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Rigenerazione urbana e crescita economica: si può

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L’incontro organizzato da Planimetrie culturali sul “Distetto popolare evoluto” (svoltosi a Bologna il 18 marzo) ha visto anche la partecipazione di Paolo Venturi, esperto di impresa sociale. A lui abbbiamo posto alcune domande sul valore economico della rigenerazione urbana.

Come può la rigenerazione urbana diventare anche un’occasione di sviluppo economico?

“Siamo in un momento storico in cui sono in crisi i tradizionali modelli di produrre valore. Le leve tradizionali in mano allo Stato e al Mercato (per come li abbiamo conosciuti negli ultimi 20 anni) usate per attivare nuovi percorsi di sviluppo non funzionano più e in molti casi non sono più attivabili ( basti pensare allo strutturale decremento della spesa pubblica e alla trasformazione di intere filiere produttive come l’edilizia). In questo contesto una visione duale, Stato- Mercato, non è più sufficiente ma occorre recuperare un ingrediente, fino ad oggi attivato solo in maniera residuale, ossia il ruolo della società e della comunità. La crisi (etimologicamente significa ‘passaggio’) ci consegna un’evidenza: lo sviluppo si costruisce ‘con’ la comunità non solo ‘per’ la comunità. Un esempio lampante ci viene dall’enorme quantità di beni immobili, di spazi, di quartieri, di borghi abbandonati. Prima l’opzione ‘urbanistica’ in quanto tale poteva essere perseguibile per i proprietari di immobili ( in gran parte privati ..) oggi questi beni se non incrociano una finalità sociale, culturale legata alla vocazione e ai bisogni della geo-comunità in cui sono inseriti, difficilmente possono essere ri-generati.

Sono spazi che posso diventare contenitori di nuove filiere di prodotti e di servizi rivolti alla comunità, luoghi di animazione sociale e di nuovo mutualismo ( prima avevamo le case popolo e i circoli..), asset da destinare alla sperimentazione e all’imprenditorialità. Ecco che quindi la rigenerazione non è più un atto speculativo (costruisco e rivendo)… ma un atto generativo.”

Come possono operare insieme soggetti pubblici come le amministrazioni, ed i privati?

“Per attivare questi nuovi processi di rigenerazione, che si tratti di una periferia, di un casa cantoniera, di una stazione abbandonata, di un ex-fabbrica dismessa, non basta il governo (ossia l’intervento della PA) occorrono policy di governance ossia processi di collaborazione fra una pluralità di soggetti che non sono solo portatori di interessi, ma di risorse e di istanze di cambiamento. In questo senso la PA diventa quel soggetto capace di abilitare, accompagnare e valutare processi che nascono dal basso e che hanno istanze e proposte concrete legate al diverso uso dei nuovi spazi.. Istanze ibride e plurali. Sono, infatti, fortemente eterogenee le soluzioni che spesso convivono dentro i nuovi spazi rigenerati dove il nuovo artigianato convive con la dimensione culturale e lo spazio associativo con quello imprenditoriale; però senza un comune “tèlos” ( fine comune) non si costruiscono governance. E’ quindi indispensabile alimentare, prima di qualsiasi intervento, processi di condivisione senza i quali è difficile generare valore.
Oltre alla governance, è indispensabile semplificare e allineare le normative ad un diverso uso degli spazi: la legislazione che abbiamo oggi(nonostante l’innovazione introdotta dal regolamento sui beni comuni del Comune di Bologna) sono pensate per un mondo che non c’è più. Oggi abbiamo beni immobili che non hanno praticamente più mercato e sono all’origine del degrado sociale di molte città, per non parlare di borghi abbandonati che vendono case a poche centinaia di euro e nello stesso tempo registriamo una crescente quantità di persone che non hanno accesso alla casa.. mi sembra un paradosso che non possiamo permetterci. La ri-generazione diventa quindi una grande occasione per dare vita a nuova era di distretti caratterizzati da un diverso modo d’intendere la produzione: “la produzione come fatto sociale”

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