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L’Albergo delle Piante a Corviale

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Artisti, giardinieri e visionar.
C’è un posto, a Roma, che sta cambiando pelle. Un’immensa piazza a gradoni, tutta vuota e di cemento, in cui sta sbocciando un giardino. A prendersene cura sono i ragazzini del quartiere e i pazienti di un centro psichiatrico. Quando l’arte pubblica funziona: un nuovo esperimento a Corviale.
L’UTOPIA INFRANTA DI CORVIALE
L’Albergo delle Piante è un posto che non c’era. E che forse non ci sarà mai davvero: non in un senso convenzionale. Un’utopia discreta, sbocciata là dove un’impalcatura utopica, quarant’anni fa, aveva trovato il suo fallimento.
Siamo a Roma, lungo le linee oblique di una delle tante periferie urbane. Corviale, isola di disagio e cemento, è un luogo in cui la solitudine è diventata ghetto, e in cui il brutto, il disarmonico e il marginale sono ormai orizzonte estetico. Un codice, uno stile, un modello al contrario.
Qui il sogno di Le Corbusier si è dissolto. Le sue “unità d’abitazione”, moduli abitativi perfetti e conclusi, si sono incarnati – per mano dell’architetto Mario Fiorentino e del suo team – nel monolitico “Serpentone”, un gigantesco manufatto edile che ricorda per certi versi una prigione. Un chilometro di lunghezza, 9 piani di altezza, più garage e seminterrato, per 1.200 appartamenti e circa 5.000 inquilini. Un mostro metropolitano.
L’Albergo delle Piante nasce qui, in quella che chiamano Cavea, o piazza dell’ex Mercato. Nelle intenzioni del progettista lo spazio della socialità e dell’incontro – quando il popolo dei residenti si fa comunità – avrebbe dovuto compiersi in forma d’agorà: una grande piazza grigia in calcestruzzo, pensata come un anfiteatro irregolare. Ma nell’incastro possente dei gradoni, nella vasta arena centrale, la sfida non si è mai compiuta. La piazza di Corviale è rimasta metafora di quel fallimento sociologico e architettonico: un vascello fantasma, un tempio inutile, una piattaforma disabitata, senza funzione né storia, senza logica né futuro. Un teatro privo di spettatori.

RIPOPOLANDO UNA PIAZZA. TRA PIANTE E PERSONE
È qui che Mimmo Rubino (meglio noto come Rub Kandy) e Angelo Sabatiello hanno deciso di intervenire. Inventando un giardino: indipendente, autogestito, partecipato e progressivo. Così, nell’estate del 2015, insieme agli ospiti della locale Struttura Residenziale psichiatrica socio-riabilitativa, diretta da Ester Stocco, e ai ragazzi del Centro di Aggregazione Giovanile “Luogo Comune”, hanno iniziato a costruire la loro utopia botanica.
Come? Piazzando su quelle gradinate delle piante a vaso, donate dai residenti. Lentamente, vaso dopo vaso, sfidando intemperie, diffidenza, furti, assenza di fondi. “Per noi forse non è altro che la riproposizione del ‘Or tutto intorno una ruina involve’, dove candidamente ciascuno può coltivare il proprio giardino”, ci ha spiegato Angelo. “Il decumano con le due gradinate è un contenitore ideale, soprattutto per il suo orientamento nello spazio; e, last but not least, le finestre dei ragazzi del Centro di Salute Mentale si affacciano proprio su questo spazio”.

Un tentativo di rigenerazione urbana, rispettoso del contesto ma intenzionato a rimetterlo in discussione. Dal basso, senza fretta, quasi costruendo le premesse per un incantesimo corale. Nessun intervento che stravolga, nessuna invasione o decorazione: si tratta solo di mettere in piedi un giardino-vivaio, lì dove avrebbero dovuto sostare ragazzi e anziani, casalinghe e lavoratori; lì dove una strana energia potenziale continua a muovere l’immaginazione.
Al centro ci sono la natura, l’idea di comunità, la bellezza inattuale del dono, il concetto di responsabilità sociale, la volontà di riscattarsi e di riscattare. Piante, luoghi, persone, architetture, e poi i pazienti reinventatisi custodi e giardinieri: il sentimento del possibile diventa tensione visionaria, contagiosa. Tra realismo e desiderio.
Spiega Mimmo: “L’intervento prevede di collocare delle piante a vaso sugli spalti, disposte come persone. Tutte le piante devono poter vedere il centro della cavea, viceversa dal centro della cavea si devono vedere tutte le piante. La densità delle piante non deve essere così alta da impedire l’utilizzo degli spalti da parte delle persone. Le piante non devono diventare così grandi e pesanti da non essere più liberamente spostate, la loro collocazione non deve dunque diventare permanente e monumentale, ma sempre rapportata alla dimensione umana”. Il tutto nel massimo rispetto della tanto vituperata architettura del luogo: “Piante troppo grandi o strutture permanenti potrebbero interagire in maniera negativa col progetto architettonico della piazza, che si intende valorizzare, non cancellare o snaturare”.

