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Periferie anno zero

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Quando molti anni fa cominciai a studiare le grandi periferie urbane ed ebbi occasione di vivere a lungo nel nord Europa, venni inizialmente colpito dai grandi centri commerciali che un po’ fungevano da cuori pulsanti dei quartieri periferici di Copenaghen, Stoccolma, Helsinki. Avevo studiato all’università i progetti di quei quartieri, individuando spesso una stecca centrale di servizi in aree di nuova urbanizzazione. Ma andandoci e vivendoli di persona, insieme a quelle visioni di architetture omnicomprensive e anche piuttosto accattivanti, mi colpiva il silenzio dei luoghi, l’assenza di movimento, l’atmosfera priva di respiro. Di lì a poco, quello che era stato compreso come un grosso errore fisico e sociale, cominciò ad essere sostituito, o meglio implementato: insieme alle aree commerciali, prepotente fu il ritorno all’utilizzo di un piccolo commercio diffuso di quartiere, il cosiddetto “negozio di vicinato”, atto a rispondere alle esigenze di tutti i giorni ad una utenza che o per scelta, o per impossibilità, non si indirizzava ai grandi centri commerciali. Una tendenza, questa, progressivamente, benchè molto lentamente, giunta a colpire anche i territori, in primo luogo quelli americani, dove erano nati i centri commerciali. Che stanno ora ovunque manifestando criticità un po’ ovunque.

Da noi questi sono nati con forte ritardo rispetto ad altre aree geografiche, ma in pochi anni la loro presenza era letteralmente esplosa ovunque. Al solito, senza prendere atto che lì dove esistono da tempo, l’offerta di centri commerciali è stata equilibrata dal potenziamento di attenzione verso i centri storicie dal sostegno al piccolo commercio di quartiere: vale a dire, una pluralità di proposte sul libero mercato. A Bari, dove gli interventi sul territorio sono stati condizionati da visioni esclusivamente speculative e di scarsa prospettiva, è successo esattamente il contrario: la nascita e concentrazione di un notevole numero di centri commerciali in aree suburbane, si è sviluppata mentre crollava l’attenzione verso le aree centrali e le periferie crescevano disumane e totalmente prive di servizi.

A me piacerebbe che si prendesse definitivamente atto che la città è un sistema complesso ed intervenire su una sua parte non potrà mai dare esiti favorevoli di recupero, se non si interviene su tutte le sue componenti. Per meglio intenderci, pensare di recuperare un quartiere diventato ghetto, perché privo di servizi e con una utenza marginalizzata, intervenendo sui suoi aspetti fisici, difficilmente darà risultati solidi e duraturi se si fanno calare progetti dall’alto senza coinvolgere la popolazione locale, senza comprendere appieno quali siano le reali aspettative e non si riesce a far risorgere quei sentori storici, culturali, paesaggistici che certamente esistono ma sono stati schiacciati dall’ignoranza e dalla indifferenza a tali valori. Intervenire con proposte di incentivazione all’apertura di nuove attività commerciali è certamente un elemento positivo, ma forse sarebbe più opportuno prima sostenere le attività già esistenti e che magari stanno vivendo rischiosissime crisi, stimolando l’offerta e costruendo la domanda. Perché dovrei preferire il negozietto di Palese al centro commerciale? Cosa può darmi di più una tale scelta? Può essere sostenuta una fidelizzazione a tali scelte? E accanto ai negozi di vicinato, possono essere promosse iniziative per il tempo libero e liberato, per il volontariato, per la condivisione nell’uso delle aree pubbliche, per la concertazione di una programmazione che renda appetibile scegliere una offerta anziché un’altra? E agendo perché non sia un singolo a muoversi, ma l’intera categoria locale?

Di recente, pur di sostenere un bel concerto classico natalizio in una chiesa di Palese, mi sono per la prima volta impegnato in una ricerca di contributi porta a porta, presentandomi ad alcuni negozianti che ritenevo potessero rispondere positivamente. Il risultato: nessun interesse da parte di chi sta bene e non percepisce funzionale contribuire ad una iniziativa culturalmente importante; scarso interesse (ma con qualche risposta positiva) da parte di piccoli negozi alle prese con la quotidianità del mercato; infine, alcune risposte concrete e adeguate prevalentemente come rispetto e fiducia alla mia persona. Sono situazioni su cui riflettere e c’è comunque la percezione della pressochè totale assenza di prospettive. Ma davanti a proposte serie, belle, forti, c’è una parte del commercio di periferia che si rende disponibile: spazi per aprire dei varchi ci sono! Ed è su questi spazi che si deve puntare!

