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Abitare è un gesto politico e le città si cambiano raccontandole diversamente

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Via Padova, Giambellino, Quarto Oggiaro: per lo scrittore e architetto milanese Gianni Biondillo i “quartieri difficili” di Milano non sono paragonabili ai quartieri ghetto del Belgio e della Francia: «Abbiamo fatto le cose all’italiana, paradossalmente è per questo che ci salviamo».

Architetto, narratore, nato e cresciuto a Quarto Oggiaro, tra gli organizzatori di Sentieri Metropolitani, un programma di camminate di riscoperta cittadina, Gianni Biondillo è probabilmente la persona migliore, a Milano, con cui discutere di periferie e il salotto di casa sua, una vecchia casa di ringhiera all’inizio di via Padova, è il luogo perfetto per cominciare.

«Le case di ringhiera servivano per garantire la massima resa in un minimo spazio», ci racconta, «ma anche per cercare, sotto la spinta di un’idea architettonica positivista, di gestire l’igiene cittadina in un contesto di massiccio aumento della popolazione. Poi, un po’ per questioni di estrazione sociale, un po’ per condizioni tipologiche dell’edificio si erano create in quegli edifici delle aggregazioni sociali e dei sistemi di comunità molto interessanti.

Non c’era dietro un ragionamento di architettura sociale o un tentativo di costruire un nuovo tessuto sociale inclusivo per i nuovi abitanti di Milano che ci venivano a vivere quindi?
No, non credo proprio. E infatti, quegli stessi edifici, oggi abitati da classi sociali diverse, non hanno portato alla stessa dinamica di inclusività sociale. Tutt’altro: i cortili si sono svuotati dei bambini che ci giocavano, le porte sono blindate, è tutto pulitissimo, perfetto, e nessuno sta più sui ballatoi, perché ormai quelli che erano piccoli bilocali si sono trasformati, per fusione tra loro, in loft enormi con l’aria condizionata. Questo dimostra come la tipologia di una abitazione non sia sufficiente a innescare dinamiche inclusive di comunità.

Da quanto vivi in via Padova? Come mai hai scelto questo quartiere?
La mia scelta di abitare in via Padova è stata una scelta politica. Ci siamo trasferiti qui quando De Corato aveva istituito il coprifuoco, nel 2010, in seguito a una storia di omicidio che, così come ce lo avevano raccontato, aveva visto protagonisti due immigrati che abitavano in via Padova, salvo poi risultare che né la vittima né l’assassino abitavano qui. Avevano bisogno di fare del terrorismo psicologico, avevano bisogno di una storia da raccontare per stigmatizzare questo quartiere. È stato per quello che in quel momento abbiamo deciso di venire a vivere qui. E oggi che sono passati ormai sei anni sono contentissimo della scelta.

Perché?
Perché non è affatto vero che questo è un quartiere pericoloso, per prima cosa. E poi perché è un quartiere vivo, dinamico, ricco. Guarda solo questo cortile, è ricchissimo: c’è una famiglia albanese, una srilanchese qua sotto, una peruviana, una cubana, più in là ci sono anche delle prostitute ucraine. Questo quartiere è perfetto per la gentrificazione e in effetti sta accadendo, il processo si è innescato, perché Via Padova è un luogo che ha una qualità urbana altissima.

Hai parlato di gentrificazione, una parola molto usata negli ultimi anni, che dinamica identifica?
La gentrificazione è una dinamica tipica delle metropoli e seppur sia una parola abusata, in realtà la dinamica che le soggiace è complessa. Coinvolge quartieri che per ragioni storiche o topografiche non sono appetibili per le fasce sociali più ricche, ma che a un certo punto si trasformano. Succede che, a causa dei prezzi bassi, arriva nel quartiere una nuova tipologia di persone con spazi mentali differenti, artisti, intellettuali, studenti. A quel punto la gentrificazione è partita, i prezzi cominciano piano piano a salire, il quartiere diventa attrattivo, vitale e dinamico, attira attività commerciali e, nel giro di un po’ di anni, passa dall’essere iperpopolare all’essere esclusivo. Questo è quello che è successo a Brera negli anni Sessanta, ma anche, più recentemente, all’Isola.

