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Non basta gridare: “Io sono Charlie”. La tolleranza come cittadinanza attiva

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La risposta alla strage di Parigi non si può limitare alla difesa declamatoria delle nostre libertà colpite a morte dal terrorismo islamico. Ci vuole una risposta attiva di tutti coloro che si riconoscono nei valori della democrazia, indipendentemente dalle appartenenze politiche, ideali e religiose. La libertà di espressione e di opinione, come tutti i diritti umani, non ha bisogno di essere continuamente fondata, ma va costantemente promossa, impedendo concretamente che sia violata. E la guerra condotta dal terrorismo islamico al cuore delle nostre democrazie non è altro che il tentativo di fare in modo che questi diritti non siano più garantiti. È il tentativo di smorzare le virtù laiche della nostra civiltà: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, il rispetto delle idee altrui, la tolleranza. È il tentativo di distruggere la pratica della laicità che si esprime rigorosamente attraverso argomenti razionali senza mai dispensare false certezze a buon mercato. A questa guerra bisogna rispondere promuovendo ulteriormente sia le libertà che lo spirito laico, sia i diritti che la tolleranza.

io sono charlieLa risposta alla mattanza di Parigi non può, dunque, essere quella di innalzare muraglie difensive, rinfocolare stati di emergenza o rincorrere funeste semplificazioni, ma deve essere quella di governare freddamente una lunga fase in cui l’attacco nemico si farà sempre più intenso e insidioso. Se dinanzi a questo attacco, dovessimo mostrarci intimoriti, insicuri, frastornati, divisi, saremmo già sconfitti in partenza.

Non si deve negare il nesso tra violenza e Islam radicale. La gihad o guerra santa è davvero il sesto pilastro (arkan) dell’Islam, uno dei precetti fondamentali che i musulmani rispettano per meritare il paradiso. Se oggi è presente solo presso alcune correnti (ismailiti e kharijti), in passato era considerato un dovere da osservare ciecamente da parte di tutte le varie forme di Islam.  Il Corano è disseminato di appelli alla gihad. Quel precetto è stato più volte ritematizzato. Ora il centro dove portare il conflitto non s’intende più un luogo fisico, come poteva essere un tempo il campo di battaglia, ma direttamente l’anima degli individui, la sede dove le persone coltivano i valori della libertà e della democrazia. E lo strumento per attaccare l’anima delle persone è il terrore. Dinanzi a questa determinazione non c’è atteggiamento conciliante che tenga. Bisogna rispondere con analoga freddezza. E una delle risposte è praticare la tolleranza come cittadinanza attiva.

 

Come diceva Norberto Bobbio, la tolleranza non va interpretata come espressione di uno stato d’indifferenza di fronte alla verità o come atteggiamento di chi non crede a nessuna verità e per il quale tutte le verità sono egualmente discutibili. Nello stesso tempo, la tolleranza non va praticata, come fanno i credenti, come un minor male, e solo nel caso in cui sia strettamente necessario per la difesa stessa della propria verità. La tolleranza non deve essere considerata una mera regola di prudenza. Ma va vissuta come un metodo per rispettare la coscienza altrui, ponendosi però dei limiti ben precisi.  E dove sono questi limiti invalicabili? Nella formula seguente: tutte le idee debbono essere tollerate tranne quelle che negano l’idea stessa di tolleranza. Insomma, gli intolleranti non devono affatto essere tollerati. In che modo? Non già perseguitandoli, ma riconoscendo ad essi il diritto ad esprimersi liberamente e criticando aspramente le loro intolleranze. Insomma, basta con il buonismo tollerante e conciliante. Bisogna passare alla battaglia delle idee mediante l’argomentazione, il confronto duro, l’educazione, la progettualità condivisa e la crescita culturale. Tutto ciò non si fa con le chiacchiere ma investendo risorse adeguate nei territori multietnici delle nostre città.

Non è detto che l’intollerante, accolto nel recinto della libertà, capisca il valore etico del rispetto delle idee altrui. Ma è certo che l’intollerante escluso non potrà mai diventare un leale osservante della tolleranza. Può valer la pena di mettere a repentaglio la libertà accogliendo nel nostro seno il nemico, se l’unica alternativa è di restringerla sino a soffocarla. Meglio una libertà in pericolo ma che si espande che una libertà protetta che si chiude in se stessa. La vera libertà corre sempre il rischio di trasformarsi nel suo opposto.

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