IL GIARDINO PIÙ BELLO DI ROMA. ARTE PUBBLICA CHE FUNZIONA
A loro piace chiamarlo, un po’ per gioco, un po’ per passione o per provocazione, “il più bel giardino di Roma”. Fatto con niente, fatto insieme alla gente. E concepito in termini di opera d’arte. Perché se la vocazione sociale emerge con evidenza, altrettanto forte è la connotazione estetica, formale. Una grande scultura a cielo aperto, un’installazione mai chiusa, un oggetto e insieme un processo. Ma soprattutto una maniera per dimostrare come si dà corpo a un sogno, come all’improvviso balena un’altra luce, come si disegnano vie di fuga dentro una prigione-quartiere. In altri termini, arte pubblica che funziona.
“Il progetto è sperimentale”, aggiunge Mimmo, “nel senso che è aperto, non scritto, esposto al sole, all’aria di mare e alle intemperie, e crescerà solo se il terreno è buono. In questo senso è ad alto rischio fallimento e lo abbiamo messo in conto, cercando di farne un vanto metodologico”. Progettare l’utopia, con tutto il suo portato d’incertezza e di bellezza: una sana contraddizione.
“Non abbiamo vinto bandi, non abbiamo committenti, non abbiamo doveri di consegna, non abbiamo previsto finanziamenti. Si tratta di una visione, con uno slogan tipo IKEA che dice ‘Qui sorgerà il più bel giardino di Roma’: assurdo e possibile. È un lavoro di comunicazione, in cui facciamo leva sull’identità, fomentiamo il senso di appartenenza, attacchiamo porta a porta e chiamiamo a raccolta tutti i giardinieri visionari…”.

Ogni mercoledì Mimmo e Angelo organizzano dei rendez-vous presso il Centro Socio-riabilitativo. Due chiacchiere, una tazza di tè, un po’ di tempo da spendere insieme, le piante da pulire, annaffiare, controllare. Così si procede, tessendo relazioni. “Stiamo cercando di coinvolgere più cittadini possibile”, spiega Angelo. “Per questo metteremo a punto una serie di azioni da svolgere con tutti coloro che sono coinvolti, inclusi gli anziani del quartiere e i bambini delle scuole primarie. La biblioteca di Roma Renato Nicolini ha già collaborato con un annuncio, ‘Terre dal mondo a Corviale’, rivolto a tutti i suoi tesserati, invitati a raccogliere durante i loro viaggi un pugno di terra dei luoghi visitati: tutta la terra è stata messe in un grande vaso, poi donato all’Albergo”.

GENERARE O RIQUALIFICARE?
“Gli amici ci prendono in giro, dicono che siamo diventati freakettoni, ma effettivamente le piante hanno una loro energia”, commenta Mimmo. Un’energia così speciale da invertire l’ordine costituito, da spezzare la routine dell’abbandono e dell’abuso. “L’altro giorno”, aggiunge, “ho riso di gusto quando un ragazzino del quartiere, commentando il furto di alcune piante, mi ha detto: ‘Certo che a ruba’ ‘na piantina so’ boni tutti, annasse a fa ‘e rapine’”. Ironia e arguzia, cambiando prospettiva. E certo le hanno rubate le prime piante, com’era prevedibile. Ma il quartiere, piano piano, ha scelto da che parte stare.
È allora in questo senso – tutto sociale e culturale – che è possibile parlare di riqualificazione? Forse sì, forse è l’unico senso possibile, al di là delle varie retoriche sul degrado, sui servizi che mancano, sul cemento che inghiotte. E su tutte quelle cose che l’arte non può cambiare. Riqualificare: magari è solo un termine di tendenza, dietro cui si nascondono trappole, scorciatoie, mode curatoriali, furberie amministrative. Perché si riqualifica innanzitutto con la politica (quella seria), con gli investimenti, con le strategie culturali. Di certo non con l’arte che semplicemente decora. E si riqualifica – per davvero – partendo dall’identità dei territori.

“Sinceramente la parola riqualificazione”, spiega Rubino, “rispetto alle energie e alle connessioni che per fortuna sono nate, ci sembra quasi dispregiativa. Non ci compete, perché contiene un giudizio rispetto a un posto che invece a noi piace, a prescindere. In ogni caso è una parola che cerchiamo di evitare, perché quaggiù puzza di ‘istituzionale’. Mentre noi più che a quelli del Comune somigliamo all’Armata Brancaleone”. E infine: “Quando Google Maps ha messo la bandierina su l’Albergo delle piante ci siamo emozionati: è bello pensare di dar vita a un luogo che non c’era”. Arte che non riqualifica i luoghi, ma li genera. E siamo già un passo più in là.
Così, mentre la Regione Lazio stanzia 9 milioni e mezzo di euro col bando d’architettura Rigenerare Corviale, due giovani visionari ci provano a modo loro. Senza un soldo, con discrezione. E intanto covano altre sfide – eventi, incontri, concerti – da far fiorire nel nuovo giardino. Con una regola sola: tutto è possibile. Nella luce metafisica di una periferia, lungo una distesa di cemento, l’utopia si compie a partire da un bastimento di piantine: e poi furono le persone – passanti, residenti, vecchi, matti, sognatori, ragazzini – e poi ancora saranno il senso delle cose comuni e la speranza di cambiare i propri destini, i propri luoghi. Ed è già la più struggente delle rivoluzioni.

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