Perché via Padova, come altre periferie di Milano, è considerata da tanti come un posto pericoloso, una cosiddetta “periferia a rischio”?
C’entra l’ignoranza, ma anche il racconto che ne fai. Pensa che sono andato qualche mese fa a Londra, nei quartieri più etnici, quelli che si celebrano per i mercati di cianfrusaglie, di vestiti a poco prezzo, di street food. Mi sono guardato intorno e ho pensato: “Ma questa è via Padova”. È un po’ ridicolo pensare che le stesse tipologie di luoghi, a Londra li consideriamo attraenti e particolari, mentre qui a Milano li consideriamo pericolosi.

E qual è la differenza?
Come la racconti.

Ovvero?
Prima di tutto permettimi di dire che, quando si parla di periferie, io metto mano alla pistola.

Perché?
Perché le periferie non esistono e perché ognuno di questi luoghi ha una sua storia specifica, un suo sviluppo, un suo modo di essere che li rendono non paragonabili tra loro. Non si può confrontare via Padova con il Giambellino, o il Giambellino con Quarto Oggiaro. Hanno distanze differenti, hanno origini diverse e abitanti diversi. Chi le considera tutte uguali evidentemente non è mai uscito dal suo quartierino borghese e pensa che, appena fuori dal centro storico, sia un grande Hic sunt leones, popolato da mostri con tre teste e sei braccia. È gente che va a fare shopping milionario in via Montenapoleone, senza sapere che un secolo fa era la zona più malfamata di Milano. La cosa di cui possiamo ridere è che i nipoti di questa gente probabilmente compreranno proprio queste case, una volta che la gentrificazione sarà completata.

Che storia ha questo quartiere?
Via Padova ha sempre avuto come vocazione l’accoglienza della gente che arrivava in città. Prima degli immigrati stranieri di oggi e prima ancora di quelli meridionali degli anni Cinquanta, quelli che venivano da Est, soprattutto dal Veneto, la regione più povera d’Italia alla fine dell’Ottocento, si fermavano qui in via Padova. Era la strada che portava alla dogana di porta Venezia. Sempre su questa via, ma in fondo, a Cascina Gobba, c’era la cosiddetta Corte d’America, un cortile dove ci si ritrovava per prepararsi a emigrare in America.

Poi cosa è successo?
Negli anni successivi, anche le altre ondate di migranti sono state accolte da questa via, che ha mantenuto una vitalità molto forte e che, soprattutto in questi ultimi anni, non è affatto un posto pericoloso. È una via dove la sera la gente cammina, mentre nel centro storico, la sera, non ci cammina nessuno.

Perché in centro non ci abita più nessuno?
Perché c’è stato un cambio di funzione, ma soprattutto un mare di investimenti da parte di banche che hanno comprato migliaia di immobili.

Qual è la specificità di via Padova?
Via Padova è lunga 4 chilometri e mezzo, non si può pensare che sia un quartiere omogeno. E infatti è un quartiere fatto a macchie, perché la nuova immigrazione è arrivata in maniera maculare.

Cosa significa?
Le prime ondate di immigrazione erano state gestite politicamente da una città che aveva molti più soldi e aveva costruito appartamenti, servizi. Certo, con tutti i problemi del caso, visto che spesso erano quartieri difficili come Quarto Oggiaro, quello dove sono cresciuto io, ma pur essendo “quartieri dormitorio” costruiti per accogliere i lavoratori delle fabbriche, in fondo hanno retto.

Perché?
Perché tutti avevano una casa, in fondo. Tutti sono riusciti ad andare a scuola, hanno avuto accesso ai servizi. E c’era un tessuto sociale.

Cosa è cambiato ora?
All’epoca c’erano le sedi di partito, le case del popolo, gli oratori che erano dei presidi territoriali impressionanti — e la Chiesa, bisogna dirlo, è tuttora un’istituzione che si sobbarca molti degli sforzi di accoglienza — e poi le fabbriche, che sapevano costruire un tessuto sociale. Tutto ciò è sparito ora.

E quindi?
E quindi la nuova immigrazione, quella degli ultimi vent’anni, non è stata gestita per niente dalla politica, che ha lasciato che il mercato risolvesse il problema. Ma il mercato non ha il dovere, come la politica, di essere etico, il mercato cerca il profitto e quindi i nuovi arrivati si sono stabiliti in città a macchie, senza un ordine o un disegno preciso. E infatti questa nuova immigrazione non si è vista nei palazzi, non è stata una variazione topologica, è stata una variazione antropologica: sono cambiate le facce, i sapori, i colori, non i palazzi. L’ultimo cambiamento topografico di Milano, quello che ha coinvolto quartieri e palazzi, ha origini completamente diverse, private, commerciali e di investimento. E infatti tutte le nuove case che abbiamo costruito negli ultimi anni sono quelle che hanno ridisegnato lo skyline del centro, come il Bosco Verticale, case che costano più di 10mila euro al metro quadro, stiamo costruendo grattacieli. E i soldi vengono dalla Russia, dai paesi del Golfo, dalla Cina.

Eppure negli ultimi mesi quartieri-ghetto come Molenbeek a Bruxelles si sono rivelati essere molto pericolosi…
Io faccio di cognome Biondillo e sono figlio di un campano e di una siciliana, quindi il classico figlio del boom economico. Sono nato a Milano da due genitori che sono venuti a Milano, che si sono conosciuti a Milano e sono milanese fino al midollo, e quando vedo che i compagni di classe stranieri delle mie figlie vengono identificati come immigrati di seconda generazione mi viene da ridere. È come se io venissi definito come meridionale di seconda generazione. È ridicolo. E così capisci che spesso i ghetti sono definizioni, parole, racconti. I ghetti iniziano nella testa. Il problema è che a un certo punto diventano reali e generano quello che abbiamo visto a Bruxelles, o qualche anno fa a Parigi.

I nostri quartieri “difficili” sono paragonabili a quelli? Secondo c’è il rischio che via Padova diventi la Molenbeek italiana?
No, per niente. Sono contesti decisamente diversi. Ed è proprio la macularità che ci “salva” da quella situazione.

Ovvero?
La nuova immigrazione in Italia non ha avuto una gestione politica dal punto di vista dell’emergenza abitativa. E quindi si è infilata dove le è capitato. A macchie. Non ha formato quartieri ghetto, anche se ha generato tantissime situazioni di degrado sociale. Quindi, proprio per questa capacità tutta italiana di fare le cose a caso, senza programmare e senza pensare al lungo periodo, ci siamo ritrovati con una situazione molto meno esplosiva di quella francese o di quella belga. In quei paesi la struttura centralista è molto forte e il centro comanda per davvero, i quartieri sono etnicizzati — c’è il quartiere dei filippini, quello dei maghrebini, quello dei pakistani — è una vera e propria ghettizzazione.

E a Milano?
A Milano, dove questa cosa non è successa se non in Paolo Sarpi, i quartieri sono veramente multiculturali. E basta fare un giro in via Padova, per esempio, per notare facce di tutti i paesi: indiani, maghrebini, africani, cinesi, slavi, russi, sudamericani e così via. Perché ti faccio questo discorso? Perché è vero che non abbiamo il mix sociale, ma abbiamo il mix etnico e in un momento come questo io credo che sia un bene, perchè stiamo mettendo le basi di una società più meticcia, più dinamica, e in fondo più sana. Non è un caso che siano proprio i quartieri monoetnici, i ghetti come Molenbeek a Bruxelles, quelli dove cresce il disagio sociale e, con lui, i giovani terroristi. In un pezzo che scrissi una decina di anni fa, raccolto in Metropoli per principianti, affrontavo il tema delle cosiddette periferie in fiamme, che all’epoca erano le banlieue parigine. All’epoca in molti mi chiedevano di intervenire sull’argomento e chiedevano quasi tutti se avremmo dovuto aspettarcele anche qui da noi quelle rivolte. Io rispondevo e rispondo ancora che no, che quelli che incendiavano le banlieue francesi erano quelli che vengono chiamati impropriamente immigrati di “seconda generazione”, e che spesso addirittura di terza.

Perché impropriamente?
Perché quelli erano francesi come io sono milanese. Avevano passaporti francesi, erano nati sul suolo francese, avevano frequentato le scuole francesi e che in quel momento dalla Francia non ricevevano nulla, neppure il riconoscimento linguistico di essere cittadini. E se i loro genitori o i loro nonni questa cosa l’avevana accettata, questi ragazzi non la accettavano più e protestavano.

Cosa è cambiato da allora?
In realtà molto poco. E infatti gli attentatori di Parigi e di Bruxelles non erano siriani o iracheni o sauditi. Erano di Molenbeek, erano di Bruxelles. È gente che non è cresciuta in moschea, ma in strada, nei bar, a fumare canne, bere birre e giocare alla playstation. Sono dei disadattati. Questi ragazzi quando le banlieue scoppiavano erano bambini, ora sono cresciuti e non li abbiamo saputi includere nella società e questa è la reazione. Purtroppo si è verificato quello che dicevo all’epoca: se saremo bravi sapremo gestire il cambiamento, scrivevo, se non lo saremo il cambiamento ci gestirà. In Francia e in Belgio è andata così, per noi è stato meno traumatico proprio per quel modo all’italiana — che René Ferretti direbbe alla cazzo di cane — con cui facciamo tutto in questo paese e che, almeno in questo caso, ci ha riparato dalla ghettizzazione etnica. Certo, probabilmente abbiamo creato una ghettizzazione sociale, di classe, ma, almeno per ora, è una aggregazione meno esplosiva. Non possiamo escludere che lo sarà tra qualche anno, ma non ora.

All’inizio dell’intervista hai detto che le periferie non esistono. Che cosa intendi dire?
Che quando parliamo di via Padova o del Giambellino, anche se abbiamo in mente il Cerutti Gino di Gaber, non stiamo parlando di periferie di Milano. La metropoli milanese ormai non è più quella del Comune, quella nata dall’allargamento degli anni Venti. La metropoli di Milano parte da Novara e arriva a Bergamo, ma anche a Lugano e a Genova. Ormai è un’area metropolitana che è extra cittadina, ma anche extra provincia, extra regione e extra nazione. In un certo senso anche Courmayeur è un quartiere di Milano, non si chiama Nolo, ma Curma. Come Santa, per Santa Margherita. Questa metropoli che abitiamo ha 6 milioni abitanti e se stiamo ancora qui a dire che Giambellino o Lambrate sono in periferia io mi lancio per terra e mi sbellico dalle risate. Questi quartieri sono nel centro più assoluto della città. E quando Renzo Piano, persona che stimo e conosco, fa un discorso intelligente come quello del rammendo delle periferie, ma lo fa sul Giambellino, a me fa tenerezza. Mi fa tenerezza perché il Giambellino è sì un quartiere popolare, ha sì le sue criticità, ma ha una identità talmente forte che è quello che ha meno problemi. I quartieri problematici di Milano sono il continuum di villette monofamiliari della Brianza o nelle aree residenziali dell’hinterland milanese, è lì che devi costruire una nuova narrazione perché è quella che è la nuova fabbrica dell’infelicità.

Cosa credi che si debba fare praticamente per cambiare?
Nel 2009 ho fatto con Michele Molina il giro delle tangenziali di Milano. Bene, quelle non sono più tangenziali. Quelle formano la circonvallazione più esterna della città. È quella l’unità di misura che dobbiamo avere in mente, perché la città consolidata arriva fino a lì. Dobbiamo lavorare su questa scala dimensionale, favorire la mobilità veloce pubblica e la mobilità dolce privata (piedi e bicicletta), ma soprattutto abbattere l’uso della macchina e della mobilità privata. A tutti i costi, perché è quella che ci sta uccidendo tutti. Il centro di Milano è una città piccolissima, si può attraversare a piedi. E poi, ripeto, la chiave è tutta nelle narrazioni. E ci sta aiutando anche il web. Paradossalmente anche Facebook, dove si moltiplicano le pagine “identitarie” dei quartieri di Milano, come Sentieri Metropolitani, Milano Sparita, o anche come l’ultima arrivata Yolo in Nolo, e che ha lanciato una nuova etichetta per questo quartiere, un’etichetta che funziona e che sta girando, ma che soprattutto sta dando una nuova narrazione a questa area. Una narrazione che nasce virtuale su internet, ma che si fa fisica, che esce in strada, negli eventi, nelle gallerie, nei mercati. È anche così che si cambiano i quartieri.

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