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L’arte che ridà vita ai quartieri di Roma

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Intervista al fondatore di “MURo”, il Museo di Urban Art di Roma.
Un artista a 360° gradi spinto dal nobile obiettivo di donare nuova vita a tutti quegli spazi che appartengono ai quartieri della Capitale (e non solo) lasciati in balia del degrado e nell’indifferenza delle istituzioni, portando così i cittadini vecchi e quelli nuovi a confrontarsi con la storia di ieri e oggi fusa in un’opera di arte urbana.

Lui è David “Diavù” Vecchiato, uno dei principali esponenti della Urban Art in Italia, che partendo dal Quadraro – suo quartiere di origine – è riuscito a tracciare un percorso che lega attraverso le opere che vanno dai murales alle scalinate diverse zone di Roma, creando così un “MURo – Museo di Urban Art di Roma”.

Noi di Abitare A Roma abbiamo voluto conoscere “Diavù” da vicino per comprendere come una sola persona è stata in grado in poco tempo di rivoluzionare una città e scoprire le passioni e i sogni nel cassetto dell’artista.

Artista, fumettista, scrittore, musicista. Chi è David “Diavù” Vecchiato?

Sono un artista che impugna strumenti diversi, dai pennelli al microfono, dalle matite alla reflex. Per esagerare ho anche curato la serie di documentari “Muro” sulla Street Art che sta andando su Sky Arte ogni martedì alle 22. Insomma, il termine “artista” potrebbe inglobare tutte le discipline espressive per come la vedo io, poi occorre valutare se ciò che fai è davvero arte o semplice intrattenimento…o chissà che altro. Ma ciò spetta agli altri deciderlo. Magari ai posteri.

Hai conquistato un tuo spazio nel panorama della Urban Art in Italia e non solo. In che modo ti sei avvicinato a questo mondo?

La mia storia personale si è spesso incontrata coi graffiti e la conquista degli spazi pubblici è sempre stata un mio pallino, ma non sono mai stato un writer perché io disegnavo e dipingevo, non scrivevo e non facevo tag. Ammiravo Haring, Kenny Scharf e Basquiat ed esponevo i miei dipinti – che riconosco già allora fortemente influenzati da quell’immaginario street – in occasioni come l’Happening Underground, al Leoncavallo di Milano come al Forte Prenestino di Roma, fianco a fianco coi writers che esponevano le foto dei loro ‘pezzi’ sui treni.

Io però la notte mi limitavo ad attaccare per Roma i miei poster con disegnato sopra Kontrol, personaggio dei miei fumetti di allora che pubblicavo su le fanzine che auto-producevo e mandavo in edicola con un gruppo di disegnatori ‘underground’ come me. L’interesse per le opere in strada mi è sempre rimasto però, ho curato mostre di Street Art fin dai primi anni 2000 e realizzato performance di live painting ovunque, ma ho preso a dipingere regolarmente murales solo dal 2009-2010, su per giù quando ho ideato il progetto MURo Museo di Urban Art di Roma. Mi sono fatto strada velocemente forse perché ho idee ben chiare sull’argomento.

Chi ispira i tuoi lavori?

Le persone ispirano i miei lavori. L’umanità con le sue contraddizioni a volte mi interessa, altre volte mi ripugna, ma comunque mi incuriosisce ed influenza molto il mio lavoro. Cerco sempre di andare oltre la prima impressione, di comprendere cosa c’è dietro ai comportamenti, alle parole o ai prodotti dei miei simili. E da quello sguardo attento spesso partono le idee.

Raccontaci il progetto “MURo – Museo di Urban Art di Roma”

Nel 2010 ho iniziato a dipingere dei murales nel quartiere Quadraro a Roma con l’idea di invitare là gli street artist più forti del mondo, raccontargli le storie del quartiere dei miei nonni, dove io sono tornato a vivere dopo molti anni di assenza, presentargli quindi le persone che ci vivono e poi chiedergli di realizzare là le loro opere di Street Art. Ho voluto creare quindi una connessione, un rapporto di empatia, tra artisti (internazionali ed italiani) e l’identità di quel luogo dove la storia del Novecento rischiava di essere dimenticata.

