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La sfida dell’architettura è salvare le periferie

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Lezione alla Columbia University di New York: “Qualcosa si muove anche da noi, si va nella direzione giusta”.

«La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie. Se non ci riusciamo sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale».

L’auditorium della facoltà di Architettura della Columbia University è pieno. Così pieno che gli organizzatori hanno dovuto aprire altre due sale per proiettare l’incontro con Renzo Piano, e farlo vedere a tutti gli studenti che hanno fatto la fila per ascoltarlo. Lui è venuto a parlare del progetto a cui sta lavorando per il nuovo dipartimento della Columbia dedicato allo studio del cervello, ma il mese prossimo inaugurerà prima la nuova sede di Intesa Sanpaolo a Torino, e poi quella del Whitney Museum a New York. La serata quindi si trasforma in fretta in una conversazione a tutto campo sulla sua carriera, e la sua visione, che parte però dalle radici.

«Ognuno – racconta Piano – viene da un luogo che lo ispira. Poi naturalmente quando lavori in una città devi diventarne parte, per sentirla e capirla, ma l’origine resta il punto di partenza. Io sono nato e cresciuto a Genova, una città mediterranea, e questo ha influenzato la mia vita. Metà della mia città è acqua. E’ un grande porto e tutto si muove: galleggiano le navi, le gru, hai la costante sensazione che ogni cosa sia sempre in movimento». Questo, forse, è uno degli elementi che lo ha spinto ad immaginare «edifici capaci di volare. Davvero, non scherzo. Un edificio secondo me non deve occupare lo spazio su cui sorge, ma restituirlo alla città che glielo ha dato». Per capire cosa intende, basta guardare ai progetti per la sede del New York Times e la Morgan Library a New York, lo Shard di Londra, e adesso anche il nuovo campus della Columbia: «La cosa che mi piace di più del palazzo del New York Times, ma anche della Morgan, è la possibilità di guardare dall’interno oltre l’edificio, oltre l’ingresso, nel traffico della strada. La trasparenza, così, diventa espressione della complessità e dell’appartenenza».

Perché gli edifici che Piano vuole costruire, anche la sede di una università, devono «fondersi con la città. Hanno una funzione da svolgere, naturalmente, ma devono anche essere aperti alla comunità in cui sorgono. Lo Shard, ad esempio, è stato costruito sopra un grande centro di trasporti pubblici, il London Bridge, proprio con l’idea di sviluppare la città in verticale senza aumentare il traffico. Ci sono ristoranti, alberghi, uffici, residenze, che si mescolano al tessuto urbano».

Questo lavoro di integrazione ora va fatto soprattutto nei sobborghi, e questo è il secondo elemento fondamentale di ispirazione che Piano ha preso da Genova: «Io sono cresciuto in periferia, e non vedevo l’ora di scapparne». I ragazzi ridono, ma lui insiste: «Non avete capito, era naturale. Non vuoi scappare perché non ti piace, ma per esplorare. Quando nasci in una città come Genova, e vedi sempre il mare davanti a te, devi essere cretino per non sentire la voglia di andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. In una città di mare non puoi mai essere soddisfatto di quello che hai, senti sempre il desiderio di andare a conoscere il mondo».

Piano lo ha fatto, con enorme successo, eppure adesso torna alle sue radici personali per indicare la strada dell’architettura nel prossimo secolo: «Durante gli Anni Sessanta, Settanta, anche Ottanta, in Europa la missione era salvare i centri storici. Ci siamo riusciti, e l’abbiamo fatto bene. Ora, però, la missione di questo secolo deve essere salvare le periferie». Il motivo è chiaro, guardando per esempio alle banlieue di Parigi, che ormai sono diventate anche la culla del terrorismo islamico: «Parigi è una città che ha 6 milioni di abitanti, ma solo 600.000 vivono al centro. Questa segregazione va sanata, altrimenti sarà un disastro. Non solo urbanistico, ma soprattutto sociale».

Piano ha un’idea precisa su come procedere: «Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna. Invece di continuare ad espanderli così, dobbiamo intensificare i nostri centri urbani, fecondando e fertilizzando le periferie. Ovunque ci sono grandi buchi neri da recuperare e trasformare, in modo che questi sobborghi diventino luoghi di civiltà, e non solo posti dove si va a dormire. Capisco che con i centri storci era più facile, perché sono fotogenici, ma anche i sobborghi hanno la loro bellezza. La bellezza dei desideri di milioni di esseri umani che li abitano, e dobbiamo aiutarli a realizzare». Anche in Italia, dove Piano è orgoglioso dei progetti di recupero delle periferie avviati a Catania, Roma e Torino: «Qualcosa si muove anche da noi, stiamo andando nella direzione giusta. E’ il momento di avere fiducia».

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