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Creatività allo stato puro nel museo dell’altro e dell’altrove

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Paolo Buggiani

Paolo Buggiani

L’Italia dell’arte oltre che essere il paese dei campanelli è anche il paese degli acronimi: Macro, Maxxi, Gam, Gnam, Man, Mart, Mambo (non avranno per caso fondato anche il Rambo?), esiste perfino il Mat (Museo dell’Alto Tavoliere), si nascondono e si confondono nell’acronimato del vorrei-ma-non-posso. Insomma fanno tragicamente (o farsescamente) il verso al Moma.

Ce n’è però uno che si distingue da tutti gli altri: si tratta del Maam, del Museo dell’Altro e dell’Atrove di Metropoliz (via Prenestina 913, Roma).

Un non-museo, un laboratorio, un anti mortorio, un’area liberata e decontaminata dalla spocchia tipica dei santuari dell’arte moderna e contemporanea tipo “Arsenico e vecchi Morlotti”.

Qui al Maam, in uno scenario post-industriale sub-urbano catastrofale post-tangenziale pre-raccordo anulare che sarebbe piaciuto (per dirla con Petrolini) a Mad Max, qui nello scenario tipico dell’occupazione abitativa alternativa, l’antropologo Giorgio De Finis ha deciso di fondare un museo sui generis, un museo povero, di risulta, un museo all’aria aperta, in cui le opere d’arte sono destinate all’uso quotidiano dei residenti resistenti. Gli spazi comunitari, i saloni per feste sociali e per riunioni, l’area giochi per bambini, il pub, (ma anche le singole abitazioni: Pinacoteca Domestica Diffusa) sono arredati con pezzi autentici di anti-arte e anti-design, sono decorati con assemblaggi di oggetti modificati e riciclati, con pannelli dipinti da pennelli illustri, con installazioni attrazioni, con creazioni ad hoc (site specific direbbero quelli del Macro).

In giro per i viali e i corridoi, ti imbatti in eccentrici relitti, nei graffiti, negli stencil. Fai un viaggio sulle montagne russe nell’alto e basso, dimentichi il lusso delle Biennali, ti immergi nel flusso della street art.

Metropoliz è una grande fabbrica in disuso (Ex Fiorucci), un’enclave dove i colori, le bombolette, i piccoli (o grandi) gioielli di creatività gratuita, convivono naturalmente e senza forzature, con un popolo, per definizione ed emarginazione, lontano anni luce dal dorato “sistema dell’arte”. E’ un mondo alieno in cui i manufatti spuntano come i funghi dopo il temporale. Si sa che malgrado la loro apparente fragilità i funghi hanno una potente vitalità, ai margini delle strade li vedi perforare il manto d’asfalto, li vedi sollevare il terreno più refrattario. Lo stesso dicasi per queste espressioni di una creatività che si presta alla collettività, al meticciato, alla connettività e non alla competitività. Una creatività che non si arresta di fronte a niente e a nessuno. Che se ne frega della propria deperibilità, anzi se ne fa un vanto.

Il Maam è un oggetto totale, un laboratorio mentale, un anti museo basato sull’economia del dono e sul fatto che l’arte non è e non deve essere appannaggio esclusivo di un sacerdozio laico che si arroga il diritto di custodirne i segreti e i riti.

Finora si sono uniti all’impresa tra gli altri: Cesare Pietroiusti, Gianni Asdrubali, Paolo Assenza (che ha realizzato la bandiera che sventola sull’area), Rub Kendy (a cui si deve la meridiana), Maddalena Mauri, Massimo Di Giovanni, Massimo Iezzi, Lucamaleonte, Diamond, Alice Pasquini, Massimo Attardi, Borondo, omino71, Opiemme, Gio Pistone, Cristiano Petrucci, Cristiana Pacchiarotti, Sten & Lex, Hogre etc etc. Da segnalare la delicata stanza floreale di Micaela Lattanzio, un’oasi di leggerezza e fragilità di rara intensità, nonché le fotografie della Pinacoteca Domestica Diffusa del Maam realizzate da Carlo Gianferro. Le undici opere che Franco Losvizzero produrrà durante una sorta di autoreclusione, nutrito e accudito dagli abitanti di Metropoliz.

De Finis, da buon antropologo e agitatore culturale, sa bene quanto l’arte sia per definizione prerogativa del genere umano in quanto tale e non solo di un’accolita di illuminati acculturati. Sa che l’uomo si distingue dalle altre specie proprio per la propria creatività. La sopravvivenza stessa è creatività. Metropoliz, che ospita il Maam, è sopravvivenza allo stato puro e quindi, per discendenza diretta, è anche creatività. Senza se e senza ma.

Ma c’è un “ma”. E’ il rischio che prima o poi vengano a sgombrare.

Vengano a disoccupare con le ruspe. Caccino tutti e buttino giù tutto, magari per farne un ipercentro commerciale.

E allora è un bene che l’arte serva a qualcosa di utile come fare da schermo di protezione, da corazza, da difesa preventiva di un’isola cittadina in cui la vita si mescola alla fantasia senza prosopopea.

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