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Cultura, ripartire dalle periferie e da una cabina di regia museale

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Virginia Raggi e la sua giunta hanno scelto di ampliare l’offerta culturale anche ai quartieri esclusi per anni da spettacoli e festival. Giusto anche ripensare all’Estate Romana spesso trasformata in divertificio commerciale.
Il contrasto è eloquentissimo. Ignazio Marino, Pd, insediandosi, puntò le sue carte mediatiche sulla pedonalizzazione dei Fori Imperiali parlando di archeologia e centro storico. Virginia Raggi e la sua giunta hanno scelto la rotta opposta: la partenza è dalle periferie, che hanno regalato al Movimento 5 Stelle la vittoria. La prima uscita pubblica è stata tra i topi e l’immondizia di Tor Bella Monaca (e qui si potrebbe aprire un dibattito sul fatto che, un tempo, un simile gesto sarebbe stato definito «di sinistra»). Virginia Raggi aveva parlato di periferie anche durante la conferenza stampa di presentazione del cartellone del teatro Stabile all’Argentina, chiedendo un’offerta anche per le «altre Rome» oltre il centro.

L’intervista che il neo assessore alla Cultura, Luca Bergamo, ha rilasciato a Paolo Fallai appare perfettamente su questa linea. Domanda: cosa serve subito alla cultura romana? Risposta: «Prima di tutto che la vita culturale torni a beneficio dei cittadini che la vivono in gran parte fuori dal centro storico: non solo come pubblico, ma partecipando in prima persona». Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber. Dunque il programma è chiaro e sarà interessante vedere come si declinerà e raggiungerà davvero le periferie, culturalmente abbandonate da troppi anni.

Altri elementi di interesse nell’intervista. L’aver detto ciò che quasi tutti pensano, cioè che l’Estate Romana è in troppi casi un divertimentificio commerciale assai lontano dalla cultura e dalle intenzioni nicoliniane: va ripensata con coraggio e lungimiranza. Giusto l’invito a Macro e Maxxi a parlarsi (nessuna Capitale al mondo ha due musei di arte contemporanea di tale prestigio anche architettonico, l’uso del denaro pubblico in entrambi i casi obbliga al raggiungimento del bene comune, cioè un’offerta coordinata e non competitiva).

Così come appare corretta l’analisi del sistema museale: da anni si chiacchiera (non si ragiona, magari così fosse) di una cabina di regia che coordini l’offerta e la politica delle mostre temporanee, ma egoismi e burocrazie hanno sempre affossato qualsiasi piano sensato. Meno chiara, invece, l’intenzione del neo assessore sulla Soprintendenza capitolina. Così come il giudizio sulle istituzioni: l’Opera, grazie a Carlo Fuortes, è diventata un’eccellenza internazionale e sarebbe bene dargliene pubblicamente atto. In quanto alle contrazioni di spesa sulla cultura, sarebbe bene non demonizzare il possibile contributo, anche in termini di sponsor, dei privati. Sarebbe un gesto antistorico e autolesionista.

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