Il rischio, altrimenti, è che si intervenga in territori già in grave crisi socioeconomica, pensando di dar soluzione incentivando nuove attività: e poi?

Io sono fra quelli che furono duramente colpiti dall’impegno culturale in Bari vecchia nella sua primissima fase di rilancio: il forte investimento di risorse personali che affiancai al finanziamento pubblico, poco o nulla potè dopo il breve periodo, mancando totalmente la prosecuzione di un supporto che aiutasse la crescita della proposta e la consolidasse. E quelle conseguenze sono oggi tutte sulla mia vita personale e professionale.

Tutto questo avviene mentre il centro cittadino, infortissima crisi economica e identitaria, è bombardato da progetti, cantieri e previsioni di cantieri che ne modificheranno fortemente il paesaggio senza intervenire granchè sulla componente infrastrutturale (in primissimo luogo quella trasportistica)ed alcune zone semicentrali e di prima periferia saranno interessate da progetti finanziati dal Governo centrale. Troveranno certo il plauso di molti cittadini ed anche mio, se ben realizzati; ma nel frattempo, le componenti sociali saranno coinvolte perché nuove aree verdi vengano accolte come patrimonio locale, ben utilizzate, ben manutenute? Avevo proposto all’assessore Carla Tedesco la formulazione di una rete di laboratori partecipativi in seno ai municipi, come investimento di prospettiva delle risorse umane locali nel recupero dei luoghi di tutti i giorni. Non c’è stata risposta, ma forse parte di questo riusciremo ugualmente a farlo realizzando attività laboratoriali aperte al territorio in una scuola di Palese.

Nel frattempo, alcune grandi capitali europee si libereranno nel giro di pochissimi anni del traffico privato nei centri urbani, avendo massicciamente investito sul sistema trasportistico pubblico.

Tutte le esperienze nazionali e internazionali parlano dell’investimento sulla componente umana, per poter davvero recuperare le periferie,non ci sono alternative. Allora, per tornare alla questione dell’assetto commerciale di queste aree: non giungerà certoaiuto, tutt’altro! aprendo l’ennesima grande area commerciale nella zonadi Santa Caterina, peraltro già abbondantemente invasa da queste; non sarà il cosiddetto “restyling” di via Sparano, lontanissimo dalla storia e dall’identità dei luoghi, a far rivivere la strada e l’intero borgo murattiano; non saranno certo alcuni nuovi negozi da aprirsi nelle nostre dimenticate periferie a farle rinascere. Ma è tutto un ampio tavolo di concertazione a dover indagare soluzioni condivise, a poter dare risposte coinvolgendo non solo le amministrazioni ma anche e specialmente le componenti umane, le categorie produttive, le risorse locali. Non dobbiamo dimenticare che mai come nell’ultimo periodo natalizio il centro di Bari è stato invaso dalle auto, mentre il commercio lamentava una crisi mai così pesante. Ma cos’altro poteva accadere, se dopo le 20 le strade periferiche sono piste desertiche?

Tutto questo mentre si continua a dimenticare che la struttura metropolitana dovrebbe ora guardare diversamente ai quartieri, in tale ottica ex periferici: Palese, Santo Spirito, Carbonara, Loseto, Torre a mare, San Paolo, Sant’Anna!!!! Sono ora territori centrali se visti all’interno della più vasta area metropolitana. E lungimiranza e intelligenza vorrebbero che proprio su queste aree, fortemente identitarie e che non a caso reclamano la loro autonomia, si debba investire maggiormente in risorse fisiche ed umane.

Recuperiamole, allora, le diverse anime della città metropolitana e lasciamo da parte, almeno per il momento, la velleità di trasformare anche la nostra bella costa! E su questo aspetto, il seguito alla prossima puntata.

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