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Moratoria giubilare per gli spazi sociali

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L’altra faccia di Mafia Capitale. Una moratoria giubilare per cancellare i debiti degli spazi sociali e della città di Roma prodotti da una governance inefficiente e imposti per via amministrativa o poliziesca. E una “carta di Roma” che, sull’esempio del regolamento sugli usi civici approvato dalla giunta De Magistris per l’Asilo Filangieri a Napoli, stabilisca una cornice giuridica di garanzie che tuteli e sviluppi l’autogestione, il mutualismo e le produzioni indipendenti come beni comuni.
Moratoria giubilare

Sono i due punti messi in agenda dall’assemblea “Roma non si vende” intensa, e partecipata da centinaia di persone, svolta ieri all’atelier Esc, sotto sgombero come molti spazi sociali autogestiti – La Torre, Corto Circuito, Auro e Marco, Casale Falchetti -, associazioni (Il comitato per l’acqua) e sedi di partito (la storica sezione del Pci oggi Pd di via dei Giubbonari). Dopo la lettera aperta e l’appello internazionale si apre un nuovo percorso che coinvolge la città e gli spazi sociali contro la gestione neoliberale di Roma commissariata: per il diritto alla città contro svendite, sgomberi e privatizzazioni.

La rete per il diritto alla città, che a Roma riunisce gli spazi di movimento, ha mostrato unità di intenti e la volontà di riprendere un discorso politico unitario. Ripartire dai quartieri, dal lavoro, dal contrasto al taglio degli asili nido, qualcuno ha detto, ricostruire la legittimità politica dei centri sociali. Al momento non ce n’è per nessuno, c’è solo il Fiscal Compact e austerità. E, forse, un futuro da giocarsi.

La campagna elettorale a Roma si preannuncia confusa e impaurita. La città è una polveriera, è ingovernabile, sotto scacco del commissariamento per debito (altro che Tronca) e il tallone di ferro del governo. All’assemblea erano presenti tutte le componenti della sinistra cittadina e nazionale, oltre ai Cinque Stelle candidati in pectore (ma non in realtà) a vincere sulla ruota del Campidoglio.

La debolezza in cui si trova tutta la politica a Roma, e la sua subalternità ai poteri economici formali e informali o a quelli della magistratura, è un rischio per tutti, non solo per gli spazi sociali. Questo, in fondo, è l’effetto della crisi: insieme a disoccupazione e corruzione, ha fatto saltare le mediazioni, devastando le istituzioni di prossimità, rendendole evanescenti, oltre che inefficienti. Non è detto che un nuovo sindaco affronterà (anche senza risolverlo) questo problema politico. È più probabile che sarà l’esecutore fallimentare della città per conto del governo e dei poteri dominanti. Un tema che non avrà molto peso in una campagna elettorale che sarà un referendum pro o contro Renzi e nulla più.

Ripartire da una carta di Roma

La ricerca di un patto di governo tra la sinistra e il partito che ha prodotto il disastro Marino è stata un’ecatombe per una sinistra già debole e artificiosa. Ciò non toglie che la disintegrazione della mediazione politica — con Marino e la sua giunta di “centrosinistra” che hanno fatto addirittura peggio di Alemanno che almeno non permise gli sgomberi – ha disarticolato le pratiche dell’autogestione di cui Roma è tradizionalmente ricca. Non è possibile trovare una legittimità all’interno dei patti politici stretti tra i partiti. Quella delega ha prodotto la desertificazione della città, oltre che l’attacco deliberato alle forme di vita indipendente.

Si riparte da zero. È una scelta coraggiosa. L’idea di creare una “carta di Roma” attraverso una consultazione della cittadinanza e della politica può essere un nuovo inizio. Il progetto è di riscrivere le regole e stabilire un patto con la nuova giunta. Sempre che poi le urne esprimano una maggioranza, un sindaco e una politica disponibile a riprendere il discorso della negoziazione sociale e non riproponga, invece, l’ideologia del decoro e la gestione amministrativa e legalitaria della vita civile con sgomberi, multe, polizia. E gestione dei conflitti con la magistratura. Quello che si è visto con Marino, quando la città era in balia di una dialettica molto lontana dalla politica. Nell’assemblea non sono mancati riferimenti polemici, contenuti, a un partito come Sel che ha percorso questa strada, per esserne travolto.

Da registrare, al momento, l’impegno dei parlamentari di Sinistra italiana a porsi come “garanti” con il governo commissariale della città. In mancanza di un consiglio comunale, questi parlamentari si sono candidati ad esercitare una mediazione politica con Tronca tutta da costruire, ma necessaria anche per evitare di trasformare i prossimi tre mesi di campagna elettorale in una guerra degli sgomberi.

Contro l’ideologia del bando

Il dissenso principale è contro lo strumento di governo del sociale: il bando. È stata chiesta l’abolizione della delibera 180 — voluta dall’ex sindaco Marino e dal suo vice Nieri di Sel — che ha sostituito la delibera 26 che per un lungo tempo ha regolato — male, molto male — la gestione e l’affidamento dei numerosi spazi sociali. La giunta Marino ha fatto una scelta rovinosa, sotto la spinta del populismo penale e del legalitarismo esplosi dopo “Mafia Capitale”: rimettere a bando tutti gli spazi — non solo quelli autogestiti, in totale ottocento — a prezzi di mercato. Un modo per cancellare 25 anni di storia di movimenti di base e associazionismo a Roma, affidando i luoghi più preziosi alla speculazione immobiliare, ai capitali provenienti dal riciclaggio oppure alla desertificazione come è accaduto con il teatro Valle.

Interessante è anche la polemica contro l’ideologia del bando. Alla crisi prodotta dal sistema “Buzzi-Carminati” che prosperava grazie ai bandi del comune che garantivano gli appalti alle cooperative coinvolte in Mafia Capitale, la giunta Marino e oggi il Commissario Tronca hanno risposto riproponendo lo stesso sistema. Con una differenza: hanno ristretto i criteri di accesso ai bandi, riservandoli ai soggetti economicamente più forti. Invece di incidere sul potenziale corruttivo e criminogeno di questi strumenti, hanno amplificato i rischi puntando a dissolvere le esperienze storiche in vari settori. Il caso dei centri interculturali per i minori, una “buona pratica” romana, è clamoroso.

La Carta di Roma dovrebbe sostituire la delibera 180. Ci si augura inserire anche altri elementi che riguardano aspetti determinanti per l’autorganizzazione: il lavoro, e il suo darsi come cooperativa o impresa sociale, nel rispetto della dignità delle persone e del reddito. La delibera 26 non ha mai considerato l’aspetto dell’autoreddito e della costruzione di impresa, lasciando gli spazi sociali in una terra di nessuno tra il buon cuore dell’associazionismo e l’invenzione di stratagemmi per aggirare le normative. Da qui le multe, la persecuzione dei vigili urbani e della Siae. Si tratta, invece, di prospettare un’economia municipale autogestita che riconosca la dignità economica, sociale e politica del mutualismo. Cosa, ad oggi, mai avvenuta. I movimenti hanno passato il loro tempo a difendersi contro le irregolarità prodotte da una cornice che interpreta l’auto-organizzazione solo come un illusorio associazionismo non-profit.

L’uso comune

Un altro spunto per la riflessione politica, emerso dall’assemblea, è la convergenza tra l’antica idea dell’autogestione con la più recente riflessione (e pratica) del darsi le regole, una condotta, un’organizzazione sociale alternativa a quella statale dall’alto. Si è riscoperto l’origine dell’autonomia all’interno di una più matura riflessione sull’auto-governo. Il riferimento al regolamento per gli usi civici approvato dalla giunta De Magistris (che ha dato la solidarietà a Esc sotto sgombero) è un’inizio di riflessione (leggi La cultura dell’autogoverno). In questa cornice si era posto anche lo statuto della fondazione del teatro Valle, dissolto con la chiusura punitiva e sine die del teatro.

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