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I nostri ragazzi

La gente ricca sono cattivi

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ragazzidi Ivano De Matteo. Con Alessandro GassmanGiovanna MezzogiornoLuigi Lo CascioBarbora BobulovaRosabell Laurenti Sellers Italia 2014

Due automobilisti litigano nel traffico, uno dei due scende dall’auto e, armato di una mazza da baseball, sfonda il finestrino dell’altro che estrae una pistola e spara uccidendo l’aggressore e ferendone, con lo stesso proiettile, il figlioletto rimasto in macchina; quindi, spaventato, si qualifica come poliziotto. Poco tempo dopo troviamo il bambino in ospedale accudito dalla mamma Giovanna (Lidia Vitale); lo ha in cura il pediatra Paolo (Lo Cascio) che fa di tutto per farlo guarire e per rasserenare la madre. Paolo torna a casa e, dopo aver salutato il figlio sedicenne Michele (Jacopo Olmo Antinori) che sta guardando con la cugina Benedetta (Laurenti Sellers) un reality violento,  va con la moglie Clara (Mezzogiorno) alla cena in un ristorante di lusso che ogni mese suo fratello Massimo (Gassman), penalista di successo e padre di Benedetta, insieme alla seconda moglie Sofia (Bobulova)  offre con un po’ di ostentazione. I due fratelli come sempre battibeccano – adesso hanno un argomento in più perché Massimo è il difensore del poliziotto. Qualche sera  dopo i due ragazzi vanno ad una festa e Benedetta si apparta con un ragazzo mentre Michele, forse geloso, beve smodatamente e comunica alla cugina che vuole tornare a casa e lei, seccata, lo accompagna. Poco dopo Giovanna lo vede tornare ubriaco e si ripromette di fargli un discorso il giorno dopo, soprattutto a seguito del recente colloquio con l’insegnante di matematica (Roberto Accornero) che lamenta la totale mancanza d’impegno del ragazzo. La sera dopo, Clara, guardando Chi l’ha visto, crede di riconoscere Michele e Benedetta in due ragazzi, ripresi da una telecamera di servizio, che hanno picchiato una barbona lasciandola in coma (poco dopo morirà). Michele nega e Clara ,credendogli, non dice nulla al marito  intanto, Benedetta, racconta al padre, chiedendogli consigli legali, di due suoi compagni di scuola che si sono resi responsabili dell’aggressione. Massimo invita a pranzo il fratello e gli dice di avere il forte sospetto che il racconto di Benedetta riguardi i loro figli. Paolo va a casa, interroga duramente il figlio e questi confessa. Le due famiglie si incontrano per decidere il da farsi ma finiscono per litigare. Sofia, che di Benedetta è la matrigna ma la ha cresciuta come una figlia, dichiara al marito di essere disposta a fornirle un falso alibi, mentre Clara è in violenta tensione con Paolo, perché teme che voglia denunciare il figlio. In una drammatica cena nel solito ristorante, Massimo, che ha sentito i ragazzi parlare tra loro ed ha capito che non hanno alcuna idea della gravità dell’accaduto, comunica che ha deciso di far costituire Benedetta, garantendo a lei ed al cugino il massimo di assistenza legale (i due, in quanto adolescenti ed incensurati, hanno buone possibilità di ottenere pene alternative al carcere), Paolo rifiuta di condividere questa scelta e minaccia di morte il fratello. Poco dopo…

De Matteo è uomo di spettacolo versatile: attore (è stato il Bufalo del Romanzo criminale televisivo), sceneggiatore, regista; nei suoi film appaiono sempre temi di forte attualità come l’immigrazione (La bella gente) o le nuove povertà (Gli equilibristi). I nostri ragazzi, presentato di recente a Venezia ne Le giornate degli autori, è il suo film più riuscito ma gli manca, come molto spesso capita al nostro odierno cinema d’impegno, una compiutezza narrativa, come se l’attualità del tema  bastasse da sola a fare il film, senza bisogno di personaggi che diano anima e vita al racconto (che non sia così ce lo dimostrano il Rosi de Le mani sulla città, il Lumet de La parola ai giurati , il Cayatte di Giustizia è fatta o il Loach di Ladybird, ladybird). L’argomento è certamente foriero di discussioni (lo dimostrano le tre carampane che ieri al cinema, durante la proiezione, non smettevano di blaterare) ma è sviluppato attraverso situazioni e figure ad una sola dimensione, più emblematiche che umane. Tutto è messo insieme con cura ma un film è un’altra cosa.

 

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