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Una politica democratica per combattere le mafie

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Ignazio Marino  (anni 59) sindaco di Roma

Ignazio Marino (anni 59) sindaco di Roma

Vuoi battere le mafie e contribuire a dare una prospettiva alla capitale d’Italia? Non ti resta altro punto di riferimento che Ignazio Marino. Egli deve porsi concretamente questo obiettivo: aprire la fase costituente per trasformare Roma capitale in città metropolitana, ridisegnare i confini territoriali e dare piena autonomia ai municipi; dopodiché correre per l’elezione a suffragio universale del sindaco metropolitano. Questo obiettivo politico e istituzionale è oggi tutt’uno con la battaglia per liberare Roma dalle mafie.  

Francesco Rutelli e Walter Veltroni hanno rivendicato il lungo periodo di buon governo e di onestà delle amministrazioni capitoline che si sono succedute dal periodo di tangentopoli fino alla giunta guidata da Gianni Alemanno. Matteo Renzi ha commissariato con Matteo Orfini il PD romano, dopo la notizia che alcuni suoi esponenti sono coinvolti nell’inchiesta “Mondo di mezzo”.  Da quanto si conosce finora dell’indagine è con l’arrivo della destra in Campidoglio che si crea il sistema mafioso in cui le lobby affaristiche e criminali, annidate in un’area trasversale che va da alcune schegge dell’eversione di destra a imprese del terzo settore, asserviscono spezzoni di partiti e di pubblica amministrazione ai propri interessi, mediante il controllo di flussi cospicui di spesa pubblica.

Ma non mi persuade la tesi di Veltroni che il coinvolgimento del PD sia semplicemente il frutto di “una politica ridotta a tessere, correnti, potentati, preferenze e deprivata della sua ragione e del suo senso”. E che dunque sia sufficiente per risalire la china – come scrive Goffredo Bettini – “costruire un partito delle persone, in grado dal basso di controllare, discutere e decidere tutte le scelte, in trasparenza e libertà”.

È difficile una discussione razionale sulla politica e sulla sua riforma sotto la pressione quotidiana degli orrori politici e morali che emergono dall’inchiesta e delle semplificazioni giornalistiche. Ma credo che l’emotività debba far posto al ragionamento e guardarci serenamente negli occhi. Soprattutto in questo modo potremo dare effettivamente un contributo a Ignazio Marino nel suo tentativo di coalizzare intorno alla sua amministrazione le forze disponibili a combattere per liberare Roma dalle mafie e assicurare un futuro alla città.

Nulla è più come prima. Dal 2 dicembre abbiamo la certezza che anche a Roma ci sono le mafie. E il fatto che le mafie stiano conquistando la capitale è già il segno evidente che di questo morbo sia infetta ormai l’intera nazione. Il tema politico urgente diventa allora come la democrazia combatte questo cancro e come produce quelle difese immunitarie, quegli anticorpi necessari a prevenirlo.  E come il PD si attrezza per sconfiggere questo nemico e come crea degli argini per difendersi da coloro che ad un certo punto lo utilizzano per fini personali di arricchimento e di potere.

Assumere davvero l’obiettivo di dichiarare guerra alle mafie significa, dunque, restituire un senso alla politica, definire degli obiettivi concreti e introdurre nella vita del paese un’intransigenza morale e un civismo attivo che devono permeare tutti i gangli delle istituzioni e della società.

Per il PD significa dare effettivamente un senso alla propria denominazione. Non si tratta di produrre appelli moralistici o rigurgiti giustizialisti. Ma di elaborare nuove regole che riguardino la vita dei partiti e delle istituzioni, le nomine dirigenziali, la loro selezione e rotazione, le consulenze, la distinzione netta tra interventi ordinari e quelli emergenziali, gli statuti delle imprese e delle organizzazioni, indipendentemente dalla loro forma giuridica e dal carattere profit o non profit, le relazioni tra le parti sociali, i rapporti tra imprese e fornitori, i modelli di governance delle imprese che gestiscono beni comuni e interventi sociali per rendere effettivamente esercitabili i diritti.

Partiti, istituzioni e società civile organizzata dovrebbero sentire come proprio compito primario quello di promuovere pratiche concrete innovative che diventino procedimenti istituzionali trasparenti, affidabili e competitivi e favoriscano comportamenti virtuosi volti ad alimentare fiducia e cooperazione. Partiti, istituzioni e società civile organizzata dovrebbero sentire come propria missione quella di accompagnare processi partecipativi dal basso per l’utilizzazione trasparente, efficiente e condivisa dei flussi finanziari destinati allo sviluppo locale.

