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Take Five

Jazz per cinque disperati

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di Guido Lombardi. Con Peppe Lanzetta, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster, Gaetano Di Vaio Italia 2013

A Napoli, Carmine (Paternoster), idraulico pieno di debiti di gioco, viene chiamato per riparare una perdita dalle fogne nel caveau di una banca. Gli uomini del boss Jannone (Gianfranco Gallo), al quale deve una forte somma, gli rompono un braccio e gli intimano di pagare in pochi giorni; lui va dal ricettatore Gaetano (Di Vaio) e gli racconta della facilità con cui si può arrivare al caveau; Gaetano mette in piedi una “paranza” di 5 elementi: si aggiungono a loro, Sasà (Striano), ex rapinatore che, in seguito ad un infarto, ora campa facendo il fotografo, Salvatore (Ruocco), nipote di Gaetano, già promettente pugile professionista che, avendo rotto una sedia in testa ad un arbitro corrotto, vive di combattimenti di strada e Peppe o’ Sciomèn (Lanzetta), un tempo il miglior scassinatore di Napoli, in perenne crisi depressiva per i tanti anni carcere subiti. La rapina va a buon fine: i 5 tramortiscono due impiegati ed obbligano il direttore (Alan De Luca) ad aprire la cassaforte. Gaetano e Carmine vanno avanti con due borsoni con dentro circa due milioni in preziosi e gli altri tre li aspettano a casa di Sasà. L’attesa però si prolunga e la tensione ed i sospetti si ingigantiscono, anche perché vedono sotto casa due scherani di Jannone, Ninnillo (Antonio Pennarella) e Antonio (Antonio Buonuomo); ordinano qualcosa da mangiare e arriva il piccolo Emanuele (Emanuele Abbate), che però è seguito dai due scagnozzi, che per un contrattempo non riescono ad entrare in casa. I due uomini, sapremo, erano stati mandati da Jannone – che sapeva del colpo perché Sasà, che voleva un trapianto di cuore e sapeva che il boss poteva aiutarlo, aveva concordato di uccidere i complici per dividere con lui il bottino – per controllare ma avevano deciso di prendere per sé i gioielli.   Poco dopo arriva Carmine che spiega che Gaetano – forse morto per le esalazioni – è rimasto con il malloppo nelle fogne e lui è dovuto scappare per l’arrivo della polizia. Torna Emanuele con le sigarette che Sasà gli aveva chiesto e, stavolta, Ninnillo e Antonio entrano con lui ma, in assenza dei preziosi, telefonano a Jannone che intima loro di portargli Sasà e Carmine. Arrivati alla villa del camorrista, i due si trovano al centro di una sparatoria tra gli uomini del capo e gli amici di Ninnillo e riescono a scappare. A casa di Sasà c’è una forte tensione tra Peppe e Salvatore, perché il primo ha cercato di baciargli il sesso mentre dormiva; il fotografo prende in mano la situazione e va con gli altri a cercare le borse e Gaetano. Arrivati al tombino lui e Carmine scendono ma l’idraulico si isospettisce, minaccia Sasà con una pistola e questi lo fredda. Salvatore si spaventa e scappa inseguito da Sciomèn; il pugile quando lo vede lo chiama “Ricchione di merda!” e il vecchio bandito lo uccide, sparandosi a sua volta. Tornato a casa Sasà trova Gaetano che è riuscito a fuggire con il bottino ma arriva anche, ferito, Ninnillo che entra facendosi scudo di Emanuele. Sparatoria finale e chi si godrà il maltolto? Non è difficile immaginarlo.

Lombardi aveva avuto lusinghieri riconoscimenti con Là-bas , ispirato alla strage di Castelvolturno ed ora, con la stessa compagine produttiva, arriva sugli schermi con questa interessante seconda opera, piena di sfide: oltre alla difficoltà di far uscire, dopo la doppia Gomorra, un altro film sulla malavita napoletana, anche l’aver scelto per i protagonisti, oltre al bravissimo Peppe Lanzetta, ben quattro attori/non attori con precedenti penali; Paternoster e Striano (il Bruto di Cesare deve morire) hanno maturato in carcere la propria vocazione, Ruocco è stato davvero un pugile da strada e Di Vaio ha raccontato nel libro Non mi avrete, scritto proprio con Lombardi, la propria esperienza di ex malavitoso diventato produttore e, occasionalmente, attore. Circola nel film una interessante aria da anni’50: oltre al brano di Dave Brubeck che dà il titolo e che è del ’59, si sentono gli echi di Giungla d’asfalto, di Rapina a mano armata, di Rififì, insomma del bel noir, duro, dolente e privo di moralismi.

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