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L’epopea delle lotte per la casa

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A Roma le lotte per la casa iniziarono nell’immediato dopoguerra. A guidarle erano due personalità di spicco della Resistenza romana. Il primo era Nino Franchellucci, comunista della prima ora e per questo recluso nelle carceri fasciste, capo della formazione partigiana Garibaldi impegnata tra Tor Pignattara e Villaggio Breda. L’altro era Nicolò Licata, medico socialista, anche lui di Tor Pignattara, che nella lotta di Liberazione aveva organizzato una fitta rete di collegamento tra il Sanatorio Ramazzini e l’Ospedale Forlanini. A loro si aggiungeranno in seguito altri dirigenti di valore: Virgilio Melandri, Aldo Tozzetti e Senio Gerindi.

Nel 1948 a Roma c’erano 122 borgate: 35 legali, costruite nel ventennio fascista; 87 abusive. Il censimento del 1951 rilevò 27.961 strutture abitative invivibili, tra baracche, grotte, scantinati, magazzini, soffitte, ma in cui “vivevano” 105 mila persone. Uomini in fuga, uomini che dovevano fare ogni giorno l’invenzione artistica per sopravvivere, che dovevano scommettere tutto quello che avevano, tutta la loro vita di quel momento su una vita futura che forse non sarebbe mai arrivata. I baraccati vivevano in prigione e fuggivano nel sogno. A sognare l’ordine, la stabilità, la sicurezza.

In molte borgate non esistevano né acqua potabile né strade rotabili. Per soddisfare queste esigenze essenziali Franchellucci e Licata promossero le Consulte popolari. Inizialmente il loro programma si articolava in due punti essenziali: fontanelle pubbliche dappertutto e strade in grado di collegare le borgate al centro della città mediante i mezzi pubblici.

Dal 1° al 3 febbraio 1948 si svolse il primo congresso delle Consulte per trovare soluzioni a favore della parte più povera della popolazione. E nacque così il Centro cittadino delle Consulte popolari con sede in via Merulana. Contemporaneamente fu costituita anche l’Associazione romana degli inquilini e senza tetto che forniva consulenza e assistenza su problemi di sfratto e di affitto, ma anche per la reiscrizione nelle liste elettorali e la cancellazione di piccoli reati. L’Associazione presentò al Comune 18.328 richieste di residenza che venivano regolarmente respinte  ma ogni volta reiterate.

Al centro dell’iniziativa delle Consulte era posto il risanamento delle borgate.  L’inchiesta parlamentare del 1951-52 sulla miseria così le descrive:

Queste borgate sono le maggiori piaghe sociali di Roma, piaghe nascoste, di cui lo straniero, specie il turista frettoloso, non sospetta neppure l’esistenza, ma di cui anche l’italiano sa in genere pochissimo, a meno che il caso non lo abbia costretto ad occuparsene. Solo un fattaccio di cronaca, più straordinario degli altri, fa intravvedere ai lettori l’inquietante realtà di queste borgate fuori mano, anche per una non piccola parte degli stessi romani.

Quell’inchiesta rivelò chi erano, da dove provenivano, come dovevano essere considerati coloro che vivevano ai margini della città. E servì a smascherare l’azione subdola del questore di Roma, Carmelo Marzano, che pensava di alleviare i problemi sociali della Capitale ricorrendo all’applicazione delle leggi fasciste sulle migrazioni interne e contro l’urbanesimo. Queste norme impedivano ad un disoccupato di risiedere in un comune diverso da quello d’origine. Ma non era riuscito a farle rispettare nemmeno il fascismo tanto forte era la pressione della gente a trasferirsi dai centri minori alle città. E i motivi erano solitamente due: la ricerca di un lavoro e il miglioramento delle condizioni di vita.

Bisognerà attendere una legge del 1961 per abolire quella legislazione liberticida. E fu possibile grazie alle Consulte popolari di Roma che promossero nel 1958 una grande assemblea la quale dette vita all’Associazione per la libertà di residenza. Fu eletto presidente Senio Gerindi. Erano 300 mila i non residenti su di una popolazione di due milioni di abitanti. Queste persone clandestine abitavano in baracche o case costruite con le proprie mani senza licenza edilizia. Una massa enorme a cui era impedito iscriversi all’anagrafe e all’ufficio di collocamento, benché la libertà di soggiorno fosse sancita dall’art. 16 della Costituzione.  Ed era, pertanto, costretta ad accettare le peggiori e più pericolose condizioni di lavoro. Quando quella lotta si concluse positivamente, si modificarono profondamente i rapporti sociali nella città.

Tra il 1950 e il 1975 vennero a vivere a Roma un milione e 500 mila persone. E in una città priva di case, servizi e posti di lavoro, questa immigrazione causò un aumento smisurato di baracche e borghetti. Gli immigrati più poveri provenienti dall’estremo Sud e dalle Isole costruivano le case per le famiglie più ricche, mentre per loro esisteva solo una baracca. Quelli provenienti dal Lazio, dall’Umbria, dalle Marche e dall’Abruzzo, disponendo di qualche soldo perché avevano venduto un pezzo di terra, compravano un lotto abusivo nell’Agro romano e si costruivano una casa circondata da un orto.