Al Quadraro hanno subìto un’infame deportazione nazifascista, hanno visto nascere negli anni 20 il cinema di Cinecittà e lo hanno visto risorgere negli anni 50, hanno combattuto contro la cementificazione dei palazzinari negli anni 60 e 70. Tutte storie che ora si ritrovano sui muri. Negli ultimi anni MURo è cresciuto, ha prodotto murales a Torpignattara e si è espanso dipingendo grazie al Festival Ossigeno alcune scalinate romane, col progetto Popstairs, e arrivando fino alla Borghesiana col mio dipinto antimafia realizzato con l’Associazione DaSud alla Collina della Pace. MURo è un Museo perché grazie a una collezione pubblica di una trentina di murales di grandi artisti oggi conserva le memorie e tramanda le emozioni di una Roma diversa da quella del turismo di massa. Sul sito muromuseum.com si può vedere come procede il progetto, ci si può iscrivere ai tour e bike-tour e molto altro.

E’ sempre più lunga la lista dei quartieri di Roma che possono godere dei tuoi lavori. C’è un quartiere su cui vorresti mettere le mani?

Si, vorrei proseguire col progetto Popstairs dipingendo su una scalinata una monumentale Gabriella Ferri a Testaccio, quartiere dov’è nata. Glielo devo perché quando ero piccino aspettavo ogni settimana i programmi “Dove Sta Zazà” e “Mazzabubù” di cui era protagonista che mi hanno fatto amare ed assorbire quell’ironia tipica romana capace di sdrammatizzare tutto, che appare strafottente ma è la reazione al malessere antico di un popolo che per centinaia di anni è stato schiacciato dal potere politico e religioso del papato a cui si poteva rispondere solo con lo sberleffo, dal basso. La incontravo spesso da ragazzo a via de’ Giubbonari la Ferri, ma non avevo il fegato di infastidirla. Eppure ne ho disturbati da Federico Fellini a Nanni Loy, da Jacovitti a Carlo Rambaldi, ma lei no. Era venerazione la mia.

Diversi sono stati i personaggi che nel corso degli anni hai omaggiato attraverso la tua arte. Qual è l’opera che ti ha dato più soddisfazione?

Per ragioni stilistiche sono legato alle scalinate di Popstairs perché mi diverte lavorare gradino per gradino e vedere alla fine un’opera così monumentale. Per ragioni politiche sono legato ai murales del Cinema Impero, coi ritratti di Pasolini, Monicelli, la Magnani e i fratelli Citti, perché hanno avuto una forza tale da contribuire a far riaprire uno spazio enorme rimasto chiuso per oltre trent’anni, che era negato dunque alla comunità.

Quella a cui sei più legato?

Di solito è sempre l’ultima. Ma alle opere gli si vuole bene a tutte, come ai figli. Quel bene consapevole del fatto che sono si parte di te, ma soprattutto liberi di andarsene per la loro strada.

Come è nata la collaborazione con Matteo Maffucci per la rubrica “Rifatto”?

Matteo è un grande appassionato di arte, specialmente di Street Art e ci siamo conosciuti nella galleria MondoPop a Roma, dove io mi occupavo della direzione artistica e lui acquistava opere, tra cui anche le mie. L’idea ci è nata lo scorso anno poiché entrambi giriamo molto a causa dei nostri lavori, e discutevamo di quanto sarebbe stato interessante far realizzare ad alcuni artisti dei murales ‘virtuali’, cioè come bozze di opere murarie da proporre ai lettori, su edifici in abbandono e su ecomostri, anche per parlare di questi spazi, visto che il territorio italiano è ferito da due milioni dei primi e centinaia di migliaia dei secondi. Lo abbiamo proposto a Il Fatto Quotidiano che ha accolto a braccia aperte l’idea cogliendone anche lo spirito da guerriglia artistica e mettendoci a disposizione due pagine a settimana.

La prima serie di RiFatto di 24 uscite si è conclusa prima dell’estate, ora vedremo con il giornale se riprenderla. Nel frattempo una di queste bozze è diventata realtà in uno dei documentari della serie “Muro” di cui ti parlavo prima, la cava dismessa di Arcevia che davvero è stata dipinta dall’artista statunitense Zio Ziegler, come avevamo ipotizzato su RiFatto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Chi può dirlo? Decido sempre all’ultimo momento quale murale dipingere, quale nuovo progetto avviare o chi ritrarre nelle mie opere. E sono veloce nel realizzarli, quindi consiglio di andare su www.diavu.com e di cercare “Diavù” sui social network per vedere cosa sto facendo proprio in quel momento in cui mi cercate.

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