Partiti, istituzioni e società civile organizzata dovrebbero cogliere l’occasione dell’istituzione della città metropolitana di Roma capitale per interrompere un percorso istituzionale sbagliato. Un percorso che è il frutto di un accordo tra i potentati della cattiva politica volta ad affossare un disegno virtuoso delineato nella riforma del titolo V della Costituzione e nella legge 42 del 2009: la trasformazione di Roma capitale nella città metropolitana. Non è vero che la legge Delrio non lo permette. E se si hanno dubbi, si concordi con il governo il tragitto e si proceda rapidamente verso l’autonomia dei municipi e la definizione di uno statuto che preveda l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano. Se non si realizza questo disegno la specialità di Roma capitale si banalizza perché non potrà realizzarsi in un’area vasta omogenea come accade per tutte le maggiori capitali del mondo. Marino deve battersi per questo obiettivo politico: preparare le elezioni dirette del sindaco della città metropolitana di Roma capitale e candidarsi a questo ruolo. E su tale obiettivo squisitamente politico e istituzionale deve costruire un accordo vero con il premier Renzi e con il commissario del PD Orfini.

È sconfortante che intorno allo statuto della città metropolitana non ci sia alcun dibattito pubblico. E il tutto sia lasciato agli accordi di vertice dei capi tribù dei partiti. I cittadini non sono per niente coinvolti in decisioni che riguardano i maggiori poteri autonomi dei municipi, le elezioni dirette e i nuovi confini territoriali che la città deve avere per svolgere pienamente le funzioni assegnate ad essa dalla Costituzione.

Vero è che neanche i cittadini romani richiedono di partecipare direttamente nella definizione di tali scelte importanti per la loro vita, quasi rassegnati a subire le decisioni dall’alto su questioni che riguardano lo sviluppo della loro città. Un atteggiamento passivo di subordinazione ai potentati che evidenzia una latente mafiosità diffusa. E’ anche per questo motivo che una funzione rilevante dovrebbe essere svolta dalle istituzioni scolastiche e universitarie per sviluppare il capitale cognitivo, cioè la risorsa indispensabile per accrescere la domanda di partecipazione e l’efficienza delle istituzioni democratiche e così prevenire i fenomeni di corruzione. Si tratta di agire sulla formazione della psicologia cognitiva e morale individuale nelle fasi giovanili di maturazione e stabilizzazione delle capacità decisionali per fare in modo che le persone apprezzino il valore e l’utilità della trasparenza, dell’affidabilità, del merito e della cooperazione.

Gerardo Chiaromonte, in qualità di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia tra il 1988 e il 1992 ci aveva avvertiti della presenza delle mafie a Roma, sollecitandoci a guardare al fenomeno mafioso in modo ampio e lungimirante. Si tratta – egli scriveva – di partire da due elementi essenziali: 1) le origini antiche di un modo di fare politica in Italia (accentuatosi negli ultimi decenni) che si nutre a volte del rapporto tra partiti e uomini della struttura dello Stato con ambienti più o meno ambigui; 2) la costituzione di un nuovo blocco, flessibilissimo e resistentissimo, di forze politiche e sociali diverse che mira e, in gran misura, riesce a controllare e a gestire il flusso di spesa pubblica con un vero e proprio “sistema di potere”, in particolare colluso e comunque connivente (attraverso confini assai incerti) con nuclei e clan della delinquenza organizzata.

È, dunque, vero che ogni struttura che amministri potere è esposta all’infiltrazione di organizzazioni mafiose, come ha ricordato Veltroni. Ma è anche vero che la politica democratica può produrre gli anticorpi necessari per prevenire questi rischi. Se questa non c’è o si siede, le mafie trovano porte e finestre spalancate per assoggettare ai propri interessi criminali le istituzioni e la società.

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One Response to Una politica democratica per combattere le mafie

  1. Tommaso Capezzone Rispondi

    9 dicembre 2014 a 12:08

    Sono d’accordo con l’impostazione dell’analisi di Alfonso Pascale ma mi preme mettere in rilievo un aspetto poco esplorato di questo scandalo:
    Da circa 15 anni le pubbliche amministrazioni non assumono più per il blocco del turn over, per ovviare alle carenze di organico le pubbliche amministrazioni appaltano a cooperative e/o aziende parti sempre più rilevanti dei servizi.
    In media le pubbliche amministrazioni pagano circa 2000 euro mensili per addetto alle cooperative e/o aziende di cui si servono.
    Mediamente ogni addetto percepisce circa 700/800 euro mensili.
    I 1200/1300 euro residui vengono quindi introitati dalla cooperativa e/o azienda.
    Con questo sistema le pubbliche amministrazioni ottengono il duplice obiettivo di tagliare la spesa per il personale dal momento che i soldi per queste cooperative e/o aziende vanno a ricadere nel capitolo delle spese per acquisti di servizi e inoltre hanno la garanzia di avere sempre presente la forza lavoro pagata (in genere se un addetto delle cooperative e/o aziende è assente viene sostituito da un altro addetto).
    La domanda politica è:
    chi incamerare la differenza dei 1200/1300 euro di cui sopra?
    quanto guadagna un presidente di cooperativa?
    non è che una parte della somma finisce in finanziamenti e/o mazzette a politici e/o funzionari?
    come si giustificano in bilancio questi fondi visto che le cooperative non possono per legge avere utili?
    chi controlla i bilanci delle cooperative che lavorano per le pubbliche amministrazioni?

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