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L’economia riparte dai «territori»

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Che cosa serve all’Italia per rendere i propri territori più attraenti per le attività produttive, siano esse industriali o di servizi avanzati e sempre più dematerializzati? Il presidente Giorgio Napolitano ha indicato meno burocrazia come la priorità, ed è certamente così poiché regole più semplici, più trasparenza e meno discrezionalità nell’azione della Pubblica amministrazione hanno un impatto positivo su diversi elementi che contribuiscono all’attrattività dei territori che è sempre più cruciale in questa fase storica.
Nel 2005, in un volume diventato celebre («Il mondo è piatto. Breve Storia del Ventunesimo Secolo») Thomas Friedman sosteneva la tesi che il rapporto tra geografia e ricchezza delle genti stava mutando radicalmente, e che questo avrebbe presto costretto le popolazioni e le élite a confrontarsi con un nuovo panorama socio-economico. Molti distorsero quel messaggio riducendolo all’affermazione che la geografia era diventata quasi irrilevante per lo sviluppo economico, in analogia con quanto Fukuyama annunciava con «La fine della storia».

Ma non era questo il messaggio di quel libro, ed in ogni caso oggi la geografia conta ancora – e molto – per la produttività ed il benessere, ma in termini diversi dal passato. Nel 7° Rapporto sulla Classe Dirigente , realizzato da LUISS e Fondirigenti (www.managementclub.it) , viene affrontato quello che possiamo definire il paradosso della relazione tra territorio, ricchezza e produttività. È vero infatti che il mondo è diventato in un certo senso un po’ “piatto”: gli scambi economici a medio e lungo raggio sono oggi meno difficili e costosi da realizzare rispetto a qualche decennio fa. E la relazione tra imprese e territorio si è andata modificando profondamente. Oggi la produzione industriale si organizza su scala continentale e spesso mondiale, in molti comparti e anche per le imprese piccole e medie, con catene del valore che incorporano molti passaggi tra territori lontani e relazioni di commercio e investimento complesse. Tutto molto distante dal modello dei distretti industriali che si è affermato nel Dopoguerra, quando imprese fornitrici e clienti di beni intermedi e servizi erano concentrati in territori ben delimitati.

 

Ma questo non significa affatto che il territorio non influisca, e molto, sulla produttività e sulla ricchezza delle persone. L’addensarsi delle attività produttive – in specie manifatturiere – in alcune aree del Paese è ancora un fattore importante del benessere materiale e dello sviluppo. Ma con molte differenze rispetto al passato. Anzitutto, i vantaggi della concentrazione produttiva sul territorio sono molto più effimeri e richiedono un continuo aggiornamento dei vantaggi competitivi.
In secondo luogo, i fattori che contribuiscono al successo delle imprese sul territorio sono diversi dal passato, quando l’Italia emergeva dal Dopoguerra e la spinta allo sviluppo del mercato nazionale era fortissima. Oggi il volano industriale non può che essere quello dei mercati esteri, ed in particolare extra-europei. Ma sui territori italiani, quelli a vocazione industriale oppure quelli del terziario, vi sono almeno tre fattori che possono contribuire in positivo, o in negativo, al radicamento ed alla crescita delle imprese.
Il primo riguarda il peso ed il ruolo delle amministrazioni pubbliche, che possono costituire un volano di sviluppo, oppure un formidabile elemento di rendita, e strangolare la produttività e lo sviluppo. Il secondo fattore riguarda le infrastrutture, materiali e immateriali, che spesso cambiano il destino economico di un territorio, ma che sono anche materia di scontro politico e sociale. Se si interrogano i top manager delle imprese italiane con forte proiezione verso l’estero su quali siano le loro priorità in termini di infrastrutture, quella principale riguarda le reti di trasporto e di logistica, che per circa la metà delle aziende rappresenta la prima strozzatura del Paese rispetto alla vocazione internazionale del sistema produttivo.

In particolare, le imprese medio-grandi indicano nello sviluppo dell’inter-modalità dei sistemi di trasporto (specie nella relazione tra sistema portuale e ferroviario) e nella miglior connessione con le infrastrutture estere di trasporto e logistica, i nodi cruciali per favorire la partecipazione delle imprese italiane agli scambi globali. È necessaria una grande responsabilità nelle scelte rispetto al passato, quando l’Italia era un Paese povero ma in crescita, e con un ritardo generalizzato in termini di opere pubbliche.
Dialogo con le genti dei territori interessati, no alle opere inutili, stretto controllo di procedure, costi e tempi di realizzazione. Ma una volta compiute e condivise le scelte, occorre dotarsi di strumenti amministrativi adeguati: le risorse finanziarie per le infrastrutture esistono, ma le nostre procedure bizantine non le invogliano.
Infine, non ci stancheremo di ripeterlo, il futuro economico e sociale dei territori italiani dipende dagli investimenti immateriali che ivi si concretizzano. La “conoscenza” potrebbe apparire il più mobile dei fattori produttivi, ma questo non è sempre vero. Gli investimenti “locali” in capitale intangibile (istruzione, ricerca, progettazione, marketing, qualità dei prodotti, software, conoscenza di lingue e culture lontane ecc.) oggi forniscono agli individui, produttori e consumatori, il sapere necessario per muoversi nel nuovo ambiente globale, e sono decisivi per non subire passivamente le trasformazioni di quest’ultimo.

S. Manzocchi

il sole 24 ore

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