La periferia romana non ha mai avuto nulla in comune con la banlieue parigina o con la cintura di Milano o di Torino. Roma attrae un forte afflusso di immigrati, quasi sempre disperatamente poveri, ma non riesce a dar loro posti di lavoro stabili, ossia legati a un ciclo produttivo funzionale. Di qui la burocratizzazione ipertrofica, la terziarizzazione fasulla, la modernizzazione spuria. A parte l’edilizia, che ha caratteristiche particolari di attività post-agricola e paraindustriale, la sola vera  industria romana è quella  della sistemazione improduttiva.

Quando i giornalisti Ruggero Zangrandi e Mario Benedetti pubblicarono nel 1958 su Paese Sera un’inchiesta sulla casa, le Consulte chiesero al giornale di farsi tramite di un’iniziativa che si proponeva di organizzare tutti coloro che, disponendo di una certa somma iniziale, potessero dar vita a imprese di costruzione per divenire proprietari di un alloggio decoroso. Si auspicava un censimento dei possibili aderenti. Paese Sera stampò ad ogni puntata dell’inchiesta un tagliando da spedire al giornale coi dati anagrafici degli aderenti e con l’indicazione della somma di cui essi disponevano. Al giornale giunsero migliaia di adesioni e il censimento indicò in centinaia di milioni le somme dichiarate. Nella prima assemblea degli aderenti, nella sede del quotidiano, si formò il comitato promotore e, dopo un mese, nel salone del Palazzo Brancaccio fu costituita l’Associazione Italiana Casa (AIC). Il suo  consiglio d’amministrazione, presieduto da Virgilio Melandri, deliberò di acquistare un terreno in via della Pisana sul quale vennero edificati 14 edifici consegnati ai soci nel 1962.

Intorno al problema della casa  iniziativa pubblica, investimenti privati, speculazione si confrontarono con le attese dei cittadini: disponibilità di alloggi, fitti contenuti e, soprattutto, l’aspirazione alla proprietà formale o di fatto della casa. Nel tempo, questi obiettivi furono sostanzialmente raggiunti grazie a una serie di interventi normativi, all’azione diretta di enti pubblici e alla messa in opera di un complesso intreccio politico e clientelare  che attraverso cooperative, mobilitazione dal basso, abusi e condoni edilizi diede luogo a un consolidato sistema di grandi e piccoli privilegi, di diffuse e articolate parzialità: mantenendo sempre precario e mai equamente risolto l’equilibrio fra aspirazioni e diritti.

Per molti anni 200 mila immigrati sono vissuti nelle baracche costruite nei 72 borghetti e 800 mila persone hanno edificato una casa nei lotti venduti da lottizzatori abusivi. Bisognerà attendere il 1981, quando fu abbattuto il borghetto Prenestino, il più vecchio e il più grande, per considerare conclusa l’ epopea delle lotte contro le baraccopoli e per uscire dalla quieta disperazione del ghetto.

Oggi la periferia romana si è trasformata e accanto ai nuovi immigrati comunitari e stranieri si sono diffuse le nuove povertà, quelle dei ceti medi che cercano disperatamente di salvare le apparenze. I nuovi ricchi sono paradossalmente gli appartenenti alle famiglie operaie o di estrazione popolare. Possono lavorare occasionalmente nell’economia sommersa; per questa via, integrano i guadagni regolari. Per le famiglie medie, giorno dopo giorno, la posizione sociale è erosa dalla crescente impossibilità di far fronte a consumi ritenuti essenziali per un decente, rispettabile tenore di vita.

La via d’uscita non può che essere una diagnosi severa dello stato di povertà e dei suoi modi evolutivi e l’avvio di un processo di autoliberazione dei poveri, vecchi e nuovi, autoctoni e immigrati, che parta da una presa di coscienza di sé stessi come cittadini. Il multiculturalismo non va praticato solo nelle attività culturali, artistiche e ricreative, ma soprattutto nei percorsi partecipativi “dal basso” per promuovere sviluppo locale.
E’ vero, ci sono barriere culturali e linguistiche che lo impediscono. Ma per fronteggiarle non bastano gli slogan. Dovremmo aprire un confronto tra le diverse componenti più innovative e portatrici di capacità imprenditoriali. Ci sono giovani bengalesi, indiani, cinesi che intraprendono e contribuiscono a creare sviluppo in Italia, utilizzando le nuove tecnologie, Così come molti giovani italiani fanno altrettanto all’estero. A queste energie fresche e piene di entusiasmo dobbiamo rivolgerci per disegnare, insieme a loro, nuovi scenari di integrazione e di pluralismo multiculturale. E’ questa la strada che si intende imboccare nelle esperienze concrete di Corviale, Tor Pignattara e altre realtà di Roma in movimento.
baracche

 

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