott Lawrence) a trasferire tutti i ragazzi sugli scuolabus e ad allontanarsi con quelli. L’ultimo, enorme tornado porterà con se Pete (Jacob era morto poco prima e Donnie ne aveva coraggiosamente preso il posto) mentre gli altri superstiti si sono rifugiati in una discarica sotterranea.

Steven Quale è un esperto di effetti: ha diretto Inferno di fuoco e Final destination 5 ed è stato regista di seconda unità con Cameron in Titanic ed Avatar; è insomma il realizzatore ideale per la nuova stagione di film catastrofici, quella iniziata nel 1996 con Twister di Jan De Bont, caratterizzata appunto da grandi effetti e con un cast non costoso e funzionale, mentre negli anni ’70 (nei quali il genere aveva avuto una gran fortuna) film come L’inferno di cristallo (1974 di John Guillermin ed Irwin Allen) o Terremoto (1974 di Mark Robson) erano pieni di grandi divi anche in ruoli minuscoli I limiti di Into the storm sono se mai nella sceneggiatura: banale, prevedibile e con scarsa attenzione alla credibilità a vantaggio dell’effetto immediato (per dirne una: i due ubriaconi sono risucchiati dal ciclone ma, essendo i simpaticoni del racconto, li ritroviamo vivi, solo un po’ malconci come Wile E. Coyote dei cartoon).




Hercules – Il Guerriero Hercules: The Thracian Wars

di Brett Ratner. Con Dwayne JohnsonAksel HennieRufus SewellIan McShaneJoseph Fiennes  USA 2014

Ercole (Johnson), dopo le 12 fatiche è dovuto fuggire da Atene poichè il re Euristeo (Finnies) lo ha condannato a morte accusandolo del massacro della propria moglie Megara (Irina Sayk) e de loro figli , accanto alle cui spoglie era stato trovato in stato di incoscienza.. Ora vaga per la Grecia in cerca di ingaggi come mercenario per missioni estreme; sono con lui cinque compagni: Autolycus (Sewell), coraggioso ma avido, Tydeus (Hennie), primitivo e leale, l’indovino Amphiarus (McShane), l’amazzone Atalanta (Ingrid Bolso Berdal) e suo nipote, l’aedo Iolaus (Reece Ritchie), che, magnificando le sue gesta, attira gli ingaggi. I sei sono raggiunti dalla principessa Ergenia (Rebecca Ferguson) che li conduce dal proprio padre Cotys (John Hurt), re di Tracia che offre loro un ricca ricompensa se combatteranno contro Rhesus (Tobias Santelmann), che sembra essere dotato di poteri demoniaci e con le sue truppe sta portando la desolazione nella Tracia. Ercole ed i suoi accettano ma, mentre iniziano ad addestrare il raccogliticcio esercito guidato dal generale Sitale (Peter Mullan) una spia (Joe Anderson) informa il re che i nemici stanno per conquistare i vicini Bessi; sono così costretti a partire immediatamente; lungo la strada vengono assaliti dai Bessi, guerrieri nudi, tatuati e feroci che-Cotys lo afferma- Rhesus , con le sue arti, ha mobilitato contro di loro. La forza e l’abilità dei mercenari impedisce la disfatta ma Ercole, contro il parere di Sitale, impone al re una sosta per addestrare le truppe. Finalmente pront, i Traci affrontano gli armati e li sconfiggono, prendendo Rhesus prigioniero. Quando tornano alla reggia, Ercole intuisce di non aver combattuto una battaglia giusta ed interroga Ergenia: lei gli confessa che il padre ha ucciso suo marito, il legittimo re, e che ora la tiene in pugno minacciando di ucciderle il figlio, il piccolo Ario (Isaac Andrews). Ercole ed i suoi amici, escluso Autolycus che parte con la ricca ricompensa, decidono di aiutare la principessa ed il bambino ma, presi prigionieri, scoprono che Cotys è mosso da Euristeo –che sogna di divenire il Tiranno di tutta la Grecia- e che è stato proprio il re di Atene a far sbranare dai lupi la moglie ed i figli di Ercole. Liberatisi, i nostri (aiutati da Autolycus tornato a dar loro man forte) sconfiggono i nemici.

Per la mia generazione Ercole al cinema è sinonimo dei cosiddetti pepla o, come li chiamavano gli spettatori sandaloni: storie ispirate alla mitologia greca e romana, interpretati da muscolosi culturisti (gli antenati dei successivi body-builders) quali Steve Reeves, Reg Park, Gordon Scott, Gordon Mitchell; alcuni titoli potevano contare su registi di grande qualità (Pietro Francisci, Vittorio Cottafavi, Mario Bava) ed erano spesso basati su tragedie greche, rielaborate e mescolate tra loro; insomma un genere cinematografico di tutto rispetto che, come il parallelo spaghetti-western, ha avuto grande fortuna commerciale e riconoscimenti critici in tutto il mondo (a chi voglia saperne di più, divertendosi, consiglio l’imperdibile Il grande libro di Ercole di Steve Della Casa e Marco Giusti). Hercules – Il guerriero ha vari pregi: la regia di uno specialista (Ratner ha diretto i due Rush hour con Jackie Chan e X-men: conflitto finale), la derivazione dalle bella graphic- novel di Steve Moore (della quale ha mantenuto, in alcune sequenze, il tratto gotico), il gioco dell’ambiguità tra mito e realtà; gli sceneggiatori hanno inoltre assunto dai nostri pepla (che dimostrano di conoscere bene) un paio di sequenze (Ercole che sradica le catene e l’enorme statua scagliata contro i nemici) e lo stratagemma di circondare di ottimi attori (Sewell, Mullan, McShane) l’ ex- wrestler Dwayne Johson dotato delle due espressioni d’ordinanza: con e senza la testa di leone. Il mio cuore però palpita per i vecchi massi di polistirolo.




2047 – Sights of Death

di Alessandro Capone. Con Daryl HannahNeva LeoniKai PortmanTimothy MartinBenjamin Stender  Italia 2014

Siamo in un futuro nel quale la terra, a seguito di mostruosi conflitti, è governata da una tirannica Confederazione, della quale il colonnello Asimov (Rutger Hauer) è il braccio armato. Al loro strapotere si oppone l’organizzazione GreenWar; Sponge (Danny Glover) è uno dei capi dei ribelli ed ha inviato Ryan Willburn (Stephen Baldwin) a cercare in un avamposto abbandonato le prove degli eccidi della Confederazione. L’agente scopre una montagna di cadaveri, trova il circuito integrato che contiene le prove che cercava e si imbatte in Tuag (Leoni), una ragazza con il corpo dipinto che vive nel forte; lei lo aiuta a trovare una vecchia trasmittente che gli consentirà di mettersi in contatto con Sponge per rientrare alla base ma Ryan manda un segnale non criptato per farsi raggiungere da Asimov ed affrontarlo. Questi arriva con il maggiore Anderson (Daryl Hannah), figlia di un suo ex-amico della quale è innamorato ed un manipolo di uomini; per maggior sicurezza si fa raggiungere anche dal mercenario Lobo (Michael Madsen) e dai suoi feroci guardaspalle, Jimmy (Benjamin Stander) ed Evilenko (Kai Portman).Ryan elimina i due soldati mandati ad ucciderlo, Jano (Mario Opinato) e Greshnov (Marco Bonini), mentre alcuni altri uomini del colonnello sono attaccati da un morbo mortale dovuto alle forti radiazioni. Mentre Jimmy dà fuoco ai cadaveri, Evilenko sorprende Tuag e sta per violentarla ma Ryan lo uccide   Anderson si ribella alla ferocia del comandante e viene messa agli arresti. Tuag è catturata e Ryan si consegna ad Asimov in cambio della salvezza della ragazza. Lobo lo prende in consegna ma non lo ammazza perché ha in mente di ricattare Asimov. Nello scontro finale, solo Ryan, dopo aver scoperto che Tuag era una specie di fantasma, sopravvivrà e porterà le prove che condurranno alla fine della Confederazione.

Negli anni ’90 alcune produzioni televisive nordamericane (ad esempio la Curb) avevano messo in campo piccoli tvmovie, caratterizzati da un cast pieno di ex-divi in disarmo; il risultato era commercialmente accettabile anche se le spese sopra la linea (cioè quelle relative agli interpreti principali) sacrificavano la qualità tecnica dell’insieme (in fondo anche I mercenari di Stallone hanno una logica simile ma lì, soprattutto negli ultimi due, il valore produttivo è perfettamente adeguato). Andrea Iervolino, il giovanissimo produttore del film, lavora più o meno nello stesso modo: suoi sono, ad esempio, Operazione vacanze, Outing ed E io non pago – anche questo diretto da Capone- zeppi di facce note ma non certo particolarmente curati nella confezione. Ora Iervolino, che ha anche origini canadesi, ha allargato il suo orizzonte al Nord America e il multifunzionale Capone (gli dobbiamo il farsesco Uomini sull’orlo di una crisi di nervi, lo psicanalitico art movie L’amore nascosto ma anche le ultime serie tv con Bud Spencer) lo asseconda, mettendo insieme alla meglio un filmetto pieno di vecchie, stanche glorie (la povera Sirena a Manhattan Hannah, peraltro, si era già trovata con Boldi e Salemme in Olè), con scenografie, situazioni e dialoghi al minimo sindacale.




Anarchia – La Notte del Giudizio The Purge: Anarchy

di James DeMonaco. Con Frank GrilloMichael K. WilliamsZach GilfordCarmen EjogoKiele Sanchez. USA 201

Nel 2023,un anno dopo i fatti narrati ne La notte del giudizio, i Padri Fondatori (nuovo regime autocratico americano) hanno deciso, al fine di dare sfogo alla violenza che loro erano riusciti a contenere, di mantenere la pratica di una notte di Purificazione durante la quale si può impunemente commettere qualunque crimine. A Los Angeles, Ella (Ejongo) lascia in tempo il bar dove lavora come cameriera per andare a casa, lì l’aspettano la figlia Cali (Zoe Soul) ed il padre Rico (John Beasley); Cali è affascinata dalle prediche vie internet di Carmelo (Michael K: Williams), che sostiene che in quella notte le autorità massacrino i più deboli per una sorta di pulizia etnico-economica. In un’altra parte della città Shane (Zack Gilford) e Liz (Sanchez) stanno tornado a casa ma la macchina ha un guasto e loro si trovano in mezzo all’autostrada, guardati a vista da una banda di minacciosi teppisti mascherati, pronti ad entrare in azione non appena, di lì a poco, scatterà la notte fatidica. C’è infine il sergente Leo Barnes (Grillo) che, armato di tutto punto, esce a bordo di un’auto corazzata. Ella scopre che il padre, malato terminale, è andato a farsi uccidere a pagamento da una famiglia di ricchi per lasciare a lei ed alla figlia una grossa somma; mente se ne dispera nel suo appartamento penetra il portiere Diego (Noel Guglielmi), ubriaco, armato e intenzionato a violentare ed uccidere le due donne; un gruppo in divisa abbatte Diego e porta Ella e Cali nel camion di Big Daddy (Jack Conley), un anziano con una mitragliatrice pronto a farle fuori. Joe assiste alla scena e, dopo qualche tentennamento, salva le due donne, ferendo Big Daddy; nella macchina blindata si sono, intanto, nascosti, Shane e Liz e il sergente accetta di scortare i quattro fino alla casa dell’amica di Ella, Tanya (Justina Machado), in cambio della macchina di quest’ultima (la sua si è guastata nel conflitto a fuoco). Dopo una serie di scontri violenti – in uno di questi Shane perde la vita – i nostri eroi arrivano a casa di Tanya : lei e il padre (Castulo Guerra) li accolgono affettuosamente ma Tanya , che si è accorta che la sorella (Bel Hernandez) è l’amante di suo marito (Nick Nicotera), li ammazza entrambi. Nell’edificio fanno irruzione gli uomini di Big Daddy e i quattro si salvano per miracolo ma, nel fuggire, sono catturati dai teppisti mascherati che li vendono ad un club esclusivo, nel quale una elegante banditrice (Judith McConnell) li mette all’asta come prede di una caccia all’uomo. Loro si difendono come possono ma quando stanno per soccombere arrivano Carmelo e i suoi giustizieri che li salvano. Joe, inutilmente dissuaso dalla tre donne, si appresta a compiere la sua missione: uccidere Warren Grass (Brandon Keener), l’uomo che, ubriaco, aveva investito ed ucciso suo figlio. Uscito dalla casa di Grass, viene atterrato da Big Daddy, che gli rivela di essere un suo superiore con la missione da parte dei Padri Fondatori di completare la insufficiente Purificazione (come Carmelo aveva capito).

Il primo La notte del giudizio era stato una piccola sorpresa al botteghino: costato solo 3 milioni di dollari ne aveva incassati più di 90; un anno dopo DeMonaco ci riprova con un budget leggermente superiore che spende in location ed effetti, rinunciando ad avere nomi noti nel cast (il protagonista del precedente era Ethan Hawke) ed il risultato è interessante( anche finanziariamente :in pochi giorni ha già raccolto più di 50 milioni). Anarchia si iscrive bene nel filone del futuro gestito da una dittatura basata sulle diseguaglianze sociali (Hunger games, Upside down, Snowpiercer, Elysium) ma il basso costo gli dà una libertà di racconto che le mega-costruzioni dei film del genere non consentono e, di suo, DeMonaco ci mette una accentuazione sulla adrenalinica violenza congenita nell’uomo, sulla falsariga dei grandi film di Sam Peckinpah (Cane di paglia) e di Michael Winner (Il giustiziere della notte); non a caso aveva già sceneggiato il remake di Distretto 13: Le brigate della morte. Produce Michael Bay (Trasformers).




Three Days To Kill

di McG. Con Kevin CostnerAmber HeardHailee SteinfeldConnie NielsenTómas Lemarquis  USA 2014.

Ethan Renner (Costner) è un agente della CIA e, durante l’ultima missione, mentre sta per far fuori il pericoloso Albino (Lemarquis) cade svenuto. In ospedale gli diagnosticano un tumore con una sopravvivenza di pochi mesi; la CIA lo congeda e lui torna, dopo 15 anni di assenza, nella sua casa di Parigi; nella città vivono la sua ex moglie Christine (Nielsen) e la figlia adolescente Zooey (Steinfeld). All’arrivo scopre che la sua casa è stata occupata dall’immigrato Jules (Eriq Ebouaney) e dalla sua colorata famiglia e la Polizia gli consiglia di trovare una qualche forma di convivenza. Non gli va meglio con Zooey, che si è sentita abbandonata e non riesce a perdonarglielo. Mentre cerca di rimettere insieme gli ultimi cocci della propria vita, lo contatta Vivi (Heard), una free-lance della CIA che gli offre soldi e una cura sperimentale per la sua malattia se lui ucciderà, in tre giorni, l’Albino, il suo misterioso capo Wolf (Richard Simmel) e i loro accoliti. Ethan accetta e deve alternare i tentativi di riconquista della figlia – e anche della moglie – con una feroce caccia all’uomo. Lo vediamo torturare il driver turco della gang, Mitat Ymaz (Marc Andreoni) ma anche chiedergli consigli (Mitat ha due figlie) su Zooey; anche il contabile Guido (Bruno Ricci), durante un terzo grado, dovrà dare una ricetta alla ragazza.In qualche modo però le cose sembrano ricomporsi (anche con la famiglia di Jules alla quale finisce con l’affezionarsi ma ad una festa in casa del fidanzatino di Zooey Ethan e Wolf si incontrano, con coseguente conflitto a fuoco e..

Besson ha prodotto e scritto un altro dei suoi film “americani”, dopo Cose nostre – Malavita con De Niro e la Pfeiffer e Brick mansions con Paul Walker (stanno per uscire anche Lucy con Scarlett Johansson e The homesman con Tommy lee Jones). Lui ha sempre pensato e messo in cantiere un cinema fortemente influenzato dalle grandi produzioni statunitensi, con il preciso intento di contrapporgli un prodotto europeo adeguato. Non sempre ci è riuscito e questo film, in fondo, non ci prova nemmeno: Costner, non in un momento sfavillante di carriera, guida un cast corretto e McG (al secolo Joseph McGinty Nichol), il regista dei due Charlie’s Angels fa il suo mestiere. Niente di più.




Incompresa

di Asia Argento. Con Giulia SalernoCharlotte GainsbourgGabriel GarkoCarolina PoccioniAlice Pea Italia, Francia 2014.

Aria (Salerno) ha 9 anni e vive con una madre pianista (Gainsbourg) ed un padre attore famoso (Garko), sono con loro Lucrezia (Poccioni), figlia di primo letto del padre e Donatina (Anna Lou Castoldi), figlia della pianista. I genitori sono sempre su di giri, bevono, sniffano e litigano furiosamente finchè il padre se ne va di casa con Lucrezia. La piccola Aria, che si sente non amata dai genitori, assiste ad un tourbillon di fidanzati della mamma: il volgare e ricco Dodo (Gianmarco Tognazzi), il fantasioso Manuel Ginori (Max Gazzè), il giovane rockettaro Ricky (Justin Pearson). Lei, fuori casa vive la sua vita di ragazzina: scrive dei temi di grande efficacia, ha una amichetta del cuore, Angelica (Pea), è innamorata del bello della scuola, Adriano (Andrea Pittorino) ed è corteggiata dallo sfigato Ciccio (Riccardo Russo). Quando tenta di farsi notare (ad esempio scrivendo “Dodo go home” sulle parteti della casa materna) viene spedita nella casa dell’altro genitore e da qui rimbalzata indietro, con la costante sensazione di non avere un proprio luogo e di non essere voluta da nessuno. Un giorno arriva un pacchetto con dentro della cocaina alla madre e Aria, ingenuamente la smentisce quando lei dichiara di non conoscerne il mittente. Papà e mamma vengono arrestati e lei è sicura di aver perso ogni possibilità di essere amata da loro. Una festa in famiglia sembra riportare un po’ di buonumore ma un’altra festa con i suoi amichetti di scuola ferirà i suoi sentimenti e avrà, per effetto del vandalismo dei ragazzini, effetti devastanti.

Asia Argento è al suo quarto film da regista (più una partecipazione al collettivo De generazione) e, certamente, al suo più personale: è inutile fare riferimenti alle coincidenze autobiografiche di Incompresa (il nome Aria, che è quello che i genitori volevano darle, le due sorellastre, i genitori artisti, il loro arresto per una piccola quantità di droga, ecc.) tanto sono numerose. Quello che conta è sempre come il film arriva allo spettatore e qui la sensazione e di trovarsi in una sorta di Giornalino di Gian Burrasca dark: come Giannino Stoppani, anche la povera Aria è vittima delle circostanze e dell’incomprensione del mondo adulto; esiste un bel saggio del pioniere delle psicanalisi italiana, Emilio Servadio, sulla Sindrome di Gian Burrasca ma, comprensibilmente, la Argento non lo ha letto e il film rischia di apparire solo lagnoso e un po’ noioso. Incompresa era a Cannes, nella sezione Un